Amadeo Bordiga e la “sinistra comunista” nel contesto del movimento socialista e comunista internazionale

Tra la ‘Comune totalitaria’ e la ‘fascistizzazione del mondo’: il concetto di totalitarismo negli scritti di Amadeo Bordiga del 1946-53

Di Cristian Pecchenino, Borsa di Studio giugno 2003

1. Note introduttive

A partire da una prima serie di riscontri di tipo ‘quantitativo’ che hanno permesso di verificare e ponderare la frequenza del ricorso da parte di Bordiga al sostantivo ‘totalitarismo’ e ad aggettivi e avverbi da esso derivati (‘totalitario’, ‘antitototalitario’, ‘totalitariamente’) negli scritti del periodo compreso tra il 1944-45 e il 1952 , la ricerca si è sviluppata andando a individuare sei fondamentali accezioni di declinazione di tali lemmi. In forma schematica le si può qui brevemente evocare per poi passare alla loro ricostruzione e relativa contestualizzazione nelle pagine a seguire:

1) come tendenza innervante e strutturante in senso autoritario l’intero sistema capitalista internazionale quantomeno a partire dalla fase apertasi con la prima guerra mondiale e destinata a prolungarsi fino alla vittoria della rivoluzione proletaria;

2) come formula utilizzata, in specifico, per caratterizzare in modo sintetico, tanto nelle relative dimensioni statali che in quelle partitiche, a livello sia di pratiche politiche che socio-economiche, il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco e, in alcuni passaggi, il ‘comunismo’ sovietico (nonché, in un solo caso, i paesi passati sotto l’influenza di quest’ultimo nell’Europa centro-orientale dopo il 1945 );

3) come positiva caratterizzazione in senso ‘antidemocratico’ e dittatoriale del partito di classe, della ventura rivoluzione proletaria e degli stessi organismi cui quest’ultima darà vita nella fase di transizione tra l’abbattimento del potere borghese e la finale estinzione dello stato nella fase superiore del comunismo;

4) come idolo polemico-ideologico attorno al quale i partiti politici italiani ‘costituzionali’ condensano tanto le proprie formule di autopromozione e legittimazione in senso democratico dopo la caduta del fascismo quanto quelle volte alla preparazione e alla ‘captazione del consenso’ delle masse proletarie nella prospettiva di un possibile nuovo conflitto mondiale;

5) come semplice sinonimo di ‘autoritario’ o ‘accentrato’ nella delineazione delle caratteristiche di alcune esperienze di governo prenovecentesche;

6) come semplice sinonimo di ‘totale’, ‘completo’, ‘onnipervasivo’.

Pur muovendo dall’individuazione e approfondimento di queste declinazioni, l’esposizione della ricerca avverrà per paragrafi talora necessariamente ‘trasversali’ rispetto ad esse, optando in tal modo a favore di un approccio contestualizzante e storicizzante rispetto ad uno più strettamente tassonomico-politologico, il quale ultimo apparirebbe, a giudizio dello scrivente, meno proficuo del primo ai fini della ricostruzione di un pensiero e di un lessico come quelli bordighiani, maturanti sì e sempre in dialogo con la teoria (ovviamente il marxismo classico e la sua riproposizione leniniana), ma –e questo in specie negli scritti del periodo qui in esame – anche e fortemente nel fuoco della passione e della lotta politica contro le teorie di avversari o affini e i relativi multiformi e più meno coscienti revisionismi . E forse non solo con queste, in realtà. Gli scritti del Bordiga postbellico, da questo punto di vista, non possono cioè essere pienamente intesi limitandosi a confrontarli –come spesso è stato fatto e come pure è per altro verso indispensabile continuare a fare– solo con le posizioni del Lenin del 1920 o del Togliatti del 1945 o, per altra via, con le tesi dei classici del marxismo. Certo, sono in qualche modo la struttura e la lettera stesse dei testi bordighiani a suggerire percorsi come quelli ora evocati. Tuttavia non sembra illegittimo postulare la necessità di un ampliamento del quadro che tenga conto della multiformità e dell’eterogeneità dei frammenti culturali e degli spunti interpretativi messi in circolo a 360°, per così dire, dalle rilevanti trasformazioni avvenute a livello di strutture economiche e sociali nei principali paesi industrializzati proprio nel periodo che coincide con i cosiddetti ‘anni oscuri’ della biografia bordighiana : anche questi sono in fondo tasselli non eludibili di quel complessivo “travaglio della generazione degli anni tra le due guerre mondiali” cui, come è stato a ragione osservato, la biografia intellettuale bordighiana non può non essere ricondotta . Un simile approccio vorrebbe del resto muovere proprio nella direzione di quel reinserimento di Bordiga in qualità di “reagente” nella storia e storiografia del comunismo di cui anche di recente è stata opportunamente suggerita la necessità .
In sede di conclusioni si provvederà, in ogni caso, a riprendere le fila delle considerazioni avanzate nel corpo del testo e a delineare alcune valutazioni di ordine più specifico su quanto ora accennato e sul tema generale della presente ricerca. Qui appare invece più opportuno sottolineare preliminarmente come, nel valutare il posto che la riflessione sui regimi totalitari occupa nel quadro dell’insieme degli scritti bordighiani dell’immediato secondo dopoguerra, sia difficile sfuggire all’impressione che essa costituisca una componente in qualche misura centrale, una chiave di lettura e di paragone imprescindibile per un serio tentativo di approccio a qualunque altro tema. Né si può dire che si tratti di un interesse in qualche modo puramente congiunturale, dettato dalla mera prossimità storica dei fenomeni evocati o dalle sole esigenze polemiche nei confronti dei partiti politici attorno ai quali si andava costituendo il sistema politico repubblicano e che proprio dell’antifascismo (e in alcuni casi, ovviamente, anche dell’anticomunismo) facevano momento centrale e fondante della propria costruzione identitaria. In realtà, anche se altri temi hanno ampio rilievo e in qualche modo anche autonoma pregnanza – la nuova egemonia statunitense sul globo, la questione agraria in Italia, i rapporti tra proprietà e capitale nella teoria marxista, ecc. – si fatica a non vedere nell’analisi dei regimi totalitari il cuore stesso della riflessione di Bordiga tra il 1944 e il 1953: non perché tutti i suoi scritti si occupino dell’argomento in modo specifico, ma per il fatto che la quasi totalità di essi finisce con l’includere comunque almeno un accenno alla questione, per quanto talora fuggevole o meramente polemico. Il fatto è che per Bordiga dopo il 1945 non è più possibile rapportarsi con la contemporaneità senza scrivere di fascismo e stalinismo . Anche e soprattutto perché, è opportuno anticiparlo, la dimensione totalitaria è considerata essa stessa come la vera e compiuta modernità del capitalismo, la sua sola modernità possibile, e, anzi, in ultimo, l’unica residua possibilità –storicamente efficiente quantomeno sul breve periodo – della sua sopravvivenza.

2. Marxismo e antidemocraticismo

L’analisi che Bordiga fa del fascismo, dello stalinismo, della democrazia, dell’antifascismo e in genere della società italiana così come dell’intero sistema delle relazioni internazionali emerso dagli sconvolgimenti bellici resterebbe tuttavia incomprensibile laddove non si richiamassero alcune fondamentali coordinate teoriche sottese a questa stessa analisi. La prima e più decisiva, come ovvio, rimanda al continuo richiamo bordighiano (mai formalistico, superficiale od occasionale, ma sostanziale, ‘strutturale’ e frequentemente anche letterale) al marxismo e al leninismo come non superabili e scientificamente verificate discipline dell’analisi storica e del mutamento sociale sub specie rivoluzionaria. Ora, in proposito, si può sottolineare come, fin dall’importante Tracciato d’impostazione pubblicato su «Prometeo» nel luglio del 1946, Bordiga –tradizionalmente accusato di ‘ultradeterminismo’ da avversari politici e da parte rilevante della riflessione storiografica –, pur ricordando come Engels nei suoi scritti avesse ammesso “una regola e legge generale del movimento storico” ricorrendo a espressioni come “v’è movimento; il mondo cammina”, negasse in realtà che l’esito socialista dello sviluppo storico previsto dal marxismo potesse fare di questo “un costrutto finalistico e quindi metafisico” e che dunque si fosse con esso trovata una ricetta in cui “chiudere tutti gli infiniti sviluppi del divenire della società umana”. Anzi: “Scientificamente non possiamo escludere –postulava Bordiga – una diversa fine della società capitalistica, come potrebbe essere il ritorno nella barbarie, una catastrofe mondiale dovuta a mezzi bellici avente ad esempio il carattere di una degenerazione patologica della razza (i ciechi e i condannati alla dissoluzione radioattiva dei tessuti di Hiroshima e Nagasaki ammoniscono) o altra non desumibile dai dati di fatto di oggi”. Una prospettiva di fondo dunque materialisticamente fondata, come si vede, ma dichiaratamente ‘antiteleologica’ e che proprio gli eventi evocati nel passo citato parevano ad un tempo suggerire e confermare in quest’ultima caratteristica. Nella storia per Bordiga potevano dunque darsi, almeno in via ipotetica, anche ‘regressi’, ma, si noti, –e gli esempi evocati lo confermavano – di portata necessariamente apocalittica e, nel senso più ampio e in qualche modo drammatico del termine, ‘epocale’. La normalità, cioè l’essenzialità dello sviluppo storico, non parevano ammettere in Bordiga in realtà stabili e duraturi ‘arretramenti’. Valeva dunque, come principio generale, che la ruota della storia non poteva per Bordiga ‘girare all’inverso’ una volta che i modi di produzione e le corrispondenti forme giuridiche, sociali e istituzionali si fossero storicamente affermati .
È sulla base di queste premesse che l’analisi del fascismo veniva così inquadrata da Bordiga in uno schema generale dello sviluppo delle forme politiche e sociali che individuava “tre tipi storici di movimenti politici” nei quali tutti potevano essere classificati: conformisti (quelli che si battono “per conservare integre le forme e gli istituti vigenti, vietandone ogni trasformazione”), riformisti (quelli che “pur non chiedendo di sconvolgere bruscamente e violentemente gli istituti tradizionali, avvertono che le forze produttive premono troppo fortemente, e propugnano graduali e parziali modificazioni nell’ordine vigente”) e, infine, rivoluzionari o ‘antiformisti’ (quelli che “proclamano e attuano l’assalto alle vecchie forme”). La tripartizione non era tuttavia ‘statica’, ma dinamica nel tempo e nello spazio, poiché Bordiga ne proponeva l’applicazione all’incedere nella storia di tutte le classi e di tutte le forme economiche, sociali, politiche e ideologiche esistite ed esistenti, tutte rivoluzionarie in un primo momento, tutte riformiste e conservatrici in un secondo, e tutte, in ultimo, destinate a essere superate da nuove forme rivoluzionarie fino all’avvento della società senza classi. Da ciò conseguiva che a giudizio di Bordiga i vari tipi di “aggregati sociali” successivamente apparsi nella storia non potevano venir giudicati favorevolmente o sfavorevolmente “singolarmente presi”, ma dovevano essere considerati solo “in rapporto alla successione e allo svolgimento storico che ha dato ad essi un compito mutevole nelle successive trasformazioni e rivoluzioni” . Non princìpi ‘morali’ o ‘astratti’, dunque, o i “luoghi comuni” “sul cesarismo, la tirannide, o, all’opposto, sui sacri princìpii delle libertà repubblicane e simili motivi retorico -letterari” , ma, nella prospettiva della rivoluzione, solo lo sviluppo storico stesso –per quante e illustri potessero essere le vittime morali o materiali del suo compiersi – poteva servire quale determinante e definitivo criterio orientativo in diagnosi e prognosi politiche. Una prospettiva in qualche modo ‘machiavelliana’ – e Machiavelli stesso viene del resto talora positivamente evocato – che sembrava trovare significative conferme nell’insieme delle considerazioni che Bordiga svolgeva circa il problema del ‘potere’ e dello ‘stato’ nella teoria marxista. Determinante nei rapporti tra le classi e tra gli stati appariva per il rivoluzionario campano unicamente la forza, unica fonte reale di diritti e di legittimità nel corso della storia presente, passata e futura : “La nostra teoria”, scriveva del resto esplicitamente Bordiga nel 1951, non era che “la teoria della violenza come elemento di decisione storica” , nonché, nel contempo, quella che individuava nella questione dello stato e nel problema “chi ha il potere?” gli orizzonti ultimi e decisivi delle lotte politiche in cui ciclicamente sboccava nella storia lo “sconvolgimento dei rapporti di produzione propri di un’epoca sociale e del dominio di una determinata classe” . Per Bordiga non era infatti possibile “non vedere che la esistenza di un potere organizzato ed armato negli Stati moderni” rappresentava “la normale e permanente disposizione della classe capitalistica all’impiego della violenza, anche più sanguinosa, per conservare il proprio dominio e privilegio sociale”: “È la essenza dello Stato, la regola e la norma, non la eccezione, del suo funzionamento. Il centro dell’insegnamento di Marx e di Lenin sta nel dimostrare impossibile la esistenza di un potere statale neutrale ed equidistante dagli interessi delle opposte classi”. Per Bordiga, dunque, la violenza borghese era “scientificamente scontata”: non “sorpresa, eccezione, scandalo o provocazione”, bensì, leninianamente, “la «resistenza inevitabile e disperata» alla iniziativa rivoluzionaria, nell’ora suprema dell’assalto”. E non solo in quest’ultima, del resto. Per Bordiga anche nell’‘ordine garantito’ e nella ‘tranquillità della piazza’ stava infatti “permanente la violenza borghese”, necessariamente insita “in ogni atto distributivo, molecolare, secondo le leggi dell’economia privata” . Un accostamento, quest’ultimo, tra piani in qualche modo concettualmente diversi e che potrebbe apparire in qualche modo forzato, ma che pure non pare ad esempio incompatibile con un’ottica anch’essa ‘real-politica’ e marxiana quale quella che –senza voler qui suggerire convergenze improbabili e semplificanti che annullino reali distanze biografiche e teoretiche – animava la quasi coeva riflessione del comunista consiliarista Paul Mattick per come essa si era espressa, negli anni Trenta e Quaranta, nelle riviste pubblicate negli Stati Uniti «International Council Correspondance», «Living Marxism» e «New Essays»: una riflessione a proposito della quale significativamente, dal punto di vita del presente discorso, è stata sottolineata proprio la specifica capacità di mettere in rilievo “l’«omogeneità» di fondo tra la «violenza extra-economica» del fascismo e quella basata sull’accettazione/interiorizzazione da parte delle organizzazioni operaie delle regole «economiche» del gioco [...] dettate dalle mostruose esigenze della valorizzazione capitalistica” . Né, come si andrà ad argomentare, resterà questo l’unico o più rilevante motivo di accostamento tra due riflessioni per molti versi certo non compatibili, ma pure accomunate, a cavallo della seconda guerra mondiale, da una comune passione ‘restauratrice’ e rivitalizzatrice nei confronti del marxismo rivoluzionario (ancorché, appunto e naturalmente, ciascuno del ‘proprio’ marxismo) .
In termini più generali, comunque, non era un caso, sulla base di quanto evidenziato finora, che Bordiga individuasse la “massima espressione dell’autorità statale” nel “fatto militare”, ossia in quella ‘guerra moderna’ che esigeva “un organismo col massimo di accentrata unità, di disciplina assoluta e di autorità gerarchica” e nella quale “i metodi di organizzazione, di pianificazione da un centro” toccavano “il più alto vertice” e si raggiungeva “il massimo di maneggio, da parte di un pugno di dominatori, di moltitudini passive, incoscienti, meccanizzate” in una rete votata a distruggere “qualunque tendenza all’iniziativa” e a ridurre gli uomini “a tanti Robot omicidi” . Certo, Bordiga scriveva queste parole sotto l’impressione delle devastazioni e degli enormi massacri prodotti dalla seconda guerra mondiale –per di più sviluppatisi (ed è questo un dato centrale ai suoi occhi) senza alcun segno di ripresa operaia in senso classista e rivoluzionario per come Bordiga interpretava questi aggettivi; ciò che tuttavia più appariva qualificante nella sua posizione era proprio l’asserita assenza di alterità qualitativa tra le varie forme di violenza e coercizione esercitate per mezzo degli apparati statali sulle classi dominate nei periodi di tregua sociale come in quelli di scontro aperto (fosse quest’ultimo quello tra le classi in lotta per la conquista o il mantenimento del potere o quello tra gli stati imperialisti in lotta per la spartizione dei mercati mondiali). Il dato, in ogni caso, valeva appunto per Bordiga qualunque fosse la forma istituzionale o il sistema di selezione della classe dirigente: violenza e oppressione erano e restavano i connotati fondamentali e genetici della società capitalista e degli apparati statali che questa dovevano tutelare. Anzi, nel caso che distinzioni si volessero operare, “anche e soprattutto” lo stato “rappresentativo e parlamentare” costituiva “una attrezzatura di oppressione” che paragonabile “al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata”, adatto a custodirle “allo stadio potenziale” nelle situazioni in cui la rivolta non tendeva ad esplodere, “ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forme di repressione di polizia e di violenza sanguinosa” non appena si fossero levati “i fremiti rivoluzionari” . La viscerale polemica incessantemente condotta da Bordiga anche nel secondo dopoguerra contro la democrazia si spiega in parte significativa anche sulla base di queste considerazioni, soprattutto laddove le si collochi nel quadro di una profonda avversione nei confronti delle capacità integrative di un sistema come appunto quello ‘democratico’ che formalmente si presentava alle masse come ‘egualitario’ e ‘libertario’, ma che agli occhi del rivoluzionario campano non faceva che celare con tali fronzoli l’essenza ultima della forma sociale ‘più spietata ed oppressiva mai comparsa nella storia’ : al di là del rifiuto del concetto stesso da un punto di vista ‘filologico’ e teoretico , nel luglio del 1946 Bordiga scriveva in proposito in modo assai rivelativo che nella democrazia borghese “la delega elettorale, gabellata giuridicamente come cardine della sovranità di ogni cittadino, per cui lo Stato sarebbe il servo del popolo”, costituiva “tanto nella sostanza che nella forma una totale spoliazione di potere”, poiché l’elettore, deposta la scheda diventava passivo “essendo tutto il potere passato nelle mani dello Stato poliziotto ed avendo solo questo possibilità esecutive” . Ed ancora: delegare è, “in effetti, rinunciare alla possibilità di azione diretta, la pretesa funzione «sovrana» del diritto democratico non è che un’abdicazione”. La stessa idea della delega di potere da parte dell’“individuo isolato (elettore)” grazie “ad un atto platonico derivante dalla libera opinione” –quando l’opinione “è in realtà un riflesso delle condizioni materiali e delle forme sociali” e quando, nei fatti, “il potere consiste in un intervento di forza fisica”– doveva essere abbandonata “alle brume della metafisica” . Proprio quest’ultima citazione chiarisce bene come non si trattasse del solo problema della ‘delega’: a proposito delle elezioni amministrative del 1951 Bordiga ribadiva esplicitamente che i rapporti di forza nella storia li spostava “non la carta, ma l’acciaio” . Similmente, già nel 1948 aveva affermato che il meccanismo elettorale appariva “caduto nel campo inesorabile del conformismo e della soggezione delle masse alle influenze dei centri ad altissimo potenziale, così come i granelli di limatura di ferro si adagiano docili secondo le linee di forza del campo magnetico” . Bordiga negava in sostanza che l’evolversi della società capitalista fosse destinato, nel tempo, a ridurre il grado di oppressione e sfruttamento gravante sull’uomo, tanto in termini economici che politici, sulla base della forma democratica o autoritaria dello stato stesso: dopo aver caratterizzato come “violenza virtuale”, in potenza, la permanente manipolazione dell’informazione da parte della borghesia attraverso il controllo dei mass media, affermava anzi che il trapasso dalle forme pre-borghesi alla società attuale aveva aumentato la frequenza del fattore della sopraffazione e dell’imposizione, riuscendo tuttavia a garantirne la realizzazione, come mai prima d’ora, con il consenso degli sfruttati stessi. Come si avrà modo di dimostrare, è questo un dato analitico tutt’altro che secondario nella riflessione bordighiana dell’immediato secondo dopoguerra e che di questa contribuisce a comprendere molti dei toni e dei contenuti che si andranno ad analizzare nelle pagine a seguire.
A partire da queste premesse, nel decifrare la trasformazione nei modi di amministrare e governare della borghesia corrispondenti al sorgere dei regimi totalitari e fascisti, Bordiga mette esplicitamente in guardia dall’“accreditare alla forma e alla fase democratico-parlamentare una minore intensità e densità della violenza di classe”: “chi sfugge alla suggestione di considerare la sola violenza in atto e misura invece tutto il volume di quella potenziale insita nella vita e nella dinamica della società, eviterà di cadere nell’inganno di preferire, sia pure in via subordinata e relativa, il metodo ipocrita e il mefitico ambiente della democrazia liberale” . Si noti in proposito che, contrariamente a quanto talora si è affermato contrapponendo allo ‘schematismo’ del rivoluzionario campano la maggiore capacità analitica di Lenin rispetto alla questione dello stato , non pare che si possa rilevare nel Bordiga dell’immediato dopoguerra un’unilaterale sopravvalutazione della funzione parlamentare quale vero ‘cuore’ dello stato borghese: ribadito che “anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale […] resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi e degli istituti della classe superiore”, Bordiga affermava infatti esplicitamente che manifestazioni concrete di questa ‘forza di classe’ erano “non solo tutto l’apparato statale con le sue forze armate e la sua polizia”, ma “tutto l’armamentario di mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento borghese, attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con cui vengono plasmate le opinioni delle masse” . Il parlamentarismo non appare affatto in Bordiga come il puntello principale dello stato borghese, ma, al più, uno fra i molti. Piuttosto, in proposito, si può rilevare come esso appaia semmai il cuore della democrazia come tale: il che evidenzia la distanza bordighiana non da una nozione complessa e moderna dello stato e dei suoi rapporti con la società civile, bensì, semmai, da una nozione della democrazia stessa capace di includere al proprio interno quelle dinamiche di reale partecipazione e protagonismo individuale e collettivo che, per quanto orientate in direzioni diverse da quelle ‘sanamente classiste’ auspicate dallo stesso Bordiga, proprio tra Resistenza e dopoguerra ebbero uno dei momenti di maggiore intensità nella storia dell’Italia contemporanea e che non appaiono riducibili ai soli meccanismi della democrazia formale e delegata . In ogni caso, dalle analisi or ora evocate consegue agli occhi di Bordiga che il pieno dispiegarsi del sistema capitalista nelle sue forme di ‘dominazione democratica’ non solo non escludeva storicamente, ma all’opposto preparava ed acuiva “sempre più lo svolgersi del contrasto fra gli interessi di classe in guerra civile, in lotta armata”. Lo stato borghese di classe –“mentitrice espressione interclassista della maggioranza dei cittadini, o dittatura più o meno confessata esercitata da un apparato di governo che si pretende rivestito di una missione nazionale razziale o socialpopolare”– doveva essere “allo stesso titolo” distrutto: “se ciò non avviene, è la rivoluzione che rimane schiacciata” .

3. Il totalitarismo come ‘senso dell’epoca’

Il già evocato schema di sviluppo storico delineato nel Tracciato d’impostazione viene applicato da Bordiga alla borghesia per spiegare le nuove forme che il dominio di classe di quest’ultima ha assunto con l’avvento dei regimi fascisti. Essa avrebbe ormai percorso nei principali paesi capitalisti le tre fasi storiche caratteristiche: dopo essere stata in origine sostenitrice di principi liberali e democratici rivoluzionari in senso antifeudale e dopo aver poi dato corso a una fase “progressiva e riformista” in cui parlamentarismo e democrazia avevano assicurato l’integrazione sociale delle masse a fini conservatori e lo sviluppo del sistema “scongiurando urti violenti ed esplosioni della lotta di classe”, nella terza, ultima e definitiva fase la borghesia andava abbandonando le precedenti formule ideologiche e di governo orientandole in senso esplicitamente totalitario. Il lemma assumeva qui in Bordiga una valenza socio-economica e una valenza politico-istituzionale, le quali tuttavia finivano in ultimo col rivelarsi intimamente e deterministicamente interconnesse . A livello strutturale, nell’epoca “del moderno imperialismo” –“caratterizzato dalla concentrazione monopolistica dell’economia, dal sorgere dei sindacati e dei trusts capitalistici, dalle grandi pianificazioni dirette dei centri statali”– l’economia borghese andava perdendo secondo Bordiga “i caratteri del classico liberismo, per cui ciascun padrone d’azienda era autonomo nelle sue scelte economiche e nei suoi rapporti di scambi”, a favore di “una disciplina sempre più stretta della produzione e della distribuzione”: nel contesto di quest’ultima gli indici economici non risultavano ormai più “dal libero gioco della concorrenza, ma dall’influenza di associazioni fra capitalisti prima, di organi di concentrazione bancaria e finanziaria poi, infine direttamente dello stato”. L’esatto corrispondente a livello sovrastrutturale di tali dinamiche consisteva per Bordiga proprio nell’avvento di “forme di più stretta oppressione” incarnantisi nei regimi “totalitari e fascisti”, ossia segnati dal concretarsi di “centri di governo assolutamente dispotici”, dal costituirsi “del partito unico totalitario” e dalla relativa “centralizzazione gerarchica” . In questa prospettiva, il totalitarismo diventava così tappa necessaria e, a giudizio di Bordiga, positivamente irreversibile dello sviluppo storico della società borghese: “queste forme più strette del capitalismo costituiscono la necessaria fase più evoluta e moderna che esso percorrerà per arrivare alla fine del suo ciclo ed esaurire le sue possibilità storiche” . Allo stesso modo in cui Lenin aveva stabilito –così ne chiosava e sintetizzava il pensiero Bordiga nel 1947– “che è un reazionario chi si illude che il capitalismo monopolistico e statalista possa retrocedere al capitalismo liberista”, similmente lo sarebbe stato chiunque avesse inseguito “il miraggio di una riaffermazione del metodo politico liberale democratico” : lottare a questo fine, specificava il rivoluzionario campano in un altro testo coevo, sarebbe anzi stato come combattere “una lotta altrettanto insana e disperata di quella della bottega contro la fabbrica meccanica, della piroga contro la cannoniera, del siluro umano contro la bomba atomica” .
Un passaggio di rilievo, quest’ultimo, perché suggerisce l’esistenza di una componente ‘tecnocentrica’ – in astratto cioè non necessariamente subordinata alle dinamiche del modo di produzione capitalista in quanto tale – del paradigma totalitario delineato negli scritti bordighiani: la ‘contemporaneità’ e la postulata assoluta modernità del totalitarismo non stavano cioè unicamente e unilateralmente nel suo essere statal-monopolistico e imperialista. Il “nuovo indirizzo” dell’“amministrazione borghese del mondo” faceva infatti leva, agli occhi di Bordiga, “sul fatto innegabile che tutte le attività umane, per lo stesso effetto dei progressi della scienza e della tecnica”, sempre più si evolvevano “dall’autonomismo delle iniziative isolate, proprio di società meno moderne e complesse, verso l’istituirsi di reti sempre più fitte di rapporti e di dipendenze in tutti i campi” che gradualmente andavano coprendo “il mondo intiero”: “L’iniziativa privata [...] cede il passo di fronte al prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi. Non è pensabile un’autonomia di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea, delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati di applicazione esclusivamente sociale” . In un contesto teorico e analitico diverso, ma che tuttavia era vissuto dello stesso ‘spirito d’epoca’ percorrente gli assunti bordighiani ora evocati, nel 1937 l’esule antifascista Armando Zanetti (un liberale eterodosso dal passato nazionalista, ma negli anni Trenta giunto a posizioni di ‘antistatalismo’ radicale) aveva significativamente evidenziato – tradendo un’inquietudine speculare al senso di implicita soddisfazione che sembra talora fare capolino dalle pagine del Bordiga postbellico – quello che egli definiva il “sofisma” dell’inevitabile sovrapporsi di ragione tecnica e vis totalitaria: “Comunisti, fascisti, confusionari di ogni risma, dicono più o meno chiaramente: il liberalismo è fallito, lo Stato liberale ha fatto il suo tempo, perché non corrisponde più alla tecnica dei tempi moderni. L’accentramento di tutti i poteri nello Stato, il sacrificio dell’individuo, è la conseguenza dello sviluppo delle macchine, che esige il concentramento della produzione, il concentramento del capitale, la subordinazione della volontà individuale alle necessità collettive. Vecchio sofisma, questo di voler risolvere un problema politico con un argomento tecnico. La libertà morrebbe a causa delle macchine; anzi, per essere veramente contemporanei, bisognerebbe ammazzarla in omaggio alle macchine [...]. Bisogna dunque scegliere tra la luce elettrica e la libertà di pensiero; tra Mussolini e il lume a olio. Se ci tenete agli aeroplani, dovete inghiottire Stalin; chi nega Hitler, nega anche le città-giardino per gli operai, col riscaldamento centrale e col bagno. Gli alti forni esigono il comunismo, le autostrade il fascismo” . Ancora su un altro versante politico-culturale, in quegli stessi anni, a conferma della fortuna d’epoca del tema, anche Karl Polanyi non aveva mancato di porre l’accento sui più che sospetti nessi esistenti ai suoi occhi tra affabulazioni tecnolatriche e latu sensu managerialistiche e Weltanschauungen totalitarie . Non si tratta, in proposito, ovviamente, di suggerire inesistenti debiti o improbabili filiazioni culturali. Vale tuttavia la pena di essere evidenziato come nel magmatico ‘clima di transizione’ e di ridefinizione di parametri e valori che, tra le ombre della crisi economica e del sorgere dei regimi totalitari, presiedeva alla polanyiana ‘grande trasformazione’ , autori tra loro assai diversi e lontani per opzioni politiche e ideologiche potessero trovarsi a descrivere e ritradurre, ciascuno all’interno delle proprie culture di riferimento, dinamiche di mutamento avvertite come in via di universale maturazione.
Tornando ora a Bordiga, vale la pena di sottolineare come il processo descritto non fosse ai suoi occhi solo sociologicamente ‘irreversibile’, ma anche geograficamente incontenibile. La trascrescenza totalitaria –ad un tempo “conseguenza e condizione inevitabile” del sopravvivere del sistema capitalistico di fronte “alla erosione dei suoi contrasti interni” e alla minaccia (d’epoca se anche non di congiuntura) della rivoluzione proletaria – gli appariva infatti come un “fenomeno storico mondiale” e anzi come “il senso generale dell’epoca presente” . Certo, riconosceva Bordiga –posto che l’avvicendamento dei cicli di classe restava “fatto internazionale e giuoco di forze su scala mondiale” che localmente si manifestava dove concorrevano “le favorevoli condizioni storiche”–, le manifestazioni del trapasso al fascismo potevano “presentare dialetticamente presso i singoli popoli le più svariate successioni” : la storia, tuttavia, aveva ormai chiaramente posto “solo per i totalitarismi”: “o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese, o quello della rivoluzione proletaria” .
Quanto finora evidenziato rimanda peraltro a un altro dato su cui è opportuno soffermarsi: la centralità, nelle analisi bordighiane, della dimensione ‘statale’- ‘razionalizzatrice’-‘pianificatrice’-‘ordinatrice’ del totalitarismo. In tal senso sono assai rivelative le metafore di cui il rivoluzionario napoletano si serviva per esplicitare la sostanza del proprio pensiero: gli stati vincitori del conflitto mondiale –a suo giudizio anch’essi avviati, come si dirà, ad acquisire struttura totalitaria – nel 1951 gli apparivano come “piramidi moderne di apparati esecutivi a vastissima base territoriale e di popolazione” . Similmente, nel 1947, l’organizzazione transnazionale di collegamento che i diversi imperialismi gli sembrano essere intenzionati a darsi veniva paragonata a un “grande Leviathan mondiale del dominio di classe” . In proposito si può rilevare come, anche in questo caso, Bordiga non fosse certo l’unico autore, anche nel solo ambito della diaspora marxista europea alimentata tra le due guerre mondiali dalle continue involuzioni e sconfitte del movimento comunista, a porre in connessione totalitarismo e piena razionalizzazione economica. Nel 1939, a Parigi, Bruno Rizzi, un ‘trockista’ più che eterodosso, aveva pubblicato La Bureaucratisation du Monde, uno tra i libri meno letti, ma forse più citati nella storia del pensiero socialista e comunista del XX secolo: l’opera postulava che fascismo, nazismo, stalinismo e New Deal non fossero che manifestazioni sociologicamente omologhe (almeno in prospettiva) di ciò che Rizzi definiva collettivismo burocratico, un inatteso ibrido sociale dalla vocazione pianificatrice, nazionalizzatrice e anticapitalista che egli pensava essere in via di affermazione su scala planetaria sulle ceneri dell’agonizzante capitalismo: tertium genus tra quest’ultimo e il socialismo e nel quale la proprietà dei mezzi di produzione non era più privata, ma non ancora sociale, bensì di classe, ovvero gestita e goduta nel suo insieme dalla burocrazia. La burocrazia stessa veniva in tal modo promossa a nuova classe dominante non borghese e non proletaria, sfruttatrice e tuttavia capace –qui il punto – di liberare e anzi incrementare parossisticamente lo sviluppo delle forze produttive inceppate dall’ormai cronica crisi del capitalismo e di garantire per tale via, ancorché sub specie totalitaria, una nuova fase di progresso economico e anzi infine di opulenza che lo stesso proletariato avrebbe dovuto appoggiare fiancheggiando politicamente e socialmente le dittature burocratiche. La Bureaucratisation du Monde rivelava in realtà in tal modo l’intenso e sincretistico processo di riacculturazione cui Rizzi era andato soggetto negli anni Trenta e che ne aveva visto l’incerto trockismo iniziale contaminarsi di innesti produttivistici ‘nazional-riformisti’ nonché di fascinazioni mussoliniane, tecnocratico-corporative e autarchico-imperiali: l’immagine del totalitarismo rielaborata dall’eclettico ‘Bruno R.’ – così Rizzi aveva firmato i propri scritti e così sarebbe stato letto e confutato da Trockij nei propri ultimi e inquieti mesi di vita e di riflessione sulla natura del regime sovietico – coincideva in sostanza con quella di una sorta di super-fabbrica fordista razionalizzata ed estesa a intere sezioni continentali . Due anni dopo, nel 1941, con The managerial Revolution, era invece toccato a James Burnham – fino a pochi mesi prima dirigente del trockista SWP negli Stati Uniti –, consegnare alla storia del concetto di totalitarismo, non solo un’ennesima proposta di ‘nuova classe dominante’ in via di maturazione dal suo seno – per l’appunto i managers – , ma anche una nuova tappa delle sue declinazioni razionalizzatrici e pianificatrici . Naturalmente, anche in questi casi, l’evocazione a proposito degli scritti di Bordiga (che pure, nel dopoguerra, direttamente o indirettamente fornì ampie repliche alle teorie sulla ‘nuova classe’) è contestualizzante solo in termini assai generali: e tuttavia la caratterizzazione del totalitarismo nei termini descritti pone lo stesso Bordiga – come Rizzi e come Burnham – in qualche modo (al di là del comune punto di partenza antistalinista e dei diversissimi approdi) su una linea interpretativa opposta a quella che invece, in quegli stessi anni tra guerra e dopoguerra, avvicinò in modo fecondo, da questo punto di vista, opere come Il doppio Stato di Ernst Fraenkel (1941), La rivoluzione permanente di Sigmund Neumann (1942), il Behemoth di Franz Neumann (1942) e, per altro verso, Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt (1951) . Se lo stesso Trockij, pur apprezzando la politica economica staliniana che, ‘malgrado Stalin’ , aveva portato ai piani quinquennali e alla collettivizzazione dell’agricoltura dando impulso allo sviluppo delle forze produttive, non aveva mancato di rilevare a più riprese le disfunzionalità e le storture imposte all’economia sovietica dall’escrescenza burocratica e dai relativi arbitri e prevaricazioni (laddove invece “nell’economia nazionalizzata” la qualità della produzione avrebbe presupposto “la democrazia dei produttori e dei consumatori” e “la libertà di critica e di iniziativa” –strutturalmente “incompatibili con il regime totalitario della paura, della menzogna e dell’apologia”) – gli autori ora evocati, pur scontando sensibilità, percorsi personali, approcci metodologici e oggetti d’indagine tra loro diversissimi, in un modo o nell’altro erano andati a cogliere un dato di importanza decisiva per la definizione del concetto di totalitarismo e, al tempo stesso, per la comprensione del concreto funzionamento dei regimi totalitari: il loro essere non ordine, non stabilità monocratica e razionalità fordista, ma, all’opposto, caos policratico e disfunzionale, dinamismo endogeno continuo e inarrestabile, movimento permanente distruttivo e autodistruttivo, moltiplicazione dei centri decisionali e corrosione delle strutture tradizionali del potere statale e della loro stessa razionalità burocratica. Behemoth, dunque, e non Leviathan . Siamo qui evidentemente lontani dall’“amministrazione tecnicamente ottima” attribuita ancora nel 1947 da Bordiga al regime nazista , ma certo più vicini alle conclusioni cui è giunta negli ultimi decenni la riflessione storiografica .
Un assunto in qualche modo condiviso da molti degli autori evocati –compreso lo stesso Bordiga – concerneva invece la forza e la vitalità dei sistemi totalitari. Qui la distanza si manifestava peraltro in modo rilevante e significativo non solo rispetto alle teorie della stagnazione o della ‘fase discendente’ o ‘di decadenza’ del capitalismo, ma anche da un altro classico del marxismo contemporaneo, ovvero il già evocato Leon Trockij. Questi nel corso degli anni Trenta aveva iniziato a servirsi del concetto di totalitarismo a riguardo tanto della Germania nazista che dell’Urss staliniana (senza per questo ovviamente assimilarne la diversa e a suo giudizio opposta natura di classe): tuttavia, nel dialettizzarlo con il concetto di bonapartismo (e in realtà anche con il proprio, pur marxisticamente vigoroso, ‘ottimismo della volontà’), aveva nei fatti continuato ad attribuire al potere totalitario (compreso quello staliniano) una prevalente dimensione di instabilità e transitorietà che in verità sempre più difficilmente poteva dare ragione dell’evidente e aggressiva vitalità dei regimi cui appunto si tentava di applicare il concetto. A pesare su Trockij – così come aveva pesato sulla Terza Internazionale – era stata proprio l’idea di trovarsi ancora nella fase della ‘crisi definitiva’ del capitalismo. Bordiga, da questo punto di vista, seppur coi limiti che si evidenzieranno, era ormai ben al di là di tale illusione: lo stesso capitalismo, totalitaristicamente ‘rianimato’ e rilanciato, appariva a Bordiga, come si accennava, nuovamente in grado di sopravvivere a sé stesso: gli eventi degli ultimi anni provavano infatti a suo giudizio che a farsi elemento di ‘conservazione’ antistorica, definitivamente superato dal corso stesso degli eventi, non era infatti –come nel primo dopoguerra Bordiga stesso, al pari dell’intero movimento comunista internazionale, aveva in qualche modo creduto e sperato – il modo di produzione capitalista in sè, bensì unicamente il tradizionale capitalismo presuntamente liberista e individualista : all’opposto, il capitalismo, fascistizzandosi e centralizzandosi, appariva in grado secondo Bordiga di rimandare il momento del proprio definitivo travolgimento e di sviluppare ancora “la massa delle forze produttive” . Anzi, il totalitarismo –che da questo punto di vista si presentava agli occhi di Bordiga anche come prassi di ‘autolimitazione’ con cui il capitalismo tentava di “frenare entro dati limiti l’impulso di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio” – implicava “un incremento addirittura vertiginoso della dinamica industriale e finanziaria” (pur restando naturalmente inteso che, agli occhi del marxismo, “il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici” non potevano apparire, quantomeno su scala storica, che come “un folle «driving» verso l’abisso e la rovina” ). Il capitalismo nella sua fase totalitaria appariva in ogni caso a Bordiga, certo, mostruoso, ma non perché decadente o ‘in via di putrefazione’ a livello strutturale, ma, all’opposto, proprio perché nuovamente rigoglioso. Il che permette tra l’altro di valutare appieno la distanza dell’elaborazione bordighiana dalle coeve posizioni del PCI, che, nel quadro di un’interpretazione delle cause dell’avvento del fascismo in Italia incentrata sulla commistione tra parziali incompiutezze nel superamento del ‘feudalesimo’ e preponderanza di gruppi industriali monopolistici e ‘parassitari’, indulgeva in una caratterizzazione dello stesso fascismo in un senso almeno in parte ‘antimoderno’ . Da qui la ripetizione ‘a oltranza’ da parte di Bordiga –nell’ovvia evidenza dell’asserto, ma anche nella sua intima pregnanza interpretativa e, nel contesto dato, politica – che Hitler “aveva bruciato il Reichstag, ma non le Krupp di Essen” e che il fascismo e il nazionalsocialismo, se avevano travolto la ‘democrazia borghese’, “non solo non avevano spiantato, ma non intendevano affatto spiantare industrie, macchine, ferrovie, banche e tutto il resto dell’apparato produttivo capitalistico”, bensì, all’opposto, “esaltarne il ciclo” . Anche in questo caso, si noti, si potrebbero evocare similitudini con quasi coeve posizioni di Mattick, che, nell’importante saggio Concorrenza e monopolio –apparso nei «New Essays» nella primavera del 1943–, aveva esplicitamente teorizzato un possibile –ancorché temporaneo – ‘rifiorire del capitalismo’ in caso di vittoria bellica e relativa egemonia mondiale dell’imperialismo anglo-americano . Segno entrambi, le analisi bordighiane e mattickiane – pur nelle irriducibili specificità e nel comune, e talora contraddittorio, maturare tra gli orrori della seconda guerra mondiale –, dei tentativi di superare parte delle illusioni e semplificazioni dell’entre-deux-guerres ad opera dei rivoli del marxismo rivoluzionario sopravvissuti alla durezza e alla complessità delle ‘repliche della storia’ (e da tale durezza anzi in qualche modo temprati e rinvigoriti).

4. La dimensione internazionale: guerra mondiale e Internazionale totalitaria

La centralità della dimensione internazionale nel marxismo bordighiano, che già è stata opportunamente sottolineata in sede di riflessione storiografica , trova una conferma nel maturare, sulle ceneri del fallimento della prospettiva della Weltrevolution dopo la Grande Guerra, di quella sorta di teoria del Welttotalitarismus che si è più sopra delineata. Un’ulteriore conferma di tale assunto si ricava peraltro dal riscontro nei testi bordighiani di una chiara dialettica tra le dinamiche del secondo conflitto mondiale e il più pieno compiersi di quella ‘fascistizzazione del mondo’ comunque maturante, come appunto si è visto, attraverso i naturali e ‘pacifici’ processi di concentrazione capitalistica nei singoli paesi. Come noto, la seconda guerra mondiale venne letta dal rivoluzionario campano nei termini di un conflitto interimperialistico essenzialmente non dissimile da quello del 1914-18 , nei confronti del quale perciò la giusta consegna del proletariato internazionale non poteva a suo giudizio essere che la medesima di allora: in tutti i paesi, quali che fossero le forme istituzionali assunte dal dominio della borghesia, rifiuto di collaborazione con essa, disfattismo rivoluzionario e –quando le condizioni lo avessero consentito – preparazione di un’autonoma azione di classe nella prospettiva dell’insurrezione per la conquista del potere. A partire da questa interpretazione si può affermare che per Bordiga non si sarebbe dunque dato come elemento qualificante del secondo conflitto mondiale quel surplus di radicalismo ideologico che viceversa viene solitamente riconosciuto come dato caratteristico e peculiare di tale guerra perlomeno a partire dal 1941. Più precisamente: anche laddove la rilevanza di tale componente ‘ideologica’ veniva riconosciuta, in essa non si riconosceva un possibile elemento di distinzione qualitativa rispetto ai passati conflitti interimperialistici, ma solo un potente e pervasivo strumento di mobilitazione delle masse proletarie ai fini del loro coinvolgimento subordinato nella nuova lotta per la spartizione del globo. Al di là della rigorosa opera di demistificazione di quelle che Bordiga considerava semplici ideologie di mobilitazione borghese –la guerra come guerra ‘di liberazione nazionale ’ o come guerra ‘di difesa ’ o ‘per il progresso ’ o ‘rivoluzionaria’–, ciò che anche e soprattutto egli mirava a dimostrare essere falso era che il conflitto fosse legittimamente qualificabile in senso ‘democratico’ e ‘antifascista’ da parte degli Alleati: e questo non tanto rispetto allo iato tra presunte motivazioni ideali e reali fini di rapina (il che era a suo giudizio già implicito nella definizione stessa di guerra imperialista –ovvero, leninianamente, guerra “fra i padroni di schiavi per il consolidamento e il rafforzamento della schiavitù” ), ma anche e soprattutto nei suoi oggettivi esiti ultimi. Bordiga, infatti, pur considerando i risultati militari delle guerre “fattori di primo ordine nel processo di trasformazione della società internazionale”, rifiutava recisamente la tesi che definiva del “crociatismo” postulante che gli stati potessero scendere in conflitto tra loro “per imporre al mondo regimi sociali e politici” simili a quelli vigenti al proprio interno. Una ‘tesi’, come evidente, che invece proprio il dopoguerra –in Asia come in Europa – sembrava quasi ‘didascalicamente’ confermare e che lo stesso Stalin aveva in qualche modo fatto propria, sottolineando in una conversazione con Gilas e Tito del 1945 come appunto la guerra che si andava concludendo fosse “diversa da tutte quelle del passato” proprio per il fatto che chiunque occupava un territorio finiva necessariamente con l’imporvi il proprio sistema sociale . All’opposto, muovendo come suo costume dall’esemplificazione storica, Bordiga affermava che, se nelle stesse guerre napoleoniche “lo schema filosofico-ideologico di spiegazione” non poteva rendere conto dell’alleanza dell’Inghilterra borghese con le potenze assolutistiche contro la Francia rivoluzionaria, il “sofisma ideologico” si mostrava fallace proprio nel chiarire la reale portata della vittoria dei coalizzati: malgrado la sconfitta delle truppe napoleoniche, infatti, si sottolineava, “le direttive sociali e politiche dell’ordinamento borghese prevalsero nel paese vinto e in quelli vincitori” e ciò perché, chiunque avesse vinto, non avrebbe potuto che immedesimarsi con “l’inesorabile divenire capitalistico” . Quella secondo cui “lo spostamento di rapporti prodotto dal prevalere di una delle forze militari sull’altra determini una evoluzione sociale generale nel senso del diffondersi nel mondo del tipo di organizzazione e di regime propri degli Stati vincitori” appariva dunque a Bordiga come un’“ipotesi arbitraria”: “Non solo le possibilità dei riflessi sono molto più complicate, ma anzi il corso storico nel suo complesso ha piuttosto mostrato un carattere dialetticamente inverso”. Analogamente a quanto avvenuto in Europa dopo il 1815, in passato, ad esempio, si sottolineava, le invasioni barbariche avevano vinto le difese militari dell’Impero romano, ma tutta l’Europa era stata poi condotta “a organizzarsi secondo il tipo sociale e le leggi romane” . Allo stesso modo – qui il punto centrale dell’argomentazione bordighiane – nel XX secolo le due guerre mondiali avevano assicurato la vittoria “a quella parte che sosteneva di rappresentare la democrazia”, ma “ad un’analisi libera da preconcetti borghesi” appariva come il mondo volgesse “inesorabilmente verso forme sempre più severe di controllo dall’alto, di complessità burocratica, di intervento statale, di impastoiamento e di soffocazione di ogni iniziativa o autonomia periferica da parte di mostruosi centri monopolistici di organizzazione” .
La realtà, al di là delle autorappresentazioni ideologizzate e interessate, era dunque agli occhi di Bordiga che i fascismi, nel lanciare nel 1939 “un ricatto politico e una sfida militare ai paesi in cui la passatistica bugia liberale poteva ancora circolare”, non avevano lasciato loro “alcuna favorevole alternativa”: “o gli Stati fascisti avrebbero vinto la guerra, o l’avrebbero vinta i loro avversari, ma a condizione di adottare la metodologia politica del fascismo”. Dunque, nel dispiegarsi della guerra, nessun conflitto “tra due ideologie o tra due concezioni della vita sociale”, bensì “il necessario processo dell’avvento della nuova forma del mondo borghese, più accentuata, più totalitaria, più autoritaria, più decisa a qualunque sforzo per la conservazione e contro la rivoluzione” . Il conflitto imperialista si rivelava così agli occhi di Bordiga un precipitante in senso osmotico delle contrapposte forme politiche e sociali in termini di netta continuità rispetto a quel processo di ‘fascistizzazione del mondo ’ non a caso innescatosi proprio a partire dalla Grande Guerra. Era sulla base di queste premesse analitiche che Bordiga poteva dunque scrivere che la nuova deflagrazione bellica era stata “perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo” , ovvero postulare che Inghilterra e Stati Uniti, rifiutando le offerte di ‘compromesso’ avanzate dai tedeschi nel corso del conflitto, avessero coerentemente “profetizzata ed attuata la rovina militare del loro nemico” adottandone però “in pieno senza esitazioni né riguardi i metodi totalitari e centralizzatori col superiore loro rendimento tecnico, politico e militare”, in tal modo divenendo del proprio avversario storico non solo i vincitori, “ma anche gli esecutori testamentari” .
Anche in questo caso, il tema della guerra ‘totalitaria’ non era prerogativa del solo Bordiga. Se i già evocati Rizzi e Burnham non avevano avuto dubbi, da questo punto di vista, nel 1939 e nel 1941, nell’interpretare il conflitto come una guerra di affermazione –nelle cose, prima ancora che nelle volontà coscienti – dei nuovi modi di produzione profetizzati come in via di maturazione sulle ceneri del presuntamente agonizzante capitalismo, erano stati ancora i comunisti consiliari emigrati negli Stati Uniti a presentare posizioni in qualche modo assimilabili a quelle bordighiane: era stato ad esempio il caso di Karl Korsch, che, nell’autunno del 1940, nel saggio La controrivoluzione fascista, aveva affermato perentoriamente che la guerra imperialista era diventata “essa stessa un processo rivoluzionario, una guerra civile con una tendenza predominante inequivocabilmente fascista” e che qualunque fosse stato “il partito vincente”, il risultato avrebbe comunque coinciso con “un gigantesco passo in avanti verso la fascistizzazione dell’Europa, se non dell’intero mondo europeo, americano, ed asiatico di domani” . Più ancora che di Korsch, nuovamente, era stato il caso di Mattick, al quale, nel già evocato Concorrenza e monopolio, era parso chiaro che nel corso della guerra le ‘democrazie monopolistiche’ avrebbero finito col “copiare le forme organizzative e i metodi militari del totalitarismo” : “la risposta al totalitarismo è quindi ancora il totalitarismo [...] a prescindere da chi sarà il vincitore sul fronte militare, il mondo passerà dal monopolismo al totalitarismo, così come è precedentemente passato dalla concorrenza al monopolio” . La peculiarità di Bordiga, da questo punto di vista, era semmai il continuare a sostenere la tesi della progrediente trasformazione totalitaria anche a guerra ampiamente conclusa (pur restando indispensabile sottolineare come nel periodo compreso tra il 1945 e i primi anni Cinquanta la possibilità di un nuovo conflitto generale tra gli ex alleati della coalizione antifascista continuasse ad aleggiare assai minacciosa). In ogni caso, va sottolineato come una corretta comprensione della pregnanza e del rilievo dell’impostazione analitica or ora delineata in Bordiga contribuisca in modo significativo a rendere assai meno rilevante l’annosa questione dell’ammissibilità ‘etico-politica’ della tesi bordighiana della preferibilità, dal punto di vista dell’apertura di spazi rivoluzionari utilmente percorribili, della vittoria dell’Asse nel corso della guerra ai danni del più stabile e forte imperialismo anglo-americano. Come evidente da quanto sopra riportato, per Bordiga –al di là delle sue comunque inequivoche valutazioni sul senso delle istituzioni democratiche nelle società capitalistiche – non si dava in realtà nel dopoguerra una reale alternativa tra ‘democrazia’ e ‘totalitarismo’, ma semplicemente quella tra il predominio di una delle due costellazioni totalitarie e, semmai, nella migliore delle ipotesi, la risorgente istanza rivoluzionaria del proletariato. Oggettivamente poco di ‘criptofascista’ in tutto ciò, dunque, ma primariamente l’auspicio di un più rapido tracollo generale del sistema in tutte le sue centrali.
L’assunto in base al quale “la tendenza moderna” era “per la concentrazione totalitaria della gestione amministrativa non solo nazionale ma internazionale” si traduceva peraltro nei testi esaminati nell’immagine di un Welttotalitarismus votato a darsi concrete strutture organizzative e repressive di tipo unitario –ancorché a egemonia statunitense – miranti da un lato a tentare di cristallizzare e universalizzare i rapporti di brutale sudditanza maturati nel corso del conflitto tra le massime potenze imperialiste e i paesi da esse militarmente occupati con il ‘pretesto’ della loro ‘liberazione’; dall’altro a intervenire in senso controrivoluzionario contro ogni tentativo di sollevazione proletaria. Per quel che concerne l’‘agglomerazione’ dei piccoli stati attorno alle grandi potenze egemoni Bordiga delineava così i medesimi scenari ‘orwelliani’ che, da un lato, erano sembrati prevalere nell’anteguerra e, per alcuni versi, nel corso stesso del conflitto, dall’altro avevano trovato ampio spazio descrittivo-prescrittivo – ancorché con diverso segno sociologico – nelle già evocate affabulazioni rizziane e burnhamiane. Bordiga scriveva in proposito nel Tracciato d’impostazione di una “dittatura mondiale della classe capitalistica, assicurata da un organismo di collegamento dei grandissimi Stati che hanno ormai privato di ogni autonomia e di ogni sovranità gli Stati minori ed anche molti di quelli che venivano prima annoverati fra le «grandi potenze»”: “Questa grande forza politica mondiale esprime il tentativo di organizzare su un piano unitario l’inesorabile dittatura della borghesia, mascherandola sotto la formula di «Consiglio delle Nazioni Unite», e di «Organizzazione della Sicurezza»” . Ancora nel 1947, Bordiga scriveva di una “dittatura dei grandi agglomerati statali” capace di controllare “non solo i paesi vinti, ma gli stessi paesi alleati liberati dall’occupazione nemica”: “Gli Stati minori cadranno in un regime coloniale, non avranno né economia suscettibile di vita propria, né autonomia di amministrazione e di politica interna, e tanto meno apprezzabili forze militari suscettibili di libero impiego” .
In primo piano nella riflessione bordighiana appariva tuttavia la seconda delle funzioni storiche demandate all’Internazionale “centralista e totalitaria” delle forze del capitale: ovvero, “sotto la parola della repressione di un risorgere del fascismo”, il soffocamento di ogni eventuale tentativo rivoluzionario, allo stesso modo in cui nel secolo precedente la Santa Alleanza –l’‘Internazionale dell’assolutismo’– aveva operato contro le sollevazioni borghesi . Ancora nel 1949, malgrado l’ormai più che evidente polarizzarsi della situazione internazionale, nello stigmatizzare le iniziative del movimento dei ‘partigiani per la pace’ , Bordiga riproponeva la tesi della possibilità, “dopo ulteriori svolgimenti”, di “un sistema capitalistico organizzato in tutto il mondo in un complesso unitario, stato, soprastato o federazione [...], capace di mantenere la pace dovunque”, ovvero di concentrare “in una polizia mondiale di ferro a comando unico e col monopolio di tutti i mezzi di distruzione e di offesa” il mezzo per “strozzare ogni ribellione degli sfruttati” .
Secondo Bordiga – qui il punto – per il capitalismo, sul piano nazionale come su quello internazionale, gli ultimi trent’anni di guerre e rivoluzioni non erano trascorsi invano: “questa volta –scriveva nel 1947– la coalizione controrivoluzionaria mondiale si guarderà bene dall’abbandonare incontrollati i territori dei paesi vinti, ma vi instaurerà una guardia di classe internazionale, vi permetterà soltanto organizzazioni controllate ed amministrate, vigilerà, [...] per molti anni, ad impedire non già le pretese dittature di destra, ma qualsiasi forma di agitazione sociale” . Altrove scriveva ancora, significativamente, di un’umanità i cui destini erano nelle mani dei “pochissimi grandi Mostri di classe” rappresentati dai “massimi stati della terra”, imponenti “macchine di dominio” la cui strapotenza pesava “su tutti e su tutto” e “il cui accumulare senza mistero energie potenziali” preludeva, “da tutti i lati dell’orizzonte” e quando “la conservazione degli istituti presenti” lo avesse richiesto, “allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione” . I fantasmi dell’‘alleanza antiproletaria’ tra prussiani e ‘capitolardi’ francesi in occasione della repressione della Comune parigina, ovvero quelli dell’intervento degli eserciti stranieri contro la Russia bolscevica nella prima fase del potere rivoluzionario e dell’ancor più prossimo soffocamento nel sangue dell’insurrezione dei partigiani greci –con il tacito, ma evidente consenso sovietico – si intrecciavano così in Bordiga fino a delineare un quadro pantotalitario paradossalmente ancora più cacotopico nell’ipotesi di una sua dimensione pacificata. Significativamente egli definiva nel 1949 l’“eventualità della pace borghese” come “peggiore di quella del capitalismo generatore di guerre in serie fino al suo crollo finale”, qualificandola anzi come la prospettiva “più controrivoluzionaria ed antiproletaria” . Un’alternativa di gestione del sistema ben presente negli scritti bordighiani di questi anni e che in essi convive con quella di una possibile ‘terza guerra mondiale’, quest’ultima presto alimentata dalle tensioni connesse alla guerra di Corea. Merita di essere sottolineato, in ogni caso, come le possibilità della prospettiva “di governo internazionale totalitario del capitale” e “di compromesso” – a proposito del quale si è parlato di “ipotesi ultra-imperialista (di derivazione kautskiana)” – venisse peraltro posta da Bordiga in relazione diretta con l’opportunità per le potenze vincitrici “di attuare per lunghi anni proficui investimenti della accumulazione capitalistica follemente progressiva nei deserti creati dalla guerra e nei paesi che le distruzioni di essa hanno ripiombato dai più alti gradi dello sviluppo capitalista ad un livello coloniale” . Come noto, alla più parte degli osservatori e dei teorici del totalitarismo il nesso tra questo e la guerra era storicamente sembrato e continuava a sembrare un dato di evidenza, a maggior ragione dopo lo scatenarsi del secondo conflitto mondiale e, seppur per altro verso, nel contesto del dispiegarsi delle ideologie e del “clima manicheo e culturalmente mediocre” della guerra fredda, che evidentemente nell’area a egemonia statunitense si concentravano con insistenza sul ‘pericolo mondiale’ rappresentato dal ‘totalitarismo sovietico’ . La relativa razionalità di classe non conquistata dal totalitarismo-Behemoth e invece ben tutelata e raffinata dal totalitarismo-Leviathan faceva sì che in Bordiga quest’ultimo potesse invece sfociare in qualcosa di diverso –ancorché non meno cacotopico –, di un permanente bellum omnium contra omnes. Almeno sul breve. Il rilievo sui ‘proficui investimenti’ di cui sopra, infatti, configurandoli, almeno in una prima fase, come mera attività ‘di riempimento’ dei vuoti creati dalle distruzioni belliche, segnava peraltro in Bordiga anche i limiti storicamente e deterministicamente invalicabili del “piano unitario di organizzazione borghese” nel pur già presuntamente ‘nascente’ ‘super-stato internazionale’: “lo stesso ritmo vertiginoso che esso imprimerà alla amministrazione di tutte le risorse e attività umane, con lo spietato asservimento delle masse produttrici, ricondurrà a nuovi contrasti e a nuove crisi, agli urti fra le opposte classi sociali, e, nel seno della sfera dittatoriale borghese, a nuovi urti imperialistici tra i grandi colossi statali” . Proprio le guerre, in ultimo, restavano del resto “l’indispensabile quadro” in cui solo avrebbe potuto continuare ad attuarsi “l’accumulazione iniziale e successiva del capitale moderno”

5. Totalitarismo e riformismo

Nel quadro delle capacità di stabilizzazione che, quantomeno sul medio periodo, Bordiga riconosceva alle forme di riorganizzazione totalitaria in via di affermazione su scala planetaria spiccava peraltro un ulteriore elemento di rilievo su cui è opportuno soffermarsi. Lo stato totalitario si presentava infatti negli scritti bordighiani del 1945-53 anche come luogo storico della prosecuzione e anzi della più piena realizzazione delle tradizionali istanze del riformismo socialista. Bordiga muoveva in proposito dall’assunto secondo il quale il riformismo non si sarebbe estinto malgrado il ‘tradimento di classe’ del 1914 e malgrado il ‘duro colpo’ infertogli dalla rivoluzione d’Ottobre poiché il capitalismo ne necessitava ancora storicamente i servigi. Con l’avvento del fascismo la borghesia aveva infatti deciso “di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato, e nei suoi piani” onde evitarne qualunque possibilità di organizzazione e sviluppo autonomo e offrendo “come contropartita” l’inserimento nei propri programmi delle riforme “tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato” . E – il passaggio è di qualche rilievo – a differenza della democrazia borghese – nella quale pure riformisti e socialdemocratici avevano investito tutte le proprie speranze – secondo Bordiga il fascismo tali programmi ha davvero realizzato. Col che il rivoluzionario campano giungeva in sostanza a postulare una vera e propria specificità riformista delle forme totalitarie: in Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe affermava ad esempio esplicitamente, all’inizio del 1947, che “nel confronto tra la fase capitalistica di democrazia e quella di totalitarismo” la “somma dell’oppressione di classe” sarebbe stata maggiore nella prima poiché “il nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica, costituendo [...] una forma di autolimitazione del capitalismo”, conduceva “a livellare intorno ad una media l’estorsione del plusvalore”. Col che, affermava Bordiga, si andava ad adottare “i temperamenti riformistici propugnati dai socialisti di destra per tanti decenni” e si riducevano “le punte massime e acute dello sfruttamento padronale”. Ne conseguiva che se nella fase fascista “l’oppressione borghese di classe” aumentava “la proporzione di impiego cinetico della violenza rispetto a quella potenziale”, l’insieme della pressione sul proletariato non ne risultava aumentato “ma diminuito”. Anzi, sarebbe stata secondo Bordiga proprio questa la spiegazione del fatto che con l’avvento delle forme totalitarie “la crisi finale della lotta di classe” aveva subito “storicamente un rinvio”: “La morte delle energie rivoluzionarie è nella collaborazione di classe. La democrazia è una collaborazione di classe a chiacchere, il fascismo è collaborazione di classe in fatto” . La forma monopartitica e dittatoriale, sorta anche come coerente e strategicamente accorta risposta al nuovo ciclo della lotta di classe apertosi con il 1917, finiva in sostanza con l’imporre alla borghesia (o quanto meno a una parte di essa) una limitazione materiale allo sfruttamento “contenendo a grandi sforzi in un piano economico generale la speculazione capitalistica” al fine di meglio tutelare per altra via la stabilità di dominio del capitale nel suo insieme .
Si noti inoltre come il nesso tra totalitarismo e riformismo non appaia nei testi in esame come congiunturale o potenzialmente transeunte. Il ‘dramma’ del riformismo tradizionale sarebbe anzi consistito secondo Bordiga proprio nel non essersi saputo riconoscere “nei soli tentativi di ordinamento borghese che contenessero le sue classiche rivendicazioni” . In termini generali “l’aperta repressione delle avanguardie rivoluzionarie, e un tacitamento dei bisogni economici più impellenti delle grandi masse” – i due aspetti fondamentali “del dramma storico che viviamo”– si presentavano per Bordiga ormai storicamente come “condizione l’uno dell’altro”: “Più interventi, più regole, più controlli, più sbirri” .
Né la funzione del regime totalitario appariva rivolta, da questo punto di vista, esclusivamente alla repressione preventiva delle forze rivoluzionarie. In più d’un passo all’evocata dimensione ‘autolimitativa’ d’insieme del capitalismo nel senso di un contenimento coattivo delle pulsioni naturaliter predatrici e autoreferenziali dei singoli capitalisti sembrava peraltro in qualche modo sovrapporsi un più o meno esplicito riconoscimento dell’indispensabilità a tal fine di un’istanza politico-partitica unica, onde impedire agli interessi privatistici di manovrare arpagonicamente -ma anche miopemente – tra le presunte ‘maglie larghe’ del pluripartitismo. È ad esempio significativo in tal senso che, valutati positivamente i risultati della bonifica pontina attuata dal fascismo, riflettendo sulle possibilità di una seria riforma agraria postabellica Bordiga affermasse che essa avrebbe richiesto necessariamente “autonomia politica, forza militare e solido potere interno” quali strumenti imprescindibili per imporre al capitale il parziale miglioramento agrario . In termini ancora più espliciti, nel 1950, stigmatizzando il carattere velleitario del riformismo postfascista, Bordiga ne individuava la ragione nell’abbandono da parte dello stato italiano del “monopartitismo”, ovvero della “sola cosa” che rendeva possibili “moderni successi amministrativi” . Fagocitata dalle esigenze imprescindibili del capitalismo tra le maglie del sistema totalitario, in sostanza, per Bordiga, la prassi riformista non avrebbe mai più potuto emanciparsene: “i soli tentativi possibili di riformismo nel mondo di oggi sono a base politica totalitaria. Né il nazifascismo né lo stalinismo sono rivoluzioni, sono però seri riformismi ed hanno dato esempi probanti” . All’opposto, Saragat “e i suoi simili” –“col loro socialismo radicato nel feticcio dell’uomo libero e dell’individuo etico e giuridico”– “nel loro orrore dei totalitarismi” erano ormai per Bordiga “fuori della realtà, fuori della storia” .
Sono pagine, come si vede, nelle quali forse più che in altri casi paiono sovrapporsi elementi e istanze argomentative di tipo diverso. Bordiga, da un lato, anche in questo caso, condivideva tesi in qualche modo ‘nell’aria’ in parte delle sinistre eterodosse della diaspora marxista tra le due guerre. Il tema della possibilità per i sistemi totalitari – anche per quelli fascisti – di maturare nel tempo nella direzione di un reale elevamento delle condizioni di vita delle masse era stato ad esempio presente –ancora una volta – tanto ne La Bureaucratisation du Monde quanto in The Managerial Revolution. In Italia, del resto – Bordiga non poteva non saperlo –, non era mancata, tra il 1927 e il 1940, un’esperienza come quella del gruppo de «I Problemi del Lavoro» di Rinaldo Rigola che, tra le pieghe di un impossibile ‘fiancheggiamento critico’ nei confronti del regime, non aveva mancato di fornire a quest’ultimo continue e appassionate legittimazioni proprio in merito al tema ripreso da Bordiga nel dopoguerra: il fascismo –per l’occasione tuttavia gratificato, diversamente che nel nostro autore, di ampie connotazioni in senso ‘anticapitalista’– come realizzatore delle inadempienze e delle inconcludenze del riformismo dell’età liberale . Certo, quello che più impressiona è che Bordiga, pur riaffermando in modo netto il carattere univocamente capitalista e per vocazione controrivoluzionario ed oppressore del fascismo –in ciò distinguendosi nettamente dagli autori ora evocati – sembrava davvero credere, almeno in alcuni passaggi, al reale miglioramento delle condizioni di vita delle masse proletarie nel contesto del regime – e, si noti, il regime per come fu, il regime ‘reale’, non quello ‘immaginato’ come possibile o probabile dai vari Rigola, Rizzi o Burnham, che pure, sebbene in formule e gradazioni diverse, condividevano l’assunto bordighiano sulla capacità del totalitarismo di aumentare il tenore di vita delle masse rispetto al capitalismo. Ne emergeva non un’apologia (“dando a chicchessia l’epiteto di riformista – precisava in merito Bordiga – veniamo ad esprimergli il massimo dello schifo” ), ma certo un’immagine fortemente deformata della realtà della condizione dei ceti subalterni nel contesto dei regimi dittatoriali che solo in piccola parte si può tentare di spiegare postulando che in alcuni passaggi Bordiga si riferisse quasi ‘idealtipicamente’ al modello totalitario tedesco , che, effettivamente, per almeno una parte della propria storia, tentò di conciliare l’espansionismo imperialista colla difesa dei consumi al fine di tutelare il ‘fronte interno’ . In realtà – a meno di non voler ipotizzare una parziale permeabilità bordighiana ai temi di quella che fu certo anche una delle principali autorappresentazioni del regime fascista – da un lato si ha l’impressione di una forzatura almeno in parte legata alla necessità di spiegare ‘materialisticamente’ la capacità delle dittature di farsi ‘di massa’ e di stabilizzarsi integrando, ancorché in modo subalterno, almeno una parte del proletariato; dall’altro, è difficile sfuggire alla sensazione –in queste pagine peraltro forte più che altrove – di un Bordiga in qualche modo volto a privilegiare, più che non l’analisi dei regimi totalitari, la necessità polemica nei confronti dei partiti antifascisti (e in particolare di quelli di sinistra) e un’istanza quasi ‘esorcistica’ rispetto al possibile successo delle ipotesi di compatibilità democratica e riformista che di tali partiti guidavano strategicamente l’azione nel dopoguerra repubblicano. Per altro verso ancora, invece, va sottolineato come nelle pagine evocate Bordiga mostri di cogliere –pur nei limiti evidenziati – gli elementi di ‘modernizzazione’, ‘centralizzazione’ e ‘razionalizzazione’ –le virgolette appaiono comunque d’obbligo – che nei rapporti tra stato e società finirono con l’affermarsi, seppur contraddittoriamente, anche nell’Italia dell’entre-deux-guerres.

6. Sul totalitarismo ‘progressivo’

È in ogni caso a partire dalla lettura in senso gradualista-riformista della fenomenologia totalitaria che va letta la prima delle tre caratterizzazioni in senso ‘progressivo’ del totalitarismo – l’unica ad essere, per così dire, ‘capitalisticamente orientata’– che si possono individuare negli scritti di Bordiga qui in esame. In tal senso, in prima istanza, nell’accostamento tra i due lemmi va colto un evidente capovolgimento polemico della formula togliattiana della ‘democrazia progressiva’ come via gradualista (e agli occhi di Bordiga tout court riformista) attraverso cui giungere al socialismo nel contesto italiano . È a partire da questo dato e dalle già ricordate ‘tre fasi’ individuate da Bordiga nel ciclo dello sviluppo capitalista fin dai primi scritti del dopoguerra che si può intendere pienamente il senso dell’assunto in base al quale la corretta successione del decorso storico non era (né avrebbe potuto essere) “fascismo, democrazia, socialismo”, bensì “democrazia, fascismo, dittatura del proletariato”. Con tutte le conseguenze del caso per quei ‘progressivi’ e ‘gradualisti’ convinti non esser ancora storicamente venuta meno la necessità di contribuire all’ulteriore processo di sviluppo degli istituti sociali vigenti e ai quali non restava dunque – così Bordiga nel 1947 – “che aiutare il capitalismo a vivere la sua fase totalitaria”. Mentre per i marxisti rivoluzionari, all’opposto, il problema del sostegno al fascismo non si poneva affatto (in quanto essi dovevano essere sì ‘totalitari’ – e di questo si dirà più oltre –, ma, per l’appunto, ‘antiriformisti’), chi voleva essere “progressivo” avrebbe dovuto farsi “fascista” e quindi non prestare “il ben che menomo credito allo slogan della democrazia progressiva” .
Nelle restanti due declinazioni in senso progressivo dei lemmi totalitari nei testi bordighiani del periodo in esame essi vanno invece ad assumere il significato di ‘oggettivamente funzionale ai fini della realizzazione del comunismo’, andando così a lambire, rispettivamente, da un lato, il tema dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti interni alla classe dominante e, dall’altro, quello delle forme di centralizzazione del potere politico in rapporto ai futuri decorsi della lotta rivoluzionaria del proletariato. Quanto al primo aspetto, va innanzitutto ricordato come in nessun modo si possano riscontrare negli scritti di Bordiga valutazioni in senso anticapitalista dello statalismo fascista e più in generale del capitalismo di stato. Su di essi Bordiga ebbe invece costantemente posizioni nitidissime, individuandovi non una “subordinazione parziale del capitale allo Stato”, ma, all’opposto, un’“ulteriore subordinazione dello Stato al capitale”: una processo nel contesto del quale, anzi, “in quanto si attua una maggiore subordinazione del capitalista singolo all’insieme dei capitalisti”, maturerebbero un’ancor “maggiore forza e potenza della classe dominante” e una “maggiore soggezione del piccolo al grande privilegiato” . Non a caso – specificava ancora Bordiga – la teoria proletaria considerava “lo Stato borghese politico-economico un nemico più sviluppato, agguerrito e feroce dell’astratto Stato puramente giuridico” e similmente ne perseguiva “la distruzione” .
E, tuttavia, se non scalzava il capitalismo, quantomeno, il totalitarismo, come già si è sottolineato, ne accompagnava un nuovo rigoglio. Con toni che ricordano il Manifesto marx-engelsiano del 1848 nell’apprezzamento della centralizzazione capitalistica inesorabilmente progrediente sulle rovine del frazionamento feudale , Bordiga –pur scrivendo, all’opposto dei suoi maestri, in tempi di piena controrivoluzione– affermava che l’inesorabile evolversi del mondo moderno verso “forme sempre più severe di controllo dall’alto” e “di impastoiamento e di soffocazione di ogni iniziativa o autonomia periferica da parte di mostruosi centri monopolistici di organizzazione” non andava giudicato dai marxisti “sub specie aeternitatis per gridare allo scandalo, ma appunto analizzato come l’evolversi dei modi di essere del mondo capitalistico, e non tanto dei rapporti tra borghesi e proletari, che furono e restano di spietata oppressione, ma tra borghesi e borghesi” . È questa la novità storica che più pare attirare l’attenzione di Bordiga: col fascismo, infatti, la borghesia “si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica” , si è data cioè “una coscienza collettiva di classe” , trasformando sempre più i legami tra i suoi elementi “da una vantata pura solidarietà ideologica, filosofica, giuridica, in una unità di organizzazione per il controllo dello svolgimento dei rapporti sociali” . Dando vita in tal modo, col fascismo, a una dittatura nella classe, la borghesia da un lato tentava così di procrastinare la propria fine (e in qualche modo, come si è detto, secondo Bordiga vi riusciva), ma, nello stesso tempo, continuava a sviluppare coordinamento, pianificazione e centralismo a vantaggio della ventura società comunista: nella quale appunto la “centralizzazione amministrativa economica e produttiva” non solo non sarebbe stata abolita, ma anzi, spiegava il rivoluzionario campano, ancor più avrebbe giganteggiato “in contrapposto al disordine caotico della produzione borghese” nella forma di una nuova e più piena razionalizzazione tecnica. Non a caso, specificava ancora Bordiga in polemica con le ipotesi anarchicheggianti e proudhoniane di una futura organizzazione sociale del lavoro sulla base di entità produttive autonome e decentralizzate, l’“involucro borghese fu condannato, assalito e distrutto non perché accentrava con offesa al principio di autonomia, ma proprio perché oramai impediva lo sviluppo razionale della generale centralizzazione delle attività produttive” . Pur nelle sue insanabili contraddizioni capitalistiche, tuttavia, per Bordiga, da questo punto di vista, col totalitarismo –si potrebbe dire parafrasando Engels – vi era ‘movimento’, il mondo ‘camminava’.
Un altro motivo di sollecitazione nel senso di una caratterizzazione in senso ‘progressivo’ degli sviluppi economici del capitalismo nella sua fase totalitaria risiedeva del resto nella già evocata presuntamente elevata capacità di rendimento. Vale la pena al proposito di ricordare come nella prima parte di Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe, nell’agosto del 1946, dopo aver negato che con l’avvento del capitalismo e col successivo svolgersi della società borghese si fossero fatti largo nella storia minor oppressione e minor sfruttamento, Bordiga aggiungeva che “il criterio discriminante per appoggiare o combattere uno svolgimento storico” non era quello, “inconsistente e vanamente letterario”, se si era conseguita “più eguaglianza, più giustizia, più libertà”, ma l’altro, “totalmente diverso e molte volte opposto”, di chiedersi se la nuova situazione aveva “favorevolmente avviato e promosso lo sviluppo di più potenti e complesse forze produttive a disposizione della società” . Così, se il clima della democrazia politica non serviva più “all’ulteriore incremento delle energie produttive capitalistiche” , proprio “il gettito della zavorra liberale” sembrava invece permettere al capitalismo “l’inarrestabile corso di una nuova espansione”: non a caso Bordiga affermava che “la superiorità storica relativa” del riformismo sovietico rispetto a quelli socialdemocratici stava proprio nel suo totalitarismo, appunto “progressivo perché pianificatore e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico, e perché non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali” . In merito, vale forse la pena di sottolineare come anche in questo caso il rivoluzionario campano, coscientemente o meno, finisse in realtà con l’andare ad arricchire delle proprie tesi una riflessione e un dibattito su natura e senso del totalitarismo non circoscrivibili al solo quadro italiano dell’immediato dopoguerra. Rilevato ciò, merita di essere evidenziato come gli esempi ‘a sinistra’ di determinazione in senso appunto progressivo del totalitarismo non sembrino essere stati molti, anche al di là delle frontiere nazionali. L’esempio più nobile e forse più utilmente accostabile a Bordiga è probabilmente quello di Ante Ciliga, il rivoluzionario croato (ma di cittadinanza italiana) dapprima avvicinatosi all’opposizione trockista e in seguito –dopo l’arrestato in Unione Sovietica nel 1930 e nel corso dei sucessivi cinque anni di detenzione – giunto a mettere in discussione non solo Trockij, ma lo stesso Lenin: fino a definire l’Urss –come appunto avrebbe affermato nel suo testo più importante, Au pays du grand mensonge, pubblicato a Parigi nel 1937– un “regime totalitario” a capitalismo di stato e dominato da una classe burocratica liberticida e predatoria, e, tuttavia, ai suoi occhi ancora qualificabile come “relativamente progressista” . Sempre nella seconda metà degli anni Trenta anche Trockij, peraltro, ancorché in modo indiretto e contraddittorio, aveva finito col sovrapporre, nelle proprie valutazioni sulla natura sociale dell’Urss, il “regime totalitario” staliniano e il carattere comunque storicamente ‘progressivo’ attribuito al sistema sorto con la rivoluzione d’Ottobre –lo ‘stato operaio degenerato’– in quanto ‘tappa intermedia’ in transizione tra capitalismo e socialismo. Si noti che tanto in Ciliga quanto in Trockij in ogni caso la potenzialità progressiva del totalitarismo concerneva –e peraltro non senza riserve – la sola realtà sovietica, non certo quella delle dittature fasciste . È invece ancora nel già evocato Rizzi de La Bureaucratisation du Monde che il carattere ‘anticapitalista’ e ‘produttivisticamente progressivo’ del totalitarismo sovietico andava a contaminare in senso ‘protosocialista’ il totalitarismo nazista e fascista (passaggio invece assente in Burnham che, come noto, con il best seller del 1941 aveva invece esplicitamente postulato l’irrealizzabilità del socialismo).
La seconda accezione ‘socialisticamente progressiva’ delle dinamiche e delle formule totalitarie riscontrabile nei testi bordighiani affonda le proprie radici nella convinzione del rivoluzionario campano che il “grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione” fosse consistito non solo nel deprecare “questa potente conversione del capitalismo” in senso totalitario “come un movimento revocabile nella storia”, ma soprattutto “nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria [...] avrebbe presentato dinanzi all’avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non come regressiva”. E poiché per Bordiga il capitalismo non sarebbe potuto ‘morire’ senza aver espedita la fase dittatoriale, “lottare per il rinvio di questo palesarsi delle opposte energie sociali di classe” era tutto lavoro “svolto soltanto a favore del sopravvivere del regime capitalistico” . Di fronte all’abbandono da parte della borghesia di quella democrazia che, come si è visto, per Bordiga era stata per eccellenza il suo strumento di affermazione storica, quello più specificatamente ‘di classe’, la risposta del proletariato non doveva essere quella di raccattare l’“arma frusta e spuntata” dell’avversario e di combattere con essa un’antistorica battaglia per delle ‘libertà’ che mai in realtà gli erano appartenute : la corretta prospettiva rivoluzionaria presumeva, al contrario, che “la fase totalitaria borghese” esaurisse rapidamente il suo compito e soggiacesse poi “al prorompere rivoluzionario della classe operaia” . Uno degli aspetti che Bordiga maggiormente mostrava di apprezzare nelle forme dittatoriali fasciste stava anzi proprio nel fatto che esse gli sembravano contenere, “in edizione borghese”, “la dialettica affermazione della nostra visione della storia e la realizzazione dello schieramento antagonista delle classi sociali su due fronti unitari” . Non a caso in La controrivoluzione maestra Bordiga affermava che “per grazia di Dio” anche in Inghilterra e Stati Uniti si sarebbe giunti presto “al «fascismo»” . Laddove cioè la democrazia pareva a Bordiga per vocazione sempre potente e pericoloso veicolo di integrazione e di ‘fornicazione’ interclassista, il fascismo, organizzando in una gerarchia unitaria politica e sociale le un tempo sparse ad anarcoidi forze della borghesia, pareva invece favorire con ‘pregevole’ evidenza e ‘sincerità’ quella polarizzazione dicotomica indispensabile ai fini dell’‘assalto al cielo’ proletario e al buon esito dello stesso. È anche in tal senso che Bordiga poteva dunque così sintetizzare in modo metaforicamente efficace le proprie posizioni: “Inferno: democrazia parlamentare. Purgatorio: regime borghese di polizia. Paradiso: dittatura del proletariato” . Si può affermare in proposito che la “gioia rivoluzionaria” di Bordiga di fronte al fascismo veniva dunque dalla propedeutica polarizzante che gli sembra recare con sé il dominio manifesto dell’esecutivo, in una prospettiva nella quale si poteva forse sperare che quel tanto di surplus di integrazione materiale garantito a suo giudizio dal riformismo fascista potesse in qualche modo, almeno in parte, essere contrastato dal fattore politico-ideologico dell’‘oggettivo’ disvelamento della natura dittatoriale del capitalismo –antidoto totalitario, verrebbe da scrivere, ai veleni della collaborazione di classe presuntamente alimentata dal non meno totalitario neoriformismo borghese.

7. Bolscevismo e totalitarismo

Come già si è potuto cogliere dalle citazione poc’anzi riportata sul carattere ‘progressivo’ del sistema sovietico, Bordiga, in ciò in consonanza con tanta parte del coevo antistalinismo di sinistra, non esitava ad applicare il concetto di totalitarismo all’analisi della Russia sovietica . In primis, alla sua versione staliniana , rispetto alla quale si registrano anzi accezioni e ‘apprezzamenti’ sostanzialmente paragonabili a quelli delineati nelle pagine precedenti in merito ai regimi totalitari fascisti. Bordiga scriveva ad esempio nel 1946 di un regime ‘non proletario’ la cui “forma centralizzata e totalitaria” appariva ciononostante “più moderna di quella sorpassata e agonizzante della democrazia parlamentare” . Altrove Bordiga riconosceva anzi esplicitamente ai sovietici, malgrado il necessario e generale rinculo verso forme borghesi in economia, il merito “di avere stracciate le vesti a miss Democrazia” in politica: “meglio se la riducete senza il due-pezzi, di cui fa orribile e nauseosa mostra per tutto il «mondo libero». Non avete saltato il capitalismo perché non era possibile. Avete saltata per sempre la libertà borghese: solo risultato buono” . Simile, per altro, come già si è accennato più sopra, anche il nesso delineato, sempre a riguardo del regime staliniano, tra totalitarismo e riformismo come pure la sua caratterizzazione economica nel senso di una forma di ‘capitalismo di stato’ (o anche di ‘industrialismo di stato’) .
A rendere – ancora una volta – originale e degna di particolare interesse la riflessione bordighiana non sono però solo gli elementi ora evocati, bensì l’estensione della caratterizzazione in senso totalitario del sistema sovietico anche al periodo leniniano e, anzi, alla stessa dinamica rivoluzionaria: l’Ottobre del 1917 aveva segnato infatti per Bordiga, positivamente, proprio la “vittoria della rivoluzione totalitaria russa” e la successiva instaurazione dell’auspicata “dittatura totalitaria dei lavoratori” . Dunque, con un radicale e spregiudicato capovolgimento di senso semantico, negli scritti bordighiani in esame il totalitarismo sembrava annettersi pervasivamente la stessa dinamica emancipatrice: certo, come ovvio, andando ad indicarne la programmaticamente transeunte fase repressiva antiborghese più che non i successivi decorsi nel senso dell’estinzione dello stato. Il passaggio, tuttavia, non appare privo di pregnanza e arricchisce di un ulteriore e non scontato tassello la storia delle fortune del concetto di totalitarismo nella sua applicazione alle vicende sovietiche. Con una serie di ulteriori implicazioni e specificazioni connesse al fatto che, come è noto, Bordiga, nell’affermare quanto ora esposto, non criticava, né ripudiava affatto Lenin –come invece parte dell’antistalinsimo aveva finito col fare di fronte alla degenerazione del regime sovietico. Nulla a che vedere, dunque, ad esempio, con i toni polemici del Ciliga che pure, in modo formalmente simile, nel 1937 aveva esplicitamente attribuito a Lenin l’introduzione nel paese di “un regime totalitario e burocratico” ; né alcuna concessione in Bordiga nel senso delle più moderate (ma non per questo meno importanti) autorevisioni del Trockij de La rivoluzione tradita (testo in cui il rivoluzionario russo si era spinto a sostenere – pur continuando a considerare progressivo lo ‘stato operaio’ malgrado la degenerazione burocratico-totalitaria – la necessità della restaurazione in Urss della ‘democrazia sovietica’ sulla base della libertà di più “partiti sovietici”) . In linea con tale atteggiamento, lo stesso Trockij, peraltro, nell’incompiuta biografia di Stalin cui stava lavorando quando venne assassinato nel 1940, aveva retrodatato al 1919 il farsi largo all’interno del partito bolscevico di una tendenza alla centralizzazione che ora gli appariva – ma il senso dell’aggettivo era appunto critico e autocritico – come “sicura precorritrice del totalitarismo” . Alla lettera dei testi bordighiani non era dunque, in ogni caso, il muoversi in una prospettiva ‘totalitaria’ a segnare il discrimine tra Lenin e Stalin, tra rivoluzione e controrivoluzione: il totalitarismo legava anzi da questo punto di vista le due politiche e le due fasi della storia russa senza rivelarsi un dato decisivo per una valutazione in positivo o in negativo delle stesse: e lo stesso valeva del resto in Bordiga per l’ugualmente comune – almeno in termini generali – base socio-economica, come noto condannata, in assenza di rivoluzione in Occidente, alle strette di uno sviluppo in senso capitalista. Da questo punto di vista, si noti, è forse anche la centralità attribuita da Bordiga al fattore internazionale nel determinare le sorti della rivoluzione russa a portarlo a non prendere in sostanza in eccessiva considerazione la questione del peso delle dinamiche interne di coazione e repressione in senso liberticida e a permettergli la riproposizione di una semmai ancor più radicalizzata determinazione bolscevica in senso monocratico. Fallita la prospettiva della rivoluzione internazionale – qui il punto – nessuna dittatura proletaria, per quanto totalitaria, poteva per Bordiga in realtà sopravvivere in Russia . A datare dalla fine della lotta rivoluzionaria dell’Internazionale, abbandonato dalla storia alla sua dimensione nazionale –presto carpita e spregiudicatamente rilanciata in positivo da Stalin con la formula del ‘socialismo in un paese solo’–, il totalitarismo sovietico aveva dunque di necessità dovuto mutare di direzione e segno politici . La ‘cattiva’ continuità nazionale russa –con le sue esigenze di non più eludibile sviluppo in senso capitalista – aveva cioè finito per Bordiga con l’avviluppare il ‘buon’ totalitarismo leniniano strappandolo alla discontinuità della rivoluzione internazionale, trasformandolo così, da totalitarismo proletario-rivoluzionario (un concetto che, a differenza di quello di ‘democrazia proletaria’, poteva a buon titolo trovare spazio nel sistema concettuale e lessicale bordighiano) in totalitarismo borghese-controrivoluzionario-‘progressivo’ . Del resto la dialettica tra ‘continuità’ e ‘discontinuità’ è forse uno dei nodi centrali attorno ai quali si costruisce –ancorché in modo problematico – l’utilizzo bordighiano del concetto di totalitarismo.
Ciò posto, qui merita ancora di essere sottolineato come, a partire da queste premesse –e, ancora, da un contesto internazionale condizionante e presunto come irreversibilmente avviato, come si è visto, verso forse di universale centralizzazione –, non stupisce che Bordiga potesse concludere che la soluzione del ‘nodo russo’ non sarebbe potuta che avvenire –quando i tempi fossero maturati– su un medesimo terreno totalitario: come nitidamente postulato fin dal Tracciato d’impostazione, di fronte agli sviluppi del regime nato dalla Rivoluzione d’Ottobre non andava infatti in alcun modo avanzata la rivendicazione “del ritorno della Russia alle forme di democrazia parlamentare interna, in dissoluzione in tutti i paesi moderni”, bensì, all’opposto, proprio quella “del risorgere anche in Russia del partito rivoluzionario comunista totalitario” . Né, come ovvio, si tratta di indicazioni valide per il solo contesto sovietico. Appariva infatti un principio marxiano e leniniano, a giudizio di Bordiga, quello che postulava che la rivoluzione, come era “per eccellenza un processo violento”, così era “sommamente un fatto autoritario totalitario e centralizzatore” . Di più: “la dittatura della classe lavoratrice – scriveva altrove Bordiga – è il mezzo per sopprimere tutte le classi e i predominii. Lo Stato totalitario non è un mistico traguardo ma un mezzo inevitabile” .
Non è un caso, da questo punto di vista, che nel 1951 Bordiga procedesse, quasi ‘didatticamente’, a una sorta di ‘totalitarizzazione’ della Comune (e di quella di Parigi come di quella di Pietrogrado…): “Nella teoria e nella politica abbiamo difeso la esistenza e la necessità, contro le forme del potere capitalistico di classe, democratiche o imperiali, dello Stato non solo, ma altresì della polizia, dell’esercito e di un ingranaggio esecutivo proletari. Su ciò nessuna esitazione teorica. La Comune di Parigi come quella di Pietrogrado erano Stati, autoritari e centralizzati al massimo” . Non a caso, non mancava l’immagine – provocatoria, ma inaccettabile solo se assolutizzata ed estrapolata dall’insieme del discorso bordighiano – di un “Marx autoritario, statalista e centralista” ; né mancava, in polemica contro l’‘anticentralismo’ titino, l’esplicita rivendicazione per la ventura dittatura proletaria mondiale di “metodi più rigorosi” di quelli dello Stalin postbellico desideroso di conservare la pax capitalistica: “L’abbiamo rotta con Stalin. E abbiamo scelta l’autorità” .
Il tutto, infine, sia detto di passaggio, non senza l’implicazione di paradossali, ma comunque possibili e dunque anche rivelativi interscambi e intrecci tra ruoli e autorappresentazioni. Ossia: chi, come i corifei dello stalinismo (che, come noto, mai accetteranno di definirsi ‘totalitari’, rifiutando un concetto ai lori occhi figlio della guerra fredda e della propaganda d’Oltreoceano ), pratica il totalitarismo nel nome del socialismo facendo del primo un fine e del velo del secondo un mezzo per il consolidamento del proprio potere ne rifiuta l’etichetta, mentre chi non può, ma desidererebbe praticarlo, seppur congiunturalmente, facendone un mezzo per un fine autenticamente socialista –come appunto è il caso di Bordiga – vi si riconosce entusiasticamente anche dal punto di vista identitario e lessicale. Senza che in tutto questo, peraltro, vi sia ovviamente alcuna concessione alle autoassoluzioni (e autopromozioni) staliniane sulla necessità del continuo rafforzamento dello stato (in vece dell’estinzione prevista dai classici) in parallelo ai progressi del socialismo : segni sufficientemente nitidi, invece, degli ‘effetti di trascinamento’ di tempi davvero ‘orwelliani’ su vite, linguaggi e produzioni teoretiche e ideologiche. Non dunque un tentativo di calare il reale in schemi prefissati , ma, al contrario, il retroagire del presente – proprio peraltro di ogni sguardo storico non infecondo – sulla teoria e sulle relative letture del passato.

8. Totalitarismo e bonapartismo

Negli scritti bordighiani postbellici il concetto di totalitarismo andò peraltro a intrecciarsi con un altro concetto chiave nell’ermeneutica marxista degli sviluppi politico-istituzionali dell’Europa dell’entre-deux-guerres, quello di bonapartismo . Elaborato e utilizzato da Marx ed Engels in forme e formule ricche e non sistematiche –e dunque soggette a possibili slittamenti interpretativi e a sfrangiature in più direzioni – il concetto di bonapartismo, quando era stato ripreso, negli anni Venti e Trenta, in aree ‘eterodosse’ e lontane del marxismo ossificato di matrice terzinternazionalista per cercare di decifrare la natura dei nuovi regimi autoritari in via di affermazione sulla scena europea, aveva finito con l’oscillare tra specificazioni di senso talora opposto che dei contesti socio-politici analizzati avevano di volta in volta messo in rilievo il carattere progressivo o quello regressivo, la prevalenza di elementi dinamici o statici, l’indipendenza dell’esecutivo dalle classi o il suo profondo ancoramento in specifici strati sociali, la centralità del ruolo dell’esercito e della politica estera o quella dell’assestamento interno e dello sviluppo socio-economico. Sono tutti elementi con i quali, direttamente o indirettamente, la stessa riflessione bordighiana – privilegiando peraltro spesso il riferimento agli elementi costitutivi della categoria concettuale alla sua evocazione formale-letterale – finì imprescindibilmente con il confrontarsi in modo originale e tutt’altro che infecondo.
In Bordiga vi fu in primis, da questo punto di vista, un frequentissimo riferimento innanzitutto al primo Bonaparte. In proposito, come già si è in parte rilevato nelle pagine precedenti, il rivoluzionario campano proponeva una lettura in senso ‘napoleonico’ delle guerre mondiali del XX secolo. Il nesso empirico-teorico tra sconfitte in campo politico-militare e vittorie in campo sociale che Bordiga aveva fatto proprio – al punto da farne il cardine della propria lettura della seconda guerra mondiale e dei suoi attesi sviluppi pantotalitari – trovava infatti negli esiti delle campagne di Napoleone il modello ideale e preferito : dove il córso, tuttavia, è opportuno sottolineare ancora, non rappresentava tanto il pur riconosciuto e positivamente valutato dispotismo interno ed esterno , il soffocamento della rivoluzione o quello delle nazioni occupate dalle truppe francesi, bensì l’incedere del progresso storico. Qui il solo senso del paragone bordighiano col totalitarismo contemporaneo. Napoleone non era infatti stato che l’“esecutore della rivoluzione borghese sul continente” ovvero un “magnifico utensile dell’avanzata del Capitale” . Esecutore, si noti, e non affossatore. Non a caso Bordiga non avrebbe mancato di affermare – con una certezza appena mitigata da un “forse” a inizio periodo – che “le ombre di Robespierre e Danton” avevano aleggiato “sui campi di Austerlitz” . Il che peraltro, come appunto si rilevava, non aveva ‘incatenato’ la rivoluzione storicamente matura alle sorti del suo principale propagatore. Una volta spezzate su scala continentale nella congiuntura rivoluzionario-napoleonica le precedenti forme feudali, che la vittoria fosse arrisa a francesi o prussiani era ormai infatti a giudizio di Bordiga comunque “l’inesorabile divenire capitalistico che avanzava” . La stessa rivoluzione borghese – che pure altrove sarebbe stata caratterizzata come l’ultima tra quelle ‘personalistiche’ – nel suo internazionalizzarsi aveva dunque potuto infine fare a meno del suo stesso principale strumento umano. Il che già anticipava un dato costante delle letture bordighiane in chiave bonapartista (come del resto dell’insieme del suo materialismo storico): la declinazione in chiave appunto ‘non personalistica’.
Un secondo ordine di riferimenti nei testi del rivoluzionario campano alle esperienze bonapartiste concerneva invece non il primo ma il secondo impero, che, pur ovviamente riconosciuto come ‘reazionario’, veniva senza incertezze definito, con Engels, una ‘forma moderna di Stato’, tanto in termini relativi – rispetto cioè alle forme feudali – quanto assoluti. La modernità – che era anche attestazione di continuità, da questo specifico punto di vista, tra primo e secondo bonapartismo – stava innanzitutto nell’essere un regime nel quale il capitale era stato “molto bene al calduccio” . Anche nel commentare Engels che, come noto, aveva definito bonapartista il Reich tedesco sorto dopo la vittoria sulla Francia del 1870, Bordiga specificava del resto che tali regimi (e non solo quello bismarckiano) sembravano “avere una rete burocratica e militare più potente delle classi” – significativamente uno dei pochi accenni al tema negli scritti bordighiani esaminati –, ma avevano invece per fondamento proprio “il divenire imponente del capitalismo” . Non su questo terreno andranno dunque interpretate le affermazioni di Bordiga esplicitamente contrarie all’identificazione tra Napoleone III e Mussolini – qui a simbolo di tutti le dittature fasciste – che pure ritornavano negli scritti postbellici . Il rifiuto del paragone era infatti finalizzato esclusivamente a contestare la tesi, indirettamente attribuita al Pci, della necessità di un’alleanza interclassista per sconfiggere il fascismo sulla base del fatto che Marx ed Engels avevano sperato nella sconfitta di Napoleone III nel 1870: Bordiga sottolineava in proposito come l’alleanza di questi con lo zar fosse stata certo ‘reazionaria’, ma il regime del primo non veniva qualificato come tale perché feudale – come invece il secondo –, ma primariamente perché attore di una politica estera che oggettivamente rallentava l’unificazione nazionale e borghese della Germania (e in ultimo della stessa Italia) . Posta la comune natura modernamente borghese, dunque, del bonapartismo come del fascismo, a impedire analoghe soluzioni politiche era dunque in Bordiga la valutazione di un contesto capitalistico internazionale completamente diverso, con l’ormai avvenuto passaggio dall’epoca delle guerre progressive e di unificazione nazionale – che il proletariato poteva appoggiare – a quella delle guerra imperialiste –che invece, leninianamente, andavano trasformate in guerra civile contro la propria borghesia.
La rievocazione del regime di Luigi Bonaparte ai fini della decifrazione dei moderni sviluppi politico-istituzionali in senso fascista si ebbe, in ogni caso, in particolare in due testi usciti in sequenza su «battaglia comunista» nell’estate del 1951: Libidine di servire e Farina, festa e forca. Nel primo Bordiga scriveva esplicitamente che le ‘idee napoleoniche’ del secondo e controrivoluzionario Napoleone potevano utilmente servire “ai big imperiali di oggi, a tutti i cinque indistintamente” (ovvero ai leader di Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia e Cina). In termini sintetici Bordiga definiva anzi esplicitamente i moderni “ultracentri” statali come “strutture gigantesche, con tutti i caratteri napoleonici”: “gerarchie immense di troupiers, di ronds-de-cuir, di flics e di chierici, reti inestricabili che avvolgono il mondo in una gara spietata di parassitismo”. Se, come Bordiga riassumeva icasticamente fin dal titolo del secondo dei testi evocati, era appunto la triade metaforica “farina, festa e forca” a chiarire l’essenza del nuovo e del vecchio bonapartismo, lo specifico delle relative “idee napoleoniche” chiariva la portata non meramente evocativa, ma teoretica di ciascuno degli elementi richiamati. La prima tra esse si presentava nella ricostruzione del rivoluzionario campano come “idea sociale” e di “distribuzione della proprietà in piccoli lotti”: “illuso di fondare il suo potere personale sulla base sociale dell’interesse delle classi contadine egli [Napoleone III] non fa che servire la grande borghesia e la concentrazione capitalistica che procederanno, gettandolo da parte, nella non meno schiavista Terza Repubblica. Questa idea dello sminuzzamento della terra agraria si riproduce identica come idea di ripartizione parcellare di ricchezza, di benessere e di vantaggi omeopatici tra i lavoratori e i produttori, in tutti i piani di riforme strutturali in circolazione per l’agricoltura, l’industria, il pubblico impiego e così via, sotto i nomi di previdenza ed assistenza sociale, di cedoletta, pensionetta, casetta, e magari automobiletta per il proletario, siano questi piani il vanto di Mussolini, di Hitler o di Franco, delle democrazie dei piccoli paesi dalla Nuova Zelanda alla Finlandia, o il succo vero dei programmi sociali di Truman, Mao, Attlee e Stalin. Pioggia di piccole gocce di benessere sulla sete di voi piccoli: prima napoleonica idea di tutti i Big” . Si noti peraltro come, mutatis mutandis, la funzione di erogazione di risorse da parte dello stato qui evocata a fini di alimento e consolidamento del sistema non venisse peraltro declinata esclusivamente nei confronti delle masse e prevalentemente a fini di acquisizione di consenso ‘politico’, bensì anche nei confronti degli stessi capitalisti e con finalità immediatamente economiche. La già evidenziata piena subordinazione del capitalismo di stato agli interessi borghesi veniva declinata in Farina, festa e forca in termini più concreti che andavano a completare – con toni che solo formalmente sembravano ricordare le tradizionali polemiche liberiste contro l’interventismo economico – l’immagine di un potere ab imis ‘prostituito’ agli interessi complessivi e sfaccettati del capitale: “I capitalisti privati [al sorgere del capitalismo] erano bamboletti e non potevano mangiare da soli: succhiavano alle innumeri mammelle della pubblica amministrazione. Fatti adulti hanno ostentato di procurarsi il pasto colle loro sole forze. Ma se provava a farlo chi non era «figlio di mamma», erano dolori. Ora i capitalisti sono vecchi e sdentati individualmente, ma il capitalismo è di centuplicato potenziale; ed è ridiventato palese che esso è un sistema immenso di succhiatoi, sporgenti dal seno mostruoso di questo moderno Mammone: lo Stato” .
La seconda delle ‘idee napoleoniche’ destinate a trionfare nel mondo postbellico era secondo Bordiga – come ovvio da tutto quanto evidenziato più sopra – “quella del Governo forte ed illimitato”: un governo poggiante su una "burocrazia enorme, ben gallonata e ben nutrita” –“neoplasma, cancro dell’organismo sociale”– e che, concretandosi in un pieno accentramento statale, si presentava al rivoluzionario campano –con Marx– quale “forma definitiva [...] di quel potere di Stato che, chiamato in vita dalla società borghese come strumento della emancipazione dal feudalesimo, aveva tramutata la società borghese completamente sviluppata in uno strumento per asservire il lavoro al capitale”. In connessione con tali elementi Bordiga evocava qui il tema della preponderanza dell’esercito: “punto culminante”, specificava, tanto “delle idées napoléoniennes” stigmatizzate da Marx quanto “di questo mondo 1951”. Bonapartismo e totalitarismo – quest’ultimo pur qui non invocato formalmente – si fondevano così significativamente nelle citazioni marxiane e nelle relative chiose bordighiane: “«Questo potere, con le sue mostruose organizzazioni burocratiche e militari, con il suo esteso ed artificiale meccanismo governativo, con un esercito di mezzo milione di impiegati accanto ad un altro di mezzo milione di soldati, questo terribile ingombro di parassiti, avvince come in una soffocante membrana il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori». Noi, che siamo nei pori della società moderna, ben sappiamo tutti che sotto e sopra l’acqua, sulla terra e nell'aria, ad ogni passo e svolto per le vie della città e i solchi della terra, le propaggini di questa membrana stringono, premono e soffocano tutto”.
La terza ‘idea’, infine, consisteva nello sfruttamento dell’“influenza dei preti quale mezzo di governo”: “Tutti i grandi poteri di oggi, anche quelli che hanno per tradizione una lotta contro le chiese, hanno rifatto largo alla religione ed ai culti, si capisce in quanto inquadrati come ingredienti dell’apparato di potere e, se occorre, della rete di polizia” . Si noti come tale sottolineatura del ruolo assegnato alla religione nella triade dei caratteri bonapartisti non debba peraltro apparire un segno di ‘provincialismo’. Certo, la realtà italiana, nei primi anni del dopoguerra - la “repubblica dell’aspersorio” stigmatizzata nel 1949 – poteva da questo punto di vista velare più facilmente di altri l’incedere di nuove forme di condizionamento ideologico-culturale nei confronti delle masse in un contesto comunque in via di crescente secolarizzazione, ma in più testi Bordiga mostrò in realtà di cogliere appieno il maturare di ‘nuove’ forme di ‘imbonitura’. Fin dal già citato Farina, festa e forca, nel definire la sostanza storica della seconda nell’essere geneticamente strumento della “gestione dell’ordine sociale”, nonché “simbolo di schiavitù sociale” e “momento della azione di guida dei popoli da parte di classi ed istituti dominatori”, Bordiga affiancava significativamente alla parate ‘pretesche’ quelle militari e aggiungeva che se panem et circenses era stato il “compenso primitivo” fornito ai legionari dell’imperialismo romano, il presente esigeva “sandwiches e Hollywood’s vamps” . Anche in merito all’interessato “festarolismo dei big” – appunto strutturalmente destinato ad accompagnarsi e anzi a fondersi con l’esplicita repressione di classe –, in ogni caso, il paragone tra regimi fascisti e “modello del Secondo Impero” era convinto ed esplicito .
Non è di secondario rilievo, peraltro, ai fini del presente discorso, il fatto che in Bordiga non mancassero anche applicazioni del concetto di bonapartismo al regime sovietico. Si noti, tuttavia – diversamente, come si è visto, da quanto avveniva per quello di totalitarismo –, alla sola fase staliniana e non a quella leniniana. Il senso del paragone stava, per molta parte, in quanto si è detto più sopra rispetto al nesso tra bonapartismo e capitalismo. Un passo de La controrivoluzione maestra –anch’esso un testo del 1951 – merita una citazione più ampia dell’usuale: “Il capitalismo in Russia non ha avuto né fasi eroiche né ebbrezze ideologiche e filosofiche, se non nei circoli di pochi smarriti intellettuali. Come ha accettato di essere tenuto a balia dall’autocrazia, così vive oggi, elefantiaco, e cresce ancora, nella serra di un bonapartismo statolatra e totalitario irto di sbirri e di divisioni. Solo che mentre il bonapartismo del grande Napoleone era sulla più alta cresta di un’ondata rivoluzionaria, ed era allora la più ardente punta della storia europea, questo russo di oggi è la retroguardia di un esercito non vinto, ma che marcia tuttavia con le spalle rivolte al fronte. Dalla rivoluzione permanente esso non vuole andare alla guerra permanente! Se forse le ombre di Robespierre e Danton aleggiarono sui campi di Austerlitz; non erano più quelle di Lenin e di Trockij sulle ridotte di Stalingrado. Tanto è vero che si leva oggi la consegna capitolarda al proletariato mondiale: pace permanente!” . La contrapposizione tra Napoleone e Stalin postulata nel passo appariva da un lato di grande rilievo per il suo essere incentrata proprio sulla dimensione – come si è già evidenziato sempre decisiva nelle analisi bordighiane – della politica estera, dall’altro, tuttavia, nell’insieme della riflessione del rivoluzionario campano, delimitata e non assolutizzabile. Nel contesto della ‘doppia rivoluzione’ russa la discontinuità controrivoluzionaria e bonapartista richiamata nel testo era infatti evidentemente postulata rispetto alla rivoluzione proletaria, mentre rispetto a quella borghese prevaleva evidentemente – qui il punto – la continuità. Come bene evidenzia il passo citato, il bonapartismo staliniano era infatti anche ‘la serra’ in cui poteva crescere e fortificarsi – e in prospettiva grandeggiare – un capitalismo costretto dalla storia russa a farsi ancora largo, nel XX secolo, tra elementi di economie precapitalistiche e feudali . Da questo punto di vista, come è stato opportunamente notato, Stalin diventava in Bordiga una “sorta di corrispettivo russo di Robespierre e in pari tempo di Napoleone” . Ma anche, si potrebbe aggiungere, sulla scorta di alcuni passi engelsiani, dello stesso Bismarck, in un compendio articolato di significati che rendevano il bonapartismo staliniano ad un tempo controrivoluzionario (in senso politico nei confronti della rivoluzione proletaria tentata nel 1917), rivoluzionario (nei confronti delle forme di produzione precapitaliste) e riformista (nel senso della prima delle ‘idee napoleoniche’ di cui sopra). In nessun caso, si noti, il ricorso al concetto di bonapartismo implicava in quanto tale ‘restaurazioni’ del capitalismo rispetto a presunte ‘fughe in avanti’ in senso socialista. La base sociale del bonapartismo appariva a Bordiga, per l’appunto, ineluttabilmente borghese e nei confronti della rivoluzione proletaria il concetto esprimeva semmai una evoluzione/involuzione politica: è per questo che, a differenza di quanto si è visto a proposito del concetto di totalitarismo, un ‘bonapartismo proletario’ sarebbe apparso a Bordiga come un non senso. Delle tre anime del bonapartismo poc’anzi evocate, in ogni caso, solo l’ultima, quella riformista, avvicinava in realtà in qualche modo Stalin a Napoleone III. Non a caso, da questo punto di vista, mentre a Luigi Napoleone –“prototipo del «battilocchio»” e “precursore di tutti i Big cartapestacei” – potevano essere paragonate figure come quelle di Mussolini e di Hitler , lo stesso per Bordiga non era possibile fare con Stalin: “Stalin è ancora il pollone di un ferreo ambiente anonimo di partito che costruì sotto non accidentali spinte storiche un moto collettivo, anonimo, profondo. Sono reazioni della base storica, e non casi fortuiti della bassa corsa al successo, che determinano lo svolto traverso il quale in una fiamma termidoriana lo stuolo rivoluzionario dovette bruciare sé stesso, e sebbene un nome può essere un simbolo anche quando una persona non conta nulla per la storia, il nome di Stalin resta come simbolo di questo straordinario processo: la forza proletaria più possente piegata schiava alla rivoluzionaria costruzione del capitalismo moderno, sulla rovina di un mondo arretrato ed inerte” .
Il tutto rimanda peraltro a un ulteriore elemento delle letture in senso bonapartista presenti nei testi bordighiani e che ne esige la chiara caratterizzazione, come già si accennava, in senso ‘antipersonalista’: da qui la polemica esplicita contro le teorie del cesarismo e dello stesso bonapartismo laddove applicate in contrapposizione al metodo del materialismo storico . In polemica contro ogni teoria dell’individuo, più o meno geniale, come creatore di storia, Bordiga sottolineava che, così come nel dopoguerra dopo la scomparsa dalla scena politica internazionale di due grandi del pari di Roosevelt e Churchill in sostanza ‘nulla era mutato’ nel processo storico, anche nell’ambito del Terzo Reich la persona di Hitler non aveva rappresentato che “un fattore superfluo del potente inquadramento nazista di forze”, mentre anche “l’altro impressionante apparato energetico del Giappone” si era basato “su caste e su classi senza un capo personale”. A tempo debito, anche il regime sovietico, specificava ancora, avrebbe imparato a fare “benissimo a meno” di Stalin . I “Duci contemporanei” non erano dunque agli occhi di Bordiga che “pezzi simbolicamente notevoli” mossi sullo scacchiere della storia da forze cui non avrebbero potuto comunque sottrarsi: strumenti e non agenti, oggetti e non soggetti dello sviluppo storico . Tale aspetto della riflessione bordighiana – in dichiarata polemica con gli strumenti di ‘mobilitazione ideologica’ della borghesia che invece a suo giudizio proprio sull’accentuazione del ruolo (positivo o negativo) dei ‘grandi uomini’ puntavano ai fini del traviamento delle masse proletarie da metodi e fini del marxismo –, con la riduzione in senso funzionale-strumentale del ruolo storico dei ‘big’, configurava così lo stesso totalitarismo, nel suo stesso intreccio con il bonapartismo, come anonimo. Restava, in sostanza, più il totalitarismo concettualmente latente nella jüngeriana Totale Mobilmachung del 1930 che non quello della “feroce volontà totalitaria” rivendicata ai fascisti da Mussolini quando nel 1925 aveva per la prima volta utilizzato il lemma : totalitarismo ‘di cose’, se si vuole, più che di “onnipotente volontarismo” . In linea, se si vuole, da questo punto di vista, con la stessa Arendt oltre che con Trockij . Lo stesso positivo totalitarismo del partito rivoluzionario – quello del 1917 come quello della ventura rivoluzione mondiale – era, come noto, del resto ampiamente caratterizzato da Bordiga in senso anti-individualistico e, appunto, ‘anonimo’.

9. Oltre Trockij

Al di là di questo specifico aspetto, peraltro, riguardo al senso d’insieme e alla ollacazione storica da dare al ricorso alle categorie del bonapartismo fin qui evocate vale la pena di sottolineare come, anche in questo caso, alle riflessioni bordighiane non fossero mancati precedenti illustri nell’ambito del comunismo eterodosso dell’entre-deux-guerres. Senza potersi qui soffermare nel dettaglio delle singole letture, sarà tuttavia opportuno evocare i dati analitici principali di alcune tra le più rilevanti al fine di meglio contestuallizzare e porre in rilievo la specificità della lettura e della riproposizione del concetto operata da Bordiga dopo il 1945. Come noto, a ricorrere all’analogia tra fascismo e bonapartismo era ad esempio stato August Thalheimer, che era stato tra i fondatori del Partito comunista tedesco e che da questo era stato però espulso nel 1929 per ‘destrismo’. Nel saggio apparso sulla rivista dell’opposizione comunista «Gegen den Strom» agli inizi del 1930 con il titolo Sul fascismo – saggio nel quale pure, come è stato notato, apparivano centrali l’attenzione alle precondizioni e ai meccanismi di accesso al potere più che non l’individuazione di affinità tra il regime di Napoleone III e quello fascista – Thalheimer aveva appunto individuato nel fascismo una forma di bonapartismo sorta a ridosso di una sconfitta proletaria dalle conseguenze di lunga durata e sulla base della necessità della borghesia di rinunciare all’autogestione del potere usualmente condotta attraverso le forme parlamentari. Al pari di quanto avrebbe fatto Bordiga, Thalheimer postulava la necessità per la borghesia stessa di essere “socialmente «salvata» e politicamente amministrata” dal fascismo , ma si soffermava in specie sull’alterità sociologica rispetto ad essa del ceto politico fascista postulando un vero e proprio ‘annientamento’ del dominio politico della borghesia stessa in favore dell’esecutivo. Come in parte si è già evidenziato, il tema della crisi di rappresentanza, appunto centrale in Thalheimer, si risolveva tuttavia in Bordiga in un sostanzialmente lineare adeguamento delle sovrastrutture alla crescente concentrazione e centralizzazione dei mezzi di produzione –un processo nel corso del quale, come si è visto, il partito e lo stato fascista provvedevano primariamente a coordinare e gerarchizzare a livello sovrastutturale la borghesia stessa (e, in subordine, nei termini evidenziati, lo stesso proletariato). Non a caso, da questo punto di vista, in Bordiga il partito fascista – del quale pure riconosceva talora la capacità di mobilitazione anche di altri strati sociali – restava essenzialmente qualificato come “partito unitario borghese”: e anche laddove il rivoluzionario campano riconosceva la non assolutizzabilità dei pur prevalenti processi osmotici tra personale politico fascista e tradizionale personale politico borghese, significativamente rilevava che, anche quando col tempo destinato ad essere esautorato dal primo, il secondo “storicamente mai avrebbe cambiato strada”, perché cambiarla a tempo “avrebbe significato rinunziare al sabotaggio della rivoluzione” . Non dunque, nella sostanza, il partito fascista ‘dei plebei’ teorizzato nel 1936 da Daniel Guérin – allora socialista di sinistra vicino al trockismo – nel tentativo di conciliare totalitarismo e stabilizzazione bonapartista del fascismo , né, all’opposto, la ‘catastrofe delle classi’ e la plebe atomizzata e amorfa intraviste da Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo, ma unicamente una variante centralizzata dei precedenti partiti parlamentari della borghesia. La scarsa fortuna in Bordiga del tema delle possibili tensioni tra la borghesia e la “banda di parassiti” delle organizzazioni di partito e di stato fasciste evidenziate anche da Thalheimer va del resto contestualizzata rispetto al diverso obbiettivo polemico delle rispettive analisi: Bordiga non reagiva infatti solo agli schematismi del Pci sul carattere ‘feudale’ del regime fascista, ma si trovava anche – e, per alcuni versi, forse soprattutto – nella necessità di contrastare le tesi sulla ‘nuova classe’ maturate, come si è accennato, tra parte delle stesse sinistre antistaliniste tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta. In un tale contesto, concessioni alla pur relativa ‘autonomia’ di esecutivi e burocrazie non potevano non apparire al rivoluzionario campano come passibili di interpretazioni ambigue destinate ad aumentare la dispersione e la confusione nell’ambito delle stesse esili sinistre internazionaliste . A distinguere il bonapartismo thalheimeriano da quello bordighiano non mancavano peraltro ulteriori elementi di non minore rilievo, quali la sottolineatura nel primo dell’essere il fascismo non l’unica e ultima forma possibile di dittatura del capitale, ma solo una tra quelle possibili – appunto quella maturante dopo una sconfitta operaia –, potenzialmente destinata a lasciare nuovamente spazi a forme di autoamministrazione parlamentare e, in ultimo, vincente non ovunque, ma solo in paesi non certo “alla testa dello sviluppo capitalistico” .
Più ancora delle pagine di Thalheimer assume peraltro rilievo, in riferimento al presente discorso, la ricchezza di sfaccettature che il riferimento al bonapartismo andò ad assumere negli scritti di Trockij. Tre, in sostanza, i campi di applicazione del concetto negli scritti del rivoluzionario russo: i governi borghesi privi di sostegno parlamentare tipici delle fasi di crisi degli stati democratico-liberali, i regimi fascisti e il sistema sovietico degenerato sotto il dominio staliniano. Nel primo senso la categoria del bonapartismo, nel suo rimandare ad un ‘punto di equilibrio’ tra contrapposti soggetti in lotta, era ricorsa in Trockij innanzitutto, come è stato notato, “come griglia interpretativa valida a inquadrare le forme politiche delle fasi di transizione tra due sistemi sociali” : in tal senso fu così ad esempio applicato ai governi Kerenskij in Russia, Giolitti, Facta in Italia, Brüning, Papen e Schleicher in Germania, Dollfuss in Austria, Doumergue, Flandin, Laval e Sarraut in Francia . Nel corso degli anni Trenta a Trockij una fase bonapartista di equilibrio tra le classi in lotta era così finita con l’apparire come “un elemento ineliminabile della fisiologia della rivoluzione”, un “punto medio” nel quale la “parabola calante” di una classe s’incontrava con il processo di maturazione e di ascesa di un’altra: le condizioni per il bonapartismo si sarebbero cioè create – nel contesto della teoria della generale ‘decadenza’ del capitalismo cui Trockij restava legato – “all’interno di ogni processo di dissoluzione della società liberal-democratica” , qualunque ne fossero stati gli esiti ultimi. Il bonapartismo appariva così come forma della transizione –un vero e proprio “ponte” (tra la democrazia e il fascismo ovvero tra la democrazia e il bolscevismo), come lo stesso Trockij lo definì nel 1935 . “Tregua politica”’, “intervallo” e sorta di pausa di fronte a un bivio, ma anche ‘crisi’ nel senso etimologico del termine in quanto periodo pienamente “prerivoluzionario” o “prefascista” , il bonapartismo trockiano, in questa accezione, pareva così constare di un’esistenza ‘statica’ che, nel suo essere destinata a risolversi in un assetto sociale e politico nuovo (la dittatura proletaria o quella fascista), rivelava tuttavia un’essenza ‘dinamica’. Manovrando politicamente fra i due campi in lotta – proletariato e fascismo – onde evitarne la collisione armata e tutelando al contempo gli interessi economici e sociali della classe dominante, il bonapartismo dei governi di transizione poteva vivere tuttavia solo finché si fosse prolungata l’acutezza degli antagonismi sociali, ovvero finché fosse durata la “temporanea e reciproca neutralizzazione” di rivoluzione e controrivoluzione : l’‘equilibrio’ della transizione non poteva che essere un intermezzo geneticamente impossibilitato a cristallizzarsi indefinitamente proprio per il necessario mutare nel tempo dei rapporti tra le forze in campo . La polemica contro l’identificazione terzinternazionalista tra i governi borghesi extraparlamentari e il fascismo – laddove per Trockij i primi precedevano lo scontro decisivo tra le classi mentre il secondo ne sanzionava gli esiti – si accompagnava tuttavia anche da parte dello stesso rivoluzionario russo, come si accennava, all’applicazione del concetto all’analisi tanto dei processi di fascistizzazione quanto delle forme di gestione del potere nell’ambito dei regimi fascisti. Per Trockij il fascismo condivideva con il bonapartismo classico il fatto di potersi giovare di una piccola borghesia in stato di crisi, socialmente e politicamente frammentata, ma spontaneamente portata a reagire ad essa – a fronte di un ‘difetto di egemonia’ del proletariato – in forme reazionarie e regressive che la borghesia utilizzava infine per la stabilizzazione autoritaria della società. In termini analoghi a quanto era accaduto con l’ascesa di Luigi Napoleone, anzi, era stata per Trockij proprio la capacità del fascismo di mobilitare masse al di fuori dell’élite tradizionale del potere desiderose di veder rappresentati i propri interessi a determinare l’opzione della borghesia in suo favore . Esauritasi la spinta rivoluzionaria delle masse che aveva reso esangue il bonapartismo di transizione e sanzionata la loro sconfitta con l’avvento del fascismo, quest’ultimo finiva esso stesso col trasformarsi in “dittatura militare-burocratica di tipo bonapartista” : secondo Trockij per tutelare gli interessi del capitale finanziario esso si trovava infine costretto ad abbandonare “la demagogia sociale reazionaria” e a mettere “il bavaglio alle masse” piccolo-borghesi che lo avevano seguito, perdendone così il sostegno. In tal modo, perdendo la propria base sociale di massa, costretto ad appoggiarsi all’apparato burocratico e a ‘oscillare fra le classi’, il fascismo si trasformava esso stesso in bonapartismo in senso proprio , ossia un bonapartismo borghese di nuovo tipo dotato di maggiore stabilità politica e trionfante – come potere fattosi marxianamente ‘autonomo’– “sulla sconfitta delle masse proletarie e sulla delusione e la demoralizzazione di quelle piccolo-borghesi” . Quanto all’applicazione della categoria del bonapartismo al contesto sovietico, se l’accusa era stata a suo tempo usata dagli stalinisti contro lo stesso Trockij, questi non aveva mancato di interrogarsi sulle possibili analogie fra il regime personale di Stalin e il bonapartismo fin dal 1928 e, attorno al 1934-35, era infine giunto alla conclusione che il primo non costituiva che una variante ‘proletaria’ del secondo, ovvero la sua traduzione “nel linguaggio dello Stato sovietico” . A fronte dell’arresto del processo rivoluzionario in Occidente, del contrasto insanabile tra lo ‘stato operaio’ e l’accerchiamento capitalista, dell’esaurimento della classe operaia russa e del sempre maggior numero di contraddizioni etnico-nazionali e soprattutto sociali all’interno della società sovietica , per Trockij in Urss – analogamente a quanto era avvenuto nella Francia postrivoluzionaria sotto il primo Napoleone – si era innescata una dinamica di progressiva autonomizzazione – qui il cuore dell’analogia – della burocrazia statale e partitica dalla propria base sociale. Stalin personificava appunto la funzione arbitrale e di mediazione assunta dalla burocrazia e, così come il bonapartismo napoleonico-borghese aveva posto sotto la propria tutela con metodi ‘non borghesi’ i rapporti di produzione capitalistici garantendone la continuità, allo stesso modo la burocrazia staliniana aveva espropriato politicamente il proletariato per difenderne (ancorché ‘con i propri metodi’) le conquiste sociali . Significativo, peraltro, il fatto che Stalin venisse in tale contesto analitico paragonato non a Napoleone III (“espressione già di una decadenza della società borghese”), ma al primo Bonaparte, anch’egli usurpatore di una rivoluzione e anch’egli investito “del ruolo storico di garantire le basi materiali del nuovo regime sociale” . Per Trockij, dunque, a differenza di come sarebbe stato per Bordiga, il bonapartismo non rivelava, in sé stesso, una specificità di classe ed egli, ferma restando la primaria necessità teorica e politica di continuare a difendere il carattere ‘operaio’ dello stato sovietico, mantenne sempre ferma la sottolineatura del carattere almeno tendenzialmente socialista della società su cui Stalin aveva innestato il proprio potere e del carattere assolutamente borghese di quelle in cui si manifestavano tanto il bonapartismo dei governi di transizione quanto quello fascista. I governi bonapartisti diversi da quello sovietico furono così, naturalmente, sempre a chiare tinte qualificati da Trockij come governi “della grande borghesia” , espressione della “parte più forte e risoluta degli sfruttatori” e “del capitale finanziario” . Quello che a Trockij premeva nell’utilizzo del concetto di bonapartismo era dunque impostare un’analogia tra processi e dinamiche, non certo individuare convergenze in materia di natura sociale. Per alcuni versi si potrebbe anzi dire che il concetto di bonapartismo servisse a Trockij anche per affermare che il carattere dittatoriale dei regimi analizzati, malgrado il travolgimento delle rispettive e ‘naturali’ forme democratiche (la democrazia borghese per i paesi capitalisti, la democrazia operaia per l’Urss), non ne poteva alterare in alcun modo i rispettivi contenuti di classe. Dietro l’adozione della categoria del bonapartismo da parte di Trockij non vi era dunque –a differenza che in Bordiga– in alcun modo l’adesione a una teoria della convergenza: semmai, anzi, proprio l’individuazione di uno strumento analitico adeguato a difendere, per altra via – teoretica, oltre che politica – la specificità sovietica. A questo fine Trockij optava per un concetto dalla tradizione nobile come il bonapartismo, variamente aggettivato e aggettivabile, pensato come capace di rendere conto delle similitudini sovrastrutturali tra i diversi regimi e al contempo di esprimere l’irriconciliabilità delle rispettive sostanze sociali. Come noto, tuttavia, le analisi di Trockij (che, dal punto di vista politico ed etico, non lasciavano ovviamente margini ad ambiguità di sorta) proprio dal punto di vista teoretico finivano con l’evidenziare vuoti e salti logici di non secondario rilievo . Dei tre bonapartismi esaminati due – quello borghese non fascista e quello sovietico – indicavano, ad esempio, nel bene o nel male, fasi di transizione: nel primo caso si trattava di una fase politica ineludibile nella disgregazione della democrazia borghese, nel secondo, certo, similmente, una forma politica transitoria, ma anche l’involucro di una corposa e ben più duratura transizione sociale. I due piani, quello politico e quello sociale, per l’Urss si sovrapponevano, pur senza coincidere. Era questo certo uno dei nodi principali delle contraddizioni del trockismo: il loro convivere era, per alcuni versi, ineludibile e, per altri, accidentale, transeunte e innaturale. Mentre il potere della burocrazia staliniana appariva infatti una forma politica transitoria all’interno di una transizione sociale (una forma degenerata destinata ad essere travolta dall’attesa rivoluzione politica interna), il regime di transizione, lo ‘stato operaio’, era per Trockij, nei fatti e nella teoria revisionata dai fatti stessi, una nuova tappa dell’evoluzione storica con caratteristiche sociali non inedite nella loro singolarità, ma specifiche nel loro combinarsi (la convivenza tra forme di produzione socialiste e forme di distribuzione capitaliste); era una corposa “fase preparatoria” incuneata tra capitalismo e socialismo che, resasi indispensabile per il consolidamento della rivoluzione in un paese arretrato e per la sua mancata vittoria nei paesi avanzati, pareva ormai destinata a durare, anche nell’ipotesi di un crollo completo del capitalismo mondiale, “ancora per tutto un periodo storico” . Nel rapporto tra progresso e reazione, il sistema sovietico restava una fase progressiva dello sviluppo storico. All’opposto, i governi borghesi di transizione erano apparsi a Trockij espressione di un “bonapartismo in decadenza”, appunto paragonabile a quello di Napoleone III, ben diverso, in tal senso, da quello del primo Impero, il bonapartismo “giovane, aggressivo” “dell’ascesa della borghesia” cui il rivoluzionario russo – al pari di quanto avrebbe fatto Bordiga – invece paragonava appunto il regime staliniano . Certo, per Trockij nel caso dei fascismi, non si trattava ovviamente di regimi progressivi: essi – a differenza di quello del primo Napoleone e di quello di Stalin – non consolidavano le conquiste di una rivoluzione, ma di questa anzi impedivano l’affermazione. E tuttavia, lo stesso riconoscerli (a differenza del bonapartismo incompiuto, labile ed evidentemente asfittico dei governi di transizione) come possibile alternativa storica mondiale quantomeno di medio periodo alla vittoria del socialismo ovvero l’ammetterne la capacità di farsi soggetti vittoriosamente concorrenziali rispetto ad esso sul piano dell’egemonia sociale (ad esempio verso la gioventù o verso la piccola borghesia) rivelavano evidenti faglie della teoria: malgrado la continuamente ribadita paralisi, decadenza e agonia del capitalismo che essi andavano a proteggere, Trockij nei fatti doveva riconoscere che i regimi fascisti erano soggetti, al pari dell’Urss, ‘vitali’ (oltre che aggressivi) e capaci di durare. Certo Trockij poteva ribadire di continuo e con pur raffinati distinguo il senso dell’‘instabilità’ dei diversi bonapartismi che sbarravano la strada alla rivoluzione –“l’instabilità del regime attuale della Germania dipende dal fatto che le sue forze produttive hanno superato da tempo le forme della proprietà capitalista. L’instabilità del regime sovietico, al contrario, è dovuta al fatto che le sue forze produttive sono ancora ben lungi dall’essere all’altezza della società socialista” –, ma nel contesto della seconda metà degli anni Trenta e dell’inizio degli anni Quaranta non stupisce che le sue tesi potessero essere lette più come esorcismi che come analisi scientifiche. Certo, dinamismo e capacità di tenuta ed espansione non implicavano immediatamente un riconoscimento di ‘progressività’, ma in una filosofia della storia di ispirazione marxista un ‘anacronismo’ di tale spessore e rilievo storico non poteva durare. Esso premeva con una forza a lungo non riconosciuta dallo stesso Trockij sulla teoria. Realtà e concetti interagivano brutalmente e, come composti in soluzione, si scambiavano di continuo elementi e aggettivi. La materialità delle cose e l’evidenza della dinamicità pantotalitaria finivano con l’incidere subliminalmente sulla teoria, contribuendo a deformarla, a incrinarne la compattezza rassicurante e a sfrangiarne in qualche modo la nettezza di presupposti e conclusioni. Il ricorrere ad un medesimo concetto per tratteggiare la natura dei contemporanei e impellenti spazi sociali e geografici riconosciuti come battistrada del progresso (lo ‘stato operaio’) e della reazione (i regimi fascisti) finiva con lo sbiadire subliminalmente le pur puntuali precisazioni trockiane sulle differenze tra primo e secondo bonapartismo. Il ‘dover essere’ progressivo del regime sovietico – posti i limiti del tentativo trockiano di distinguere tra il bonapartismo della burocrazia come tale e le basi dello ‘stato operaio’– regalava così potenzialmente frammenti di progressività all’immagine dell’‘essere’ del bonapartismo fascista. Uno o più dei pilastri della riflessione trockiana – l’irredimibile agonia del capitalismo, la natura progressiva e anticapitalista del bonapartismo sovietico, la natura regressiva e capitalista di quello fascista – dovevano cadere. Vuoti e aporie erano destinati ad essere variamente –anche e se non sempre legittimamente – rilevati e colmati, nel magmatico e dinamico contesto ideologico dell’entre-deux-guerres dai già evocati ex-trockisti Rizzi e Burnham. Lo stesso Trockij, nel settembre del 1939, pur tentando di restare ancorato al marxismo e alle speranze di un’imminente rivoluzione mondiale che desse ragione al proprio ottimismo della volontà ‘rimettendo la storia a posto’, non avrebbe mancato di fare concessioni – ancorché solo per via ipotetica – ai propri critici, arrivando a non escludere in via di principio la possibilità, nel caso che la guerra non si fosse conclusa con la rivoluzione, dell’avvento di una fase – si noti – di declino e decadenza della civiltà nel cui ambito la democrazia borghese sarebbe stata ovunque sostituita da forme totalitarie e nella quale il potere sarebbe passato nelle mani “di una nuova classe sfruttatrice” emergente “dal seno della burocrazia bonapartista fascista” .
La riflessione bordighiana, nel suo incrociare i concetti di totalitarismo e bonapartismo, fu, come si accennava, certo indirettamente figlia anche del travaglio teorico e politico che qui si è evocato. Bordiga superò l’impasse della teoria che aveva portato Trockij a scrivere che per la Russia “non c’era altra via verso il progresso che la distruzione del capitalismo” . Per entrambi il bonapartismo staliniano consolidava nei fatti la rivoluzione, solo che mentre per Trockij consolidava gli elementi innovativi introdotti da quella proletaria lottando ad un tempo contro la comune reazione capitalista-feudale e contro… lo stesso proletariato , per Bordiga – con evidente maggiore coerenza logica – lo faceva eliminando progressivamente i residui premoderni e sottoponendo il proletariato russo al ‘naturale’ sfruttamento capitalistico. Il bonapartismo, in Trockij, del resto, non poteva in nessuna delle sue declinazioni farsi espropriatore dei mezzi di produzione (in Unione Sovietica perché essi erano già stati espropriati, nei paesi capitalisti per genetica sudditanza nei confronti del capitalismo privato), mentre in Bordiga esso poteva senza salti qualitativi coincidere con forme di capitalismo di stato più o meno integrali. Negli scritti del rivoluzionario campano, peraltro, il concetto di bonapartismo – pur privo di quella che Engels aveva definito “la condizione base del moderno bonapartismo” (l’esistenza cioè di un ‘equilibrio’ tra borghesia e proletariato) –, guadagnava dall’intreccio con quello di totalitarismo in stabilità e virulenza storica, superando quell’immagine di “regime di crisi” che, come si è accennato, esso aveva mantenuto in Trockij. In quest’ultimo, del resto, la base dell’instabilità bonapartista-totalitaria era del resto data, come si è accennato, proprio dalla mai ripudiata caratterizzazione in senso rivoluzionario dell’epoca apertasi con il 1917 e con la relativa sottolineatura della perdurante ancorché latente ‘potenza di classe’ del proletariato quantomeno sul medio periodo, laddove Bordiga non avrebbe avuto incertezze nel fare, come si è visto, proprio dell’inquadramento delle masse proletarie nelle strette del riformismo fascista e stalinista –al di qua e al di là del 1945– uno dei segni e al tempo stesso dei cardini della stabilità e della possanza della controrivoluzione totalitaria. Forzando un poco il senso dei testi, si potrebbe anzi quasi affermare, in proposito, che nel Bordiga postbellico la questione della base sociale di massa del moderno bonapartismo – risolta dagli altri autori evocati facendo riferimento vuoi ai contadini, vuoi alla piccola borghesia, vuoi a strati plebei e declassati – venisse almeno in parte risolta (esclusa l’attribuzione di una vera centralità storica al “servidorame basso e vile” pur fornito dallo “spregevole ceto medio” alla borghesia all’atto dello scatenamento dell’offensiva antiproletaria dopo la prima guerra mondiale ) proprio a partire dalla constatazione del pieno asservimento alle forze della controrivoluzione delle stesse masse proletarie. La rilevanza in tal specifico senso della dimensione di massa nelle costruzioni bonapartiste era del resto talora esplicita: nel già evocato Libidine di servire il “fatto storico” che dava il diritto “di rinvenire un parallelo” tra i poteri dei ‘Grandi’ del mondo contemporaneo e i caratteri ‘napoleonici’ individuati da Marx era proprio indicato nel “grande movimento” in cui le masse venivano “obbligate e spinte” ad appoggiare il possibile ‘Patto di pace’ tra le cinque principali potenze, ovvero proprio “la spinta di autosottomissione della classe proletaria, provocata coll’offa illusoria della pace”: atto ‘contro natura’ dal punto di vista della futura rivoluzione, secondo Bordiga, e dai possibili effetti “di incalcolabile durata storica”, a tutto profitto del “basso spregevole e putrescente bonapartismo di oggi, e dei tanti bonapartismi di oggi” .
È quest’ultima, in qualche modo, un’ulteriore specificazione del senso del ricorso alla categoria del bonapartismo in Bordiga in merito alle strutturazioni politiche e sociali postbelliche che finiva con l’assumere declinazioni multiformi – e tuttavia convergenti – nel ricollegarsi a più tasselli della riflessione del rivoluzionario campano: la denuncia dell’antifascismo interclassista e dello stessa esperienza resistenziale (letti entrambi come ideologie di asservimento delle forze di classe agli interessi delle borghesie nazionali e internazionali ); l’impressione di una rivelativa continuità, al di qua e al di là della guerra e delle formule ideologiche, dei meccanismi di condizionamento attraverso perfezionate tecniche di propaganda e comunicazione di massa ; il ruolo dei partiti ‘opportunisti’ nel riportare le masse ai “caporali senza soldati” della borghesia democratica attraverso la presentazione del dualismo tra antifascismo e fascismo come “più profondo di quello tra borghesia e proletariato” .
In tutto ciò, peraltro, la riflessione bordighiana evocava indirettamente una specifica declinazione ‘democratico-plebiscitaria’ del bonapartismo che era ad esempio stata trattata da Michels quando, nel 1911, ne La sociologia del partito politico, aveva sottolineato come il bonapartismo avesse “sempre buone probabilità di successo presso le folle imbevute di sentimenti democratici” perché le lasciava “nell’illusione di rimanere padrone dei propri padroni” e di eleggere davvero da sé i propri capi . Il tema – che in Bordiga sembrava talora, paradossalmente, almeno da un punto di vista formale, sfiorare toni non solo antipartitici, ma quasi antipolitici – veniva così sviluppato, seppur in genere in forme estemporanee e senza nitide codificazioni teoriche, nei termini di un’acre polemica, perennemente riproposta, contro essenza e realtà del pluripartitismo repubblicano – la “buffonesca canea – nelle sue stesse parole – dei partiti multipli e dei multicolori scribi dell’ambiente parlamentaristico” : una polemica della quale la già rilevata sottolineatura del carattere velleitario del riformismo postfascista era in realtà solo uno dei numerosi tasselli. Malgrado, come si è visto, l’interventismo statale coincidesse sempre e strutturalmente per Bordiga con il dominio della speculazione capitalistica, egli non aveva infatti esitazioni nel sottolineare come unicamente con “un solo partito all’amministrazione” “fesserie, sciupii, speculazioni illecite, carrozzoni affaristici” avrebbero potuto “essere ridotti ad un minimo” (“pur restando lo scopo essenziale dei capi borghesi di tipo moderno”): laddove, all’opposto, il sistema multipartitico non sarebbe mai stato in grado di “tagliare le unghie agli industriali” . Nel 1951, in Piena e rotta della civiltà borghese, Bordiga stigmatizzò in modo ancor più esplicito l’illusione che il ritorno alla “esteriore democrazia pluripartitica” potesse sfociare in una migliore amministrazione, “laddove era chiaro che doveva condurre ed ha condotto ad una amministrazione peggiore”: “Allorché il monopartitismo fascista ha ceduto il posto ad un pluripartitismo ignoto alla stessa Italia giolittiana, alla perfetta Inghilterra modello di costituzionalismo, e così via [...] il male si è aggravato” . Né si trattava peraltro della sola denuncia della corruzione e del clientelismo, bensì di un’unilaterale evidenziazione del prevalere tra le file delle forze antifasciste –governative o di opposizione – di ogni genere di carrierismo ed opportunismo , ma anche di ‘doppiezza’ e di artata propagazione della menzogna nei confronti delle stesse masse organizzate, in disprezzo di ogni valore e coerenza etica, politica e teorica . In tal senso non era ad esempio solo un’implicita riproposizione del modello leniniano di partito l’affermazione dai toni vagamente esorcistici sull’inesistenza in Italia dei “tre partiti proletari di massa” surrettiziamente evocati in ambito pciista per legittimare la strategia togliattiana della collaborazione sindacale e politica con democristiani e socialisti; né l’affermazione va letta – almeno nel passaggio in questione – come indicazione di specificità a livello di composizione sociale: la questione è che nei partiti di massa affermatisi nel dopoguerra a prevalere era per Bordiga il dato politico e sociologico che li rendeva nei fatti semplicemente “gruppi di gerarchie, di cricche extra-proletarie”, pretendenti alla successione del regime fascista nella stessa prassi di inquadramento subordinato dei lavoratori . Di qui il senso degli accenni, evocati nelle pagine precedenti, allo “sfilamento pecorile di masse ubriache” nei moderni circenses capitalistici o alle “moltitudini passive, incoscienti, meccanizzate” – composte di uomini privati di “qualunque tendenza all’iniziativa” e ridotti a “Robot omicidi”– lanciate dall’imperialismo nelle guerre mondiali passate e venture. Il tutto quasi a fare proprio dell’evidenziata funzionalità bonapartista dei partiti di massa l’integrazione (anche se non l’alternativa) della teoria pantotalitaria: una sua versione – non a caso relativamente ‘tarda’ nell’ambito dell’arco cronologico considerato dalla presente ricerca – capace di integrarne la riaffermazione dell’essenza più profonda con il dato di una realtà più complessa (o, se si vuole, più lenta e ambigua nelle sue dinamiche evolutive) di quella, polarizzata politicamente e socialmente, postulata nei primi scritti postbellici. Col che, peraltro, si chiudeva in modo storicamente non incongruo la parabola logica del concetto di totalitarismo all’interno degli scritti bordighiani: grazie alla mediazione della più adattabile formula bonapartista, esso finiva così con l’incrociare anche in Bordiga quel nesso con una dimensione ‘democratico-elettorale’ della politica – ancorché in un significativo contesto di violenza latente ed effettuale – che alla fortunata creazione del neologismo aveva presieduto quando appunto, nel 1923, Amendola si era chiesto se il sistema elettorale maggioritario che il fascismo si apprestava ad introdurre non avrebbe dovuto, “con più verità”, essere definito appunto “totalitario” .
Si noti peraltro come tali osservazioni sui partiti di massa non concernessero esclusivamente i contesti dove prevaleva l’“imbonitura democratica” . Se nel 1950 Bordiga scriveva di un Cominform in preda a uno “sporco politicantismo federalista”, disposto a “barattare in qualunque senso, a qualunque svolto, i principii i programmi e i metodi del movimento” e capace di togliere “per sempre” agli stessi iscritti dei partiti comunisti “ogni forza di vita e di iniziativa” a favore di qualunque “cricca di capi locali” , nell’Appello per la riorganizzazione internazionale del movimento rivoluzionario marxista significativamente Bordiga evocava l’avvenuta degenerazione dello stesso “ferreo partito di avanguardia” bolscevico in una “pletorica massa amorfa, passiva e incapace di controllo del proprio ingranaggio di direzione e di esecuzione” . Il cenno al carattere ‘amorfo’ della massa non era di poco spessore: se, come si è visto, in Bordiga il paradigma totalitario non implicava l’arendtiana disgregazione complessiva delle classi – al contrario, come si è detto, la borghesia si coordinava e si strutturava come mai prima accaduto – sembra tuttavia fare talora capolino dai suoi scritti l’idea che in qualche modo fosse stato il solo proletariato – paradossalmente grazie all’intervento disgregatore dei propri stessi partiti degenerati – ad andare incontro a processi di atomizzazione e di radicale sfrangiamento degli stessi meccanismi di solidarietà di classe. Davvero, per Bordiga, la controrivoluzione aveva colpito a fondo.
Al di là di quest’ultimo rilievo, l’elemento polemico ‘anipartitico’ appariva anche un dato in qualche modo ‘di generazione’, se si vuole, per tanta parte dell’antistalinismo ‘bruciato’ dalla degenerazione dei partiti comunisti (toni ‘antipartitici’ e ‘antiburocratici’ nella sostanza non dissimili da quelli ora evocati non mancarono ad esempio talora nello stesso Trockij e, con specifica piega populista e antidemocratica, in Rizzi), ma che certo spiccava con particolare rilievo tra le pagine di un teorico come Bordiga che del partito rivoluzionario –leniniano e totalitario, come si è detto– continuava coerentemente a fare il principale veicolo storico della trasformazione sociale. Nel suggerire semplicisticamente un’assoluta continuità in termini di distribuzione di ‘prebende’, di irregimentazione passiva e di gregariato tra il fascismo e i nuovi partiti di massa –in specie il Pci–, Bordiga coglieva in realtà il dato reale del permanere di usi clientelari e utilitaristici della politica che, se coinvolsero soprattutto la Dc, sfiorarono, seppur in diversa misura, anche il Pci, ma rimuoveva nei fatti la compresente capacità di quest’ultimo di raccogliere e organizzare “una forte domanda e pratica diretta di obiettivi di trasformazione” effettivamente sorgente ‘dal basso’ – ancorché, ovviamente, orientata verso una ‘trasformazione’ di segno assai diverso da quella auspicata dal rivoluzionario campano. Similmente questi non coglieva affatto gli elementi storicamente presenti in questa ‘fase aurorale’ della democrazia italiana di una dialettica tra organizzazione e spontaneismo che, in sede di riflessione storiografica, ha portato a scrivere di una vera e propria “fase costituente” per i partiti antifascisti apertasi nel 1943 . La dimensione di massa, in epoca di controrivoluzione trionfante, appariva invece quasi in se stessa a Bordiga come la via privilegiata per l’acquisizione di un consenso subordinato – ma in qualche modo anche ‘entusiasta’– delle masse proletarie a interessi e scopi della classe avversa .
Si trattava, in ogni caso, pur sotto le vesti di una polemica spicciola e dai toni non sempre elevati (che evidentemente semplificava – come già si è evidenziato – la complessità e la contraddittorietà del rapporto tra masse operaie e fascismo –prima del 1945– e tra masse operaie e partiti ‘borghesi di sinistra’ nel dopoguerra), di una delle molte forme bordighiane del ‘guardare a fondo’ nella sconfitta storica del proletariato tra le due guerre mondiali accettandone in pieno la portata e l’estensione. Tanto il rifiuto delle formule ‘entriste’ e ‘volontariste’ quanto l’importante distinzione a livello teoretico tra partito storico e partito formale furono chiaramente anche figlie, in Bordiga, della consapevolezza di quanto la controrivoluzione avesse scavato a fondo: al punto di concedere alla borghesia di ‘rubare’ al proletariato “il suo segreto storico” – appunto l’inquadramento come classe nella forma partito – e poi di usare le stesse strutture organizzative del movimento operaio a scopo non solo di irregimentazione, ma di concreta e talora inopinatamente ‘entusiasta’ mobilitazione in senso ‘anticlassista’ delle masse.

10. Conclusioni. Bordiga e il suo tempo

Sulla base di quanto fin qui esposto, una riflessione conclusiva sull’elaborazione bordighiana sul tema del totalitarismo per come essa emerge dagli scritti del periodo 1945-53 sembra poter non illegittimamente concludere a favore della tesi accennata nelle Note introduttive sull’essere tale elaborazione costruita attorno a un duplice e fecondo dialogo: da un lato con la realtà di un ‘lungo dopoguerra’ pensato come ancora almeno in parte fluido e non cristallizzato , dall’altro con l’insieme dei marxismi sopravvissuti –più o meno revisionati, più o meno ‘contaminati’– alla complessità e alla ferocia delle repliche della storia maturate nell’arco cronologico compreso tra il 1917 e il 1945. Inquadrate in un ottica di ‘contesto allargato’ – al di là cioè dello specifico italiano o del solo e pur strutturante e continuo riferimento ai testi marxiani ed engelsiani – molte pagine bordighiane postbelliche producono in realtà meno ‘stupore’ di quello che ha sembrato talora animare il giudizio storiografico e al tempo stesso meno ‘venerazione’ di quella che invece segnò e ancora segna i giudizi di almeno una parte dei molti rivoli in cui il ‘bordighismo’ si andò riproducendo e disperdendo nel secondo dopoguerra. Ciò detto, entrambi i poli del più sopra evocato dialogare di Bordiga con il proprio tempo meritano qui qualche ulteriore considerazione in aggiunta a quelle avanzate nel testo.
Rispetto alle accuse di ‘astrattezza’ e ‘distanza dalla realtà’ talora avanzate in merito alla riflessione bordighiana postbellica , quanto fin qui esposto consente di sottolineare la capacità di Bordiga di registrare in modo nell’insieme non inefficace alcuni dei più rilevanti processi di innovazione e trasformazione maturati nei rapporti tra stato e società nei paesi industrializzati tra lo scoppio della prima guerra mondiale e la metà del secolo, nonché, almeno in parte, di cogliere di tali processi contraddizioni e linee di sviluppo, in un quadro d’insieme dove le stesse previsioni non realizzate e le stesse semplificazioni non inficiano la rilevanza di non poche intuizioni e letture . Certo, in tal senso, pesarono anche su Bordiga i rilevanti limiti che si è cercato di evocare nelle pagine precedenti: prima tra tutte l’adesione a all’immagine di un fascismo del cui riformismo non si rilevavano a sufficienza inadempienze e contraddizioni, finendo così col dare talora l’impressione di osservarlo, in un certo senso, troppo ‘da lontano’ (lontano cioè dalla stessa concreta vita degli strati subalterni e dalla stessa dura materialità dei rapporti e delle condizioni di lavoro). In più, rispetto al nodo della lettura dell’antifascismo e della Resistenza pesò certo nel rivoluzionario campano un’incapacità, per così dire, quasi programmatica ad ammettere l’esistenza di possibili legami di continuità o contiguità tra le aspirazioni all’autodeterminazione di classe pure da Bordiga positivamente riconosciute nello spontaneismo ‘anticapitalista’ di alcuni settori del movimento partigiano e le esecrate ideologie e formule democratico-borghesi. Bordiga non percepiva, in tal modo – o, laddove pure percepiva, respingeva con machiavellica ‘razionalità rivoluzionaria’–, la non riducibilità della contrapposizione tra fascismo e antifascismo a pure categorie politiche o classiste, laddove essa finì invece storicamente con l’attingere anche a strati profondi dell’autorappresentazione e dell’immaginario collettivi, ponendosi in tal senso anche come contrapposizione tra modelli culturali e antropologici antitetici nella rispettiva concezione dei rapporti tra gli uomini e, come tali – malgrado la comune natura interclassista –, evidentemente non conciliabili. Il che, per l’appunto, fu proprio ciò che invece la riflessione bordighiana tentò di continuo e in ogni modo di dimostrare come falso. Non si può ovviamente mancare inoltre di soffermarsi sul mancato concretarsi della più importante tra le tesi sul totalitarismo presenti negli scritti postbellici esaminati, quella appunto concernente il suo inevitabile estendersi all’intero pianeta. Difficoltà a uscire dal ‘lungo dopoguerra’ poc’anzi evocato, certo, e dai tempi di ferro e di fuoco che lo avevano preceduto e ancora lo innervavano. In proposito non si possono del resto non evocare la complessità e la molteplicità degli elementi che, negli anni in esame, a livello nazionale come internazionale, potevano suggerire il protrarsi della ferocia e della durezza della cosiddetta ‘guerra dei trent’anni del XX secolo’ al di là della cesura politico-militare del 1945: da un lato, a livello internazionale, la brutale repressione del movimento partigiano greco, il maccartismo e le limitazioni delle libertà civili e sindacali negli Stati Uniti, l’occupazione militare delle potenze sconfitte o ‘liberate’ e la loro polarizzazione coatta attorno alle due superpotenze, la guerra di Corea e l’ombra di un nuovo conflitto generalizzato; dall’altro, per il contesto italiano, la frequenza e l’intensità del ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine nelle manifestazioni di piazza, la durezza della repressione seguita alla spontanea sollevazione popolare seguita all’attentato a Togliatti nonché, per altro verso, le stesse ambiguità del progetto politico connesso al varo della legge-truffa.
Ciò posto, senza che tutto quanto poc’anzi rievocato in termini di limiti della riflessione bordighiana possa essere trascurato o rimosso, quest’ultima, come si accennava, sembra mantenere comunque capacità di lettura del reale che ne sconsigliano sottovalutazioni o troppo sbrigativi accantonamenti. Così, all’errata previsione sull’universale totalitarizzarsi delle forme politiche del dominio borghese, ad esempio, facevano riscontro in positivo rilievi non scontati tanto sulla sostanza storica del passato regime fascista quanto sui suoi pesanti lasciti al nuovo sistema repubblicano. Pur muovendo da una prospettiva apparentemente contraddittoria mirante a coniugare, nella lettura della storia nazionale, il massimo di continuità del potere di classe borghese con la caratterizzazione delle sue forme ultime in senso totalitario –un concetto storicamente sorto, all’opposto, proprio per indicare il senso di discontinuità storica suggerito ai contemporanei dall’apparire dei fascismi–, Bordiga finiva col restituire al ruolo assolto dagli apparati statali e burocratici la centralità ad essi legittimamente spettante nella società contemporanea, maturando in tal modo strumenti analitici da un lato capaci di inserire il fascismo stesso all’interno dei generali processi di trasformazione del sistema capitalista realmente in corso su scala planetaria, dall’altro di cogliere con lucidità alcuni dei nodi irrisolti che caratterizzarono la transizione tra fascismo e postfascismo e che ancora a lungo avrebbero segnato la vita delle istituzioni repubblicane. La critica bordighiana nei confronti delle forze antifasciste, al di là delle asprezze e semplificazioni evocate, assunse cioè a tratti capacità di individuazione di questioni di non secondario rilievo storico oltre che immediatamente politico. Basti pensare, per fare un esempio, alle riflessioni del rivoluzionario campano sulla questione dell’epurazione. Certo, se si vuole, risolta da un lato in termini puramente negativi di fronte alla superiore necessità di classe di distruggere (e non ‘ripulire’) l’organismo statale borghese , ma, dall’altro, anche affrontata con chiara consapevolezza delle strette in cui si sarebbero incagliati i processi epurativi: come quando, nel 1949, muovendo esplicitamente dall’impostazione marxista derivante “il diritto dalla forza e non viceversa”, Bordiga affermava esplicitamente che “ogni applicazione dei principi e dei metodi giudiziari al conflitto politico” non poteva che risolversi in una “vuota commedia” in cui le parti sarebbero sempre state distribuite al rovescio (“come un palcoscenico su cui un primo amoroso in gonnella recitasse la scena madre alla donna barbuta”) . Sono questioni, come si vede, su cui la stessa riflessione storiografica più accorta non avrebbe mancato di soffermarsi nei decenni successivi, rilevando come appunto la scelta di risolvere l’epurazione su un piano puramente giuridico anziché su quello di un’operazione politica latu sensu ‘rivoluzionaria’ e autolegittimantesi avesse finito col pesare in modo rilevante sugli esiti ultimi dell’epurazione stessa .
Per altro verso, anche la centralità nelle letture bordighiane del momento statale nella caratterizzazione di senso ed essenza delle moderne forme di organizzazione sociale assume specifico e positivo rilievo laddove si noti come proprio la sopravalutazione delle potenzialità innovatrici della semplice partecipazione al potere dei partiti antifascisti – per Togliatti, come è stato notato, “la forma migliore per costruire un solido impianto istituzionale entro cui realizzare le riforme”–, contribuì in modo significativo al fallimento o al precoce abbandono di ogni ipotesi di seria e radicale riforma degli apparati e dell’organizzazione dello stato stesso . La stessa linea del Pci mirante all’occupazione delle istituzioni e alla ‘lunga marcia’ attraverso di esse –linea che, come noto, prevedeva tuttavia il sacrificio delle questioni istituzionali all’accordo fra i partiti di massa – poggiò, come è stato rilevato, “su una non corretta valutazione della natura tutt’altro che adiafora delle istituzioni stesse” sfociante in un “singolare recupero della tradizionale dottrina della «indipendenza» e neutralità della pubblica amministrazione, ritenuta disponibile a molteplici usi politici” : il che era proprio uno dei principali elementi della critica bordighiana alla riflessione delle sinistre costituzionali sul problema dello stato . Similmente, quando Bordiga stigmatizzava l’illusione “dei portabandiera parlamentari” della sinistra di ‘fare del sabotaggio’ di fronte alle resistenze conservatrici al rinnovamento del paese –laddove, sosteneva, nella moderna società borghese, erano “le sfere dell’affarismo borghese e della alte magistrature militari e civili” a poter “a loro mercè sabotare i politicanti portafogliati, e non viceversa” – non pareva in realtà muoversi su un terreno analitico lontano da quello che in sede storiografica avrebbe portato a definire il fascismo come un “sistema di dominio di classe in cui proprio gli apparati amministrativi tradizionalmente autoritari hanno parte rilevante” e a concludere che la democratizzazione postresistenziale di tali apparati si era rivelata sostanzialmente “di parata” consentendo a questi ultimi di porsi come elementi di freno rispetto agli stessi intenti politicamente più innovatori .
La tesi bordighiana della ventura fascistizzazione delle istituzioni può essere peraltro utilmente letta in controluce: essa finì infatti con il convivere, in modo certamente talora contraddittorio, ma innegabile, con un’innegabile ancorché non confessata percezione del fatto che, per l’appunto, nell’Italia postbellica la politica – intesa nel senso più alto del termine – avrebbe anche potuto farsi – e non solo congiunturalmente – fattore non di coazione e rottura, ma di mediazione e stabilizzazione democratica del sistema. Nell’intensità della polemica contro la democrazia, contro i partiti costituzionali e contro l’antifascismo Bordiga respingeva infatti esorcisticamente proprio quella funzione di mediazione sociale e di incanalamento non conflittuale (o, quando conflittuale, comunque non al punto da produrre lacerazioni dirompenti) delle richieste della società civile nelle istituzioni che i nuovi partiti di massa finivano con l’assolvere, facendosi, per l’appunto, filtro tra l’una e le altre. Quando, stigmatizzando ad esempio nel 1950 l’inanità delle proteste del Pci di fronte al dilagare della repressione scelbiana, Bordiga scriveva che chiunque, tradendo il marxismo, invocasse “costituzioni superclassiste” non si rivelava che un “servitore della borghesia quanto il poliziotto” (e anzi, alla fine, di quello “più ignobile e più efficace”) , egli non faceva che tradurre in termini ideologici la scelta strategica del Pci di fare della stabilità politico-istituzionale “la cornice a cui adeguare la conflittualità sociale” e di prestare le proprie strutture e il proprio radicamento di massa alla realizzazione in forme democratiche di quell’estensione del “controllo della sfera politica e istituzionale sulla società civile” dallo stesso Bordiga colto come indispensabile al consolidamento di un sistema di relazioni sociali moderno e funzionale (tanto più in un contesto nazionale reso fragile e diviso dai molteplici fattori di disgregazione generatisi o rafforzatisi negli ultimi anni del fascismo e nel corso della guerra e della Resistenza). Che poi tali decorsi storici avessero le proprie immediate premesse in quella sorta di ‘riformismo maturato in armi’ – certo un inedito e inquietante ossimoro agli occhi di Bordiga – in cui si era concretata la dialetttica tra partito comunista e classe operaia nel corso della lotta di Liberazione non può che contribuire a spiegare la refrattarietà dell’analisi bordighiana dell’immediato dopoguerra ad accettare compiutamente la possibilità di una stabilizzazione in forme davvero democratiche e pluripartitiche del sistema politico italiano.
Non in questi elementi sta tuttavia probabilmente la vera importanza della riflessione bordighiana postbellica, bensì primariamente nel senso e significato del suo intimo rapportarsi con gli sviluppi del marxismo tra anni Trenta e Quaranta. In termini generali, in proposito, è stata come noto a più riprese avanzata la tesi di un Bordiga rimasto teoreticamente – oltre che psicologicamente – ‘tra le macerie’ della Terza Internazionale . È innegabile, naturalmente, che gli anni tra le due guerre abbiano rappresentato per Bordiga e per la Sinistra –ma in generale per tutte le correnti del comunismo antistaliniano – anche un dramma storico e politico –oltre che spesso biografico – dalle proporzioni epocali: un dramma le cui coordinate non furono, peraltro, solo la sconfitta della rivoluzione in occidente e, di riflesso, in Russia, ma anche il mancato verificarsi, nel corso del secondo conflitto mondiale, di radicalizzazioni delle masse miranti a sfruttare in senso rivoluzionario il prevedibile crollo di impalcature statali nazionali in seguito alle vicende belliche. All’opposto – in questo senso, come si è visto, muoveva l’analisi bordighiana –, nuovi apparati di dominio percepiti come ancor più mostruosi ed efficienti dei precedenti si erano sostituiti alle strutture travolte dalla guerra: nel processo essi erano anzi riusciti a riassorbire quel tanto di spontaneismo anticapitalistico estemporaneamente maturato tra le masse grazie alla complicità attiva proprio di quelle che erano state le organizzazioni che il proletariato si era dato nel primo dopoguerra per condurre l’atteso ‘assalto al cielo’ . Di tale dramma le riflessioni di cui si è cercato di dare conto nelle pagine precedenti, comprese le prese di posizione più semplificanti, costituirono certo anche una significativa ed oggettiva traduzione a livello teorico ed ideologico. Ciò posto, tuttavia, sulla base dell’inquadramento dell’esperienza teorica e politico-ideologica di Bordiga nel secondo dopoguerra che si è cercato di articolare nel corso del presente lavoro, si è portati – rispetto alla tesi sul carattere ‘anacronistico’ del pensiero bordighiano – a sottolineare come la riflessione del rivoluzionario campano appaia invece proprio come un vigoroso tentativo di superamento delle contraddizioni e delle aporie di buona parte del pensiero comunista dell’entre-deux-guerres: e, si noti, – almeno per alcuni versi – più ancora di quello eterodosso che non di quello terzinternazionalista (irrigidito e al tempo stesso magmatico nel suo essere per vocazione subordinato alle esigenze politico-diplomatiche dello stato russo). A differenza di quanto avvenne per tanta parte dell’antistalinismo di sinistra, tuttavia, Bordiga non fu ‘ipnotizzato’ dall’ampiezza quantitativa e qualitativa della controrivoluzione: la sua riflessione fu anzi un tentativo di piena e coraggiosa immersione in essa senza timore reverenziale alcuno nei confronti di uomini, esperienze od organizzazioni e senza che però l’acquisizione della coscienza di quanto era stato perduto e distrutto implicasse un abbandono della teoria o sua radicale revisione. Nel corso del processo questa fu sì sottoposta a tensioni, ma da esse uscì nell’insieme internamente fortificata. La stessa controrivoluzione – anche quella trionfante in Russia – finì col diventare in tal modo non più un quid novi in grado di incrinare la compattezza della dottrina, bensì un’assoluta normalità storica (non priva anzi di funzionalità propedeutiche per la classe ai fini della rivoluzione futura). La teoria stessa diveniva anzi in primis “sicura e non pavida attesa di controrivoluzioni in serie, ripetute, diffuse, incrociate nello spazio e nel tempo” . Nessuna sudditanza nel senso prima evocato, dunque, se non per antitesi, nel prendere le distanze dal volontarismo partitocentrico che ancora segnava buona parte del sopravvisuto trockismo, né tanto meno nel prevedere la ripresa e il ‘rifiorire’ del capitalismo . Né del resto Bordiga, per queste stesse ragioni, Bordiga si attendeva come Trockij da un giorno all’altro l’incombere, con o senza guerra, di rivoluzioni politiche o sociali (e questo tanto in Russia che altrove): il ciclo rivoluzionario si era concluso Bordiga ne prendeva atto fino in fondo.
Quanto alla ‘questione russa’, lo stesso fatto che il totalitarismo sovietico (in uno del resto con quelli fascisti) apparisse ai suoi occhi ‘progressivo’ non implicava, a differenza di quanto, in senso assai diverso, era avvenuto in Trockij, un’opzione politico-teoretica che ne prevedesse una qualche difesa nelle guerre passate e venture. Né del resto, all’opposto, la denuncia dell’involuzione staliniana portava all’individuazione in essa del “centro della contro-rivoluzione” internazionale come invece avveniva per non insignificante parte dell’antistalinismo di sinistra . Né, infine, l’asserita almeno tendenziale convergenza nel senso del capitalismo di stato dei regimi totalitari fascisti, degli stati ancora formalmente democratici e del regime staliniano faceva di questo il battistrada della più avanzata modernità: il totalitarismo sovietico favoriva certo la concentrazione delle forze produttive, ma l’arretratezza di una realtà sociale per più versi ancora in transizione verso il capitalismo o comunque nella sua fase iniziale (e non in quella finale come ipotizzato da parte non irrilevante dell’antistalinismo di sinistra) fu sempre elemento centrale della riflessione bordighiana (che non a caso ebbe a qualificare come più vicini all’integrale capitalismo di stato gli Stati Uniti che non l’Urss) . In sostanza il legame con l’esperienza sovietica che ancora viveva negli scritti postbellici, nella misura in cui sussisteva, era da questo punto di vista più riconducibile al campo – per così dire – delle passioni e semmai a quello degli esempi e dei topoi usati nell’argomentare che non alla sostanza ultima delle analisi.
È a partire da queste considerazioni e dalla necessità di refutare le teorie di chi dalla possanza della controrivoluzione era invece stato ‘fuorviato’ che assumono specifico rilievo alcune delle ‘restaurazioni’ bordighiane. Basti pensare, da questo punto di vista, ad esempio, all’insistita riproposizione della tradizionale successione dei modi di produzione prevista da Marx ed Engels: un lavoro apparentemente ‘astratto’, in apparenza tutto incentrato, per così dire, su testi dei classici, e tuttavia di ben diverso rilievo teorico e politico laddove colto nel suo giusto contesto, ovvero quell’apparente ‘esplodere’ delle “categorie canoniche della dottrina” – ivi compresi gli stessi principi base della concezione materialistica della storia – maturato tra le due guerre da un lato per l’‘inverosimiglianza’ e la strutturale ambiguità di origini e decorsi della rivoluzione russa, dall’altro per il fatto stesso del sopravvivere a sé stesso e del ridefinirsi in forme non più ‘agoniche’ di un capitalismo già da tempo pensato come ‘ultramaturo’ e storicamente pronto a essere rimpiazzato dal socialismo. Proprio nel quotidiano ‘corpo a corpo’ con tali profonde tensioni maturanti nel cuore stesso della dottrina si era confrontata, come si è in parte già rilevato, la riflessione trockiana, infine giunta ad argomentare, quanto meno per il caso sovietico, l’indispensabile esistenza, nella forma dello ‘stato operaio’, di un tertium genus tra capitalismo e socialismo. Una no man’s land destinata in Trockij a restare un’inafferrabile tappa intermedia – con escrescenza burocratico-totalitaria ad un tempo corposa e storicamente precaria – tra il primo e il secondo, ma a farsi invece nuovo dirompente modo di produzione maturante all’ombra degli stati totalitari nelle affabulazioni rizziane e burnhamiane già evocate nelle pagine precedenti. Bordiga – in ciò in uno con i comunisti dei consigli – accettò la sfida: il totalitarismo restava così sì storicamente vincente, come appunto pensavano i due ex trockisti, ma dietro di esso non si celava altro che il già noto capitalismo, al massimo in procinto di giungere a estremi, ma comunque ‘naturali’ vertici di concentrazione e accentramento . Col che il totalitarismo stesso – da nuova tappa della storia dei modi di produzione – veniva ricondotto a una certo meno inquietante ‘fase’ infracapitalistica. Al “deragliamento della storia” in qualche modo sanzionato dal trockismo e radicalizzato dai teorici della ‘nuova classe’, Bordiga rispondeva attingendo a piene mani a un concetto, come appunto quello di totalitarismo, in sé denso di un intimo senso di novità storica, ma al tempo stesso pensato come non incompatibile con un’organica sottolineatura – pur nel segno della radicalizzazione – degli elementi di continuità con le dinamiche politiche e sociali dell’imperialismo.
Il carattere anche di creativa risposta del marxismo bordighiano a impasse teoriche emerse nello stesso antistalinismo di sinistra è del resto confermato dalla verifica delle forme dello scioglimento di una serie nodi connessi con il tema della ‘nuova classe’ e che la riflessione bordighiana significativamente condivideva con Rizzi e Burham: basti pensare alla tesi della ‘convergenza’ a livello di strutture tra regimi pur ideologicamente antitetici quali fascismo, nazismo, bolscevismo e New Deal, a quella del nuovo conflitto mondiale come guerra di diffusione del totalitarismo ovvero a quella sulle potenzialità ‘riformiste’ dei regime totalitari. Certo, si può rilevare, nei testi postbellici Bordiga affrontò in genere il tema della ‘nuova classe’ polemizzando più con le tesi di Socialisme ou barbarie che non con i mai espressamente citati Burnham o Rizzi . L’appena richiamata ampia consonanza di temi tra Bordiga e questi ultimi autori rende tuttavia non illegittima la tesi di un confronto sostanziale –ancorché non formale – con le relative teorizzazioni. Se a proposito dei temi della convergenza e del riformismo totalitario si è detto a sufficienza nelle pagine precedenti, qui vale la pena di sottolineare ancora come, con la trasposizione del paradigma ‘napoleonico’ (sconfitta militare ad opera delle potenze ‘feudali’/ vittoria sociale del ‘capitalismo’) allo snodo della sostituzione del totalitarismo alla democrazia, Bordiga finisse con lo spiegare un mero trapasso di fase con una metafora dai tratti profondamente periodizzanti che rimandava in realtà a un trapasso di dominio di classe : quasi che la riflessione bordighiana fosse attratta fino al massimo limite ‘marxisticamente possibile’ dai sintagmi delle teorie della ‘nuova classe’ senza tuttavia mai cedere a una loro ricomposizione in forme non ortodosse. Quasi a fare di Bordiga – forzando un poco – una sorta di tertium marxista tra chi, in quegli stessi anni, si faceva assertore come l’Hayek di The Road to Serfdom del 1944 di uno stretto determinismo tra economia di mercato e libere istituzioni e chi invece, come Burham, profetava una nuova società totalitaria e manageriale, in sé vitale e forse capace di elevare il tenore di vita dei propri schiavi, ma destinata a non essere storicamente superata da alcuna forma di socialismo.
Certo, va detto, la ricerca della coerenza e, per così dire, della ‘rassicurazione’ finivano talora con l’avere anche dei costi, pagati da Bordiga anche con parziali semplificazioni e omissioni. Si pensi, ad esempio, all’ambiguità, quanto meno formale, della tesi in ragione della quale la seconda guerra mondiale aveva visto soccombere quelle che pure apparivano al rivoluzionario campano come le ‘forme politiche’ più moderne e che pure, testi alla mano, sembravano meglio del pur trionfante liberalismo anglosassone in grado di sfruttare e sviluppare appieno ed efficacemente l’insieme delle forze produttive. Si pensi, ancora, alla forzatura insita nell’individuazione degli antecedenti del moderno capitalismo di stato – nell’intento di chiudere ogni varco alle insinuanti tesi sugli sviluppi del modo di produzione capitalistico ‘non previsti’ dai classici – nell’epoca “delle crinoline e delle parrucche incipriate” ovvero dei Comuni italiani e delle repubbliche marinare . Oltre a ciò, si potrà del resto ancora sottolineare come altre analisi di area marxista sui medesimi temi affrontati da Bordiga possano talora apparire ‘più raffinate’: basti pensare al già evocato Mattick, che se pure, al pari di Bordiga, “scelse il terreno del capitale per la verifica della persistente produttività teorico-conoscitiva del marxismo, anche in assenza di un’«azione autonoma della classe operaia»” , certo si mostrò più sensibile alle contraddizioni interne agli schieramenti interimperialistici e attento ad esempio a non appiattire in modo immediato fascismi e New Deal .
Per altro verso, sempre in riferimento al marxismo bordighiano, si possono ancora richiamare, quale segno dell’invasivo incombere su di esso dei tempi totalitari, le rigide e spesso unilaterali sottolineature dell’antidemocraticismo e dell’anti-individualismo del pensiero di Marx: dati, certo, storicamente ben attestati e innegabili e, tuttavia, all’interno della vastissima e non organica produzione teorica di quest’ultimo, non certo univoci quanto invece attestato da Bordiga . Il quale del resto non fece mai mistero di considerare la dittatura come il “chiodo marxista numero uno” .
Qualche considerazione, infine, merita ancora lo specifico dell’utilizzo bordighiano del concetto di totalitarismo. Innanzitutto lo stesso ricorso al concetto va in qualche modo storicizzato: certo se, da un lato, nel contesto dell’Italia postbellica, ‘accusare’ di totalitarismo i partiti antifascisti e segnatamente le sinistre poteva apparire, al di là delle ragioni più prettamente teoretiche di cui s’è detto, una deliberata e paradossale provocazione – a maggior ragione per il contemporaneo tentativo di fagocitamento del concetto stesso in funzione antisovietica da parte di politici e opinion makers d’Oltreoceano – va detto che in quegli stessi anni il concetto trovava ampia fortuna (ancorché, certo, con connotazioni univocamente negative) tanto nella propaganda anticomunista di parte democristiana quanto in quella antigovernativa di parte pciista. E in quest’ultima, tra l’altro, con significativo accostamento proprio ai medesimi assetti democratico-borghesi caratterizzati in senso appunto totalitario anche dal rivoluzionario campano . Se qualcosa di realmente ‘dissacrante’ e deliberatamente provocatorio faceva talora capolino nell’apparato lessicale bordighiano (anche se mai in quello concettuale) colorandone talora le invettive in senso apparentemente quasi ‘populistico’ – basti pensare alla polemica contro le ‘plutocrazie anglosassoni’ e i ‘ludi cartacei’, al disprezzo per il ‘panciafichismo’ dei gregari in cerca di big cui accodarsi ovvero al “demo-social-comun-cristiano” dall’eco vagamente mussoliniano con cui Bordiga stigmatizzava il senso del compromesso costituzionale postfascista – esso non aveva certo il proprio cuore nelle declinazioni dei lemmi totalitari fin qui esaminate .
Ciò posto, si potrà evidenziare come in Bordiga il concetto di totalitarismo sembri talora finire col perdere parte della propria pregnanza, trasformandosi, da possibile e feconda chiave comparativa per tentare di decifrare l’inedito storico e i suoi decorsi nell’orizzonte sincretistico e inquieto del ‘cuore del secolo’, un puro involucro, mai vuoto, ma, pure, al tempo stesso, abitabile dal nazismo come dal comunismo, dal leninismo come dallo stalinismo, dal riformismo come dalla rivoluzione, dal fascismo come dall’antifascismo, dalla democrazia come dall’autoritarismo. Ma questo era forse un decorso per alcuni versi non evitabile in un autore come Bordiga programmaticamente volto a riannodare ‘i fili’ tra marxismo e contemporaneità ciclicamente spezzati nei partiti storici del proletariato proprio dall’irrompere del ‘nuovo’ e dell’‘inatteso’; per altri versi, all’opposto, tutto ciò testimonia a contrario della imprescindibilità e della radicalità con cui i processi e gli eventi della prima metà del XX secolo percorsero, interrogarono e in parte ridefinirono e fecondarono il marxismo anche in uno dei suoi certo più coerenti e filologicamente attenti ripropositori (senza dimenticare, in più, che un elevato grado di pragmatica ‘flessibilità’ funzionale all’utilizzo del concetto di totalitarismo come strumento di azione politica è in fondo geneticamente connaturato alla storia del concetto stesso) .
Il risultato non fu, come si è tentato di argomentare, nell’insieme infecondo, né incompatibile coi non lineari percorsi che il concetto fece anche in altri autori e culture politiche. In proposito vale ad esempio la pena di sottolineare come nel descrivere – oltre che prescrivere – il totalitarizzarsi del mondo democratico-borghese, in fondo, Bordiga, pur andando incontro nell’immediato a evidenti smentite della storia, finisse anche con l’incrociare – fornendone un’involontaria versione marxista – un altro snodo centrale nelle contemporanee declinazioni del paradigma totalitario: quello appunto della contiguità (anche se non necessariamente continuità) tra totalitarismo e democrazia – in ciò peraltro affiancandosi in modo non illegittimo ad autori come i già evocati Hannah Arendt e Franz Neumann che pure, come è stato notato, fecondamente avevano combinato nelle proprie riflessioni sul totalitarismo critica della democrazia di massa e genealogia capitalistica del fascismo . Per altro verso, anche la più generale valutazione avanzata in sede di riflessione storiografica sulla storia del concetto quale “luogo privilegiato di osservazione anche della crisi tanto dello Stato moderno, quanto dell’individualismo liberale e della politica come spazio della comunicazione” ha del resto trovato nella riflessione bordighiana qui ricostruita ampio riscontro.
Infine, tutto quanto evidenziato nelle pagine precedenti rimanda – al di là delle riserve che su singoli elementi del pensiero di Bordiga si possono legittimamente prospettare –, a quello che appare forse come uno dei lasciti più fecondi dell’‘incontro’ tra riflessione bordighiana e totalitarismo (e fecondo anche a fronte delle declinazioni unilateralmente – e interessatamente– ‘ideocentriche’ e ‘metafisicamente’ semplificatorie che delle vicende storiche dei regimi totalitari vengono ciclicamente proposte): ossia la constatazione dei limiti storici delle stesse dinamiche totalitarie, capaci, sì, di travolgere e fagocitare rivoluzioni proletarie e processi di democratizzazione più o meno sinceramente condotti, ma mai di rendersi compiutamente impermeabili (in Italia come in Germania come in Russia) alle ragioni e alle strutture ‘storiche’ (al di là cioè dei destini di quelle ‘formali’) della divisione della società in classi. Nessun autonomizzarsi del mezzo rispetto al fine, dunque, in Bordiga e nessuna (arendtiana) essenza antiutilitaristica o autoreferenzialmente terroristica del totalitarismo stesso: all’opposto, se si vuole, una paradossale attestazione di insuperabile imperfezione dello stesso. Anche – e forse soprattutto – in Unione Sovietica. Da questo punto di vista, anzi – anche se forse non da molti altri –, le declinazioni del concetto di totalitarismo in Bordiga –specie nel loro interagire con la nozione di ‘capitalismo di stato’ come più radicale sottomissione dello stato (anche dello stato totalitario) al capitale – possono essere utilmente accostate, ancorché in termini solo generalissimi, alle riflessioni del Polanyi degli anni Trenta e Quaranta sul fascismo come forma –al di là della ‘maschera’ del primato della ragione politica o tecnica – della più radicale e incontrastata subordinazione del politico e del sociale all’economia . Quasi a dover concludere che in ultimo, per Bordiga, il vero totalitarismo restava – in modo ad un tempo paradossale e coerente – proprio il capitalismo.

Leggi l' intervista ad Amadeo Bordiga, raccolta da Edek Osser, giugno 1970. Tratta da "Storia contemporanea" n. 3 del settembre 1973