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1. Note introduttive
A partire da una prima serie di riscontri di tipo ‘quantitativo’
che hanno permesso di verificare e ponderare la frequenza del ricorso
da parte di Bordiga al sostantivo ‘totalitarismo’ e ad aggettivi
e avverbi da esso derivati (‘totalitario’, ‘antitototalitario’,
‘totalitariamente’) negli scritti del periodo compreso tra
il 1944-45 e il 1952 , la ricerca si è sviluppata andando a individuare
sei fondamentali accezioni di declinazione di tali lemmi. In forma schematica
le si può qui brevemente evocare per poi passare alla loro ricostruzione
e relativa contestualizzazione nelle pagine a seguire:
1) come tendenza innervante e strutturante in senso autoritario
l’intero sistema capitalista internazionale quantomeno a partire
dalla fase apertasi con la prima guerra mondiale e destinata a prolungarsi
fino alla vittoria della rivoluzione proletaria;
2) come formula utilizzata, in specifico, per caratterizzare
in modo sintetico, tanto nelle relative dimensioni statali che in quelle
partitiche, a livello sia di pratiche politiche che socio-economiche,
il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco e, in alcuni passaggi,
il ‘comunismo’ sovietico (nonché, in un solo caso,
i paesi passati sotto l’influenza di quest’ultimo nell’Europa
centro-orientale dopo il 1945 );
3) come positiva caratterizzazione in senso ‘antidemocratico’
e dittatoriale del partito di classe, della ventura rivoluzione proletaria
e degli stessi organismi cui quest’ultima darà vita nella
fase di transizione tra l’abbattimento del potere borghese e la
finale estinzione dello stato nella fase superiore del comunismo;
4) come idolo polemico-ideologico attorno al quale i partiti
politici italiani ‘costituzionali’ condensano tanto le proprie
formule di autopromozione e legittimazione in senso democratico dopo la
caduta del fascismo quanto quelle volte alla preparazione e alla ‘captazione
del consenso’ delle masse proletarie nella prospettiva di un possibile
nuovo conflitto mondiale;
5) come semplice sinonimo di ‘autoritario’
o ‘accentrato’ nella delineazione delle caratteristiche di
alcune esperienze di governo prenovecentesche;
6) come semplice sinonimo di ‘totale’, ‘completo’,
‘onnipervasivo’.
Pur muovendo dall’individuazione e approfondimento
di queste declinazioni, l’esposizione della ricerca avverrà
per paragrafi talora necessariamente ‘trasversali’ rispetto
ad esse, optando in tal modo a favore di un approccio contestualizzante
e storicizzante rispetto ad uno più strettamente tassonomico-politologico,
il quale ultimo apparirebbe, a giudizio dello scrivente, meno proficuo
del primo ai fini della ricostruzione di un pensiero e di un lessico come
quelli bordighiani, maturanti sì e sempre in dialogo con la teoria
(ovviamente il marxismo classico e la sua riproposizione leniniana), ma
–e questo in specie negli scritti del periodo qui in esame –
anche e fortemente nel fuoco della passione e della lotta politica contro
le teorie di avversari o affini e i relativi multiformi e più meno
coscienti revisionismi . E forse non solo con queste, in realtà.
Gli scritti del Bordiga postbellico, da questo punto di vista, non possono
cioè essere pienamente intesi limitandosi a confrontarli –come
spesso è stato fatto e come pure è per altro verso indispensabile
continuare a fare– solo con le posizioni del Lenin del 1920 o del
Togliatti del 1945 o, per altra via, con le tesi dei classici del marxismo.
Certo, sono in qualche modo la struttura e la lettera stesse dei testi
bordighiani a suggerire percorsi come quelli ora evocati. Tuttavia non
sembra illegittimo postulare la necessità di un ampliamento del
quadro che tenga conto della multiformità e dell’eterogeneità
dei frammenti culturali e degli spunti interpretativi messi in circolo
a 360°, per così dire, dalle rilevanti trasformazioni avvenute
a livello di strutture economiche e sociali nei principali paesi industrializzati
proprio nel periodo che coincide con i cosiddetti ‘anni oscuri’
della biografia bordighiana : anche questi sono in fondo tasselli non
eludibili di quel complessivo “travaglio della generazione degli
anni tra le due guerre mondiali” cui, come è stato a ragione
osservato, la biografia intellettuale bordighiana non può non essere
ricondotta . Un simile approccio vorrebbe del resto muovere proprio nella
direzione di quel reinserimento di Bordiga in qualità di “reagente”
nella storia e storiografia del comunismo di cui anche di recente è
stata opportunamente suggerita la necessità .
In sede di conclusioni si provvederà, in ogni caso, a riprendere
le fila delle considerazioni avanzate nel corpo del testo e a delineare
alcune valutazioni di ordine più specifico su quanto ora accennato
e sul tema generale della presente ricerca. Qui appare invece più
opportuno sottolineare preliminarmente come, nel valutare il posto che
la riflessione sui regimi totalitari occupa nel quadro dell’insieme
degli scritti bordighiani dell’immediato secondo dopoguerra, sia
difficile sfuggire all’impressione che essa costituisca una componente
in qualche misura centrale, una chiave di lettura e di paragone imprescindibile
per un serio tentativo di approccio a qualunque altro tema. Né
si può dire che si tratti di un interesse in qualche modo puramente
congiunturale, dettato dalla mera prossimità storica dei fenomeni
evocati o dalle sole esigenze polemiche nei confronti dei partiti politici
attorno ai quali si andava costituendo il sistema politico repubblicano
e che proprio dell’antifascismo (e in alcuni casi, ovviamente, anche
dell’anticomunismo) facevano momento centrale e fondante della propria
costruzione identitaria. In realtà, anche se altri temi hanno ampio
rilievo e in qualche modo anche autonoma pregnanza – la nuova egemonia
statunitense sul globo, la questione agraria in Italia, i rapporti tra
proprietà e capitale nella teoria marxista, ecc. – si fatica
a non vedere nell’analisi dei regimi totalitari il cuore stesso
della riflessione di Bordiga tra il 1944 e il 1953: non perché
tutti i suoi scritti si occupino dell’argomento in modo specifico,
ma per il fatto che la quasi totalità di essi finisce con l’includere
comunque almeno un accenno alla questione, per quanto talora fuggevole
o meramente polemico. Il fatto è che per Bordiga dopo il 1945 non
è più possibile rapportarsi con la contemporaneità
senza scrivere di fascismo e stalinismo . Anche e soprattutto perché,
è opportuno anticiparlo, la dimensione totalitaria è considerata
essa stessa come la vera e compiuta modernità del capitalismo,
la sua sola modernità possibile, e, anzi, in ultimo, l’unica
residua possibilità –storicamente efficiente quantomeno sul
breve periodo – della sua sopravvivenza.
2. Marxismo e antidemocraticismo
L’analisi che Bordiga fa del fascismo, dello stalinismo,
della democrazia, dell’antifascismo e in genere della società
italiana così come dell’intero sistema delle relazioni internazionali
emerso dagli sconvolgimenti bellici resterebbe tuttavia incomprensibile
laddove non si richiamassero alcune fondamentali coordinate teoriche sottese
a questa stessa analisi. La prima e più decisiva, come ovvio, rimanda
al continuo richiamo bordighiano (mai formalistico, superficiale od occasionale,
ma sostanziale, ‘strutturale’ e frequentemente anche letterale)
al marxismo e al leninismo come non superabili e scientificamente verificate
discipline dell’analisi storica e del mutamento sociale sub specie
rivoluzionaria. Ora, in proposito, si può sottolineare come, fin
dall’importante Tracciato d’impostazione pubblicato su «Prometeo»
nel luglio del 1946, Bordiga –tradizionalmente accusato di ‘ultradeterminismo’
da avversari politici e da parte rilevante della riflessione storiografica
–, pur ricordando come Engels nei suoi scritti avesse ammesso “una
regola e legge generale del movimento storico” ricorrendo a espressioni
come “v’è movimento; il mondo cammina”, negasse
in realtà che l’esito socialista dello sviluppo storico previsto
dal marxismo potesse fare di questo “un costrutto finalistico e
quindi metafisico” e che dunque si fosse con esso trovata una ricetta
in cui “chiudere tutti gli infiniti sviluppi del divenire della
società umana”. Anzi: “Scientificamente non possiamo
escludere –postulava Bordiga – una diversa fine della società
capitalistica, come potrebbe essere il ritorno nella barbarie, una catastrofe
mondiale dovuta a mezzi bellici avente ad esempio il carattere di una
degenerazione patologica della razza (i ciechi e i condannati alla dissoluzione
radioattiva dei tessuti di Hiroshima e Nagasaki ammoniscono) o altra non
desumibile dai dati di fatto di oggi”. Una prospettiva di fondo
dunque materialisticamente fondata, come si vede, ma dichiaratamente ‘antiteleologica’
e che proprio gli eventi evocati nel passo citato parevano ad un tempo
suggerire e confermare in quest’ultima caratteristica. Nella storia
per Bordiga potevano dunque darsi, almeno in via ipotetica, anche ‘regressi’,
ma, si noti, –e gli esempi evocati lo confermavano – di portata
necessariamente apocalittica e, nel senso più ampio e in qualche
modo drammatico del termine, ‘epocale’. La normalità,
cioè l’essenzialità dello sviluppo storico, non parevano
ammettere in Bordiga in realtà stabili e duraturi ‘arretramenti’.
Valeva dunque, come principio generale, che la ruota della storia non
poteva per Bordiga ‘girare all’inverso’ una volta che
i modi di produzione e le corrispondenti forme giuridiche, sociali e istituzionali
si fossero storicamente affermati .
È sulla base di queste premesse che l’analisi del fascismo
veniva così inquadrata da Bordiga in uno schema generale dello
sviluppo delle forme politiche e sociali che individuava “tre tipi
storici di movimenti politici” nei quali tutti potevano essere classificati:
conformisti (quelli che si battono “per conservare integre le forme
e gli istituti vigenti, vietandone ogni trasformazione”), riformisti
(quelli che “pur non chiedendo di sconvolgere bruscamente e violentemente
gli istituti tradizionali, avvertono che le forze produttive premono troppo
fortemente, e propugnano graduali e parziali modificazioni nell’ordine
vigente”) e, infine, rivoluzionari o ‘antiformisti’
(quelli che “proclamano e attuano l’assalto alle vecchie forme”).
La tripartizione non era tuttavia ‘statica’, ma dinamica nel
tempo e nello spazio, poiché Bordiga ne proponeva l’applicazione
all’incedere nella storia di tutte le classi e di tutte le forme
economiche, sociali, politiche e ideologiche esistite ed esistenti, tutte
rivoluzionarie in un primo momento, tutte riformiste e conservatrici in
un secondo, e tutte, in ultimo, destinate a essere superate da nuove forme
rivoluzionarie fino all’avvento della società senza classi.
Da ciò conseguiva che a giudizio di Bordiga i vari tipi di “aggregati
sociali” successivamente apparsi nella storia non potevano venir
giudicati favorevolmente o sfavorevolmente “singolarmente presi”,
ma dovevano essere considerati solo “in rapporto alla successione
e allo svolgimento storico che ha dato ad essi un compito mutevole nelle
successive trasformazioni e rivoluzioni” . Non princìpi ‘morali’
o ‘astratti’, dunque, o i “luoghi comuni” “sul
cesarismo, la tirannide, o, all’opposto, sui sacri princìpii
delle libertà repubblicane e simili motivi retorico -letterari”
, ma, nella prospettiva della rivoluzione, solo lo sviluppo storico stesso
–per quante e illustri potessero essere le vittime morali o materiali
del suo compiersi – poteva servire quale determinante e definitivo
criterio orientativo in diagnosi e prognosi politiche. Una prospettiva
in qualche modo ‘machiavelliana’ – e Machiavelli stesso
viene del resto talora positivamente evocato – che sembrava trovare
significative conferme nell’insieme delle considerazioni che Bordiga
svolgeva circa il problema del ‘potere’ e dello ‘stato’
nella teoria marxista. Determinante nei rapporti tra le classi e tra gli
stati appariva per il rivoluzionario campano unicamente la forza, unica
fonte reale di diritti e di legittimità nel corso della storia
presente, passata e futura : “La nostra teoria”, scriveva
del resto esplicitamente Bordiga nel 1951, non era che “la teoria
della violenza come elemento di decisione storica” , nonché,
nel contempo, quella che individuava nella questione dello stato e nel
problema “chi ha il potere?” gli orizzonti ultimi e decisivi
delle lotte politiche in cui ciclicamente sboccava nella storia lo “sconvolgimento
dei rapporti di produzione propri di un’epoca sociale e del dominio
di una determinata classe” . Per Bordiga non era infatti possibile
“non vedere che la esistenza di un potere organizzato ed armato
negli Stati moderni” rappresentava “la normale e permanente
disposizione della classe capitalistica all’impiego della violenza,
anche più sanguinosa, per conservare il proprio dominio e privilegio
sociale”: “È la essenza dello Stato, la regola e la
norma, non la eccezione, del suo funzionamento. Il centro dell’insegnamento
di Marx e di Lenin sta nel dimostrare impossibile la esistenza di un potere
statale neutrale ed equidistante dagli interessi delle opposte classi”.
Per Bordiga, dunque, la violenza borghese era “scientificamente
scontata”: non “sorpresa, eccezione, scandalo o provocazione”,
bensì, leninianamente, “la «resistenza inevitabile
e disperata» alla iniziativa rivoluzionaria, nell’ora suprema
dell’assalto”. E non solo in quest’ultima, del resto.
Per Bordiga anche nell’‘ordine garantito’ e nella ‘tranquillità
della piazza’ stava infatti “permanente la violenza borghese”,
necessariamente insita “in ogni atto distributivo, molecolare, secondo
le leggi dell’economia privata” . Un accostamento, quest’ultimo,
tra piani in qualche modo concettualmente diversi e che potrebbe apparire
in qualche modo forzato, ma che pure non pare ad esempio incompatibile
con un’ottica anch’essa ‘real-politica’ e marxiana
quale quella che –senza voler qui suggerire convergenze improbabili
e semplificanti che annullino reali distanze biografiche e teoretiche
– animava la quasi coeva riflessione del comunista consiliarista
Paul Mattick per come essa si era espressa, negli anni Trenta e Quaranta,
nelle riviste pubblicate negli Stati Uniti «International Council
Correspondance», «Living Marxism» e «New Essays»:
una riflessione a proposito della quale significativamente, dal punto
di vita del presente discorso, è stata sottolineata proprio la
specifica capacità di mettere in rilievo “l’«omogeneità»
di fondo tra la «violenza extra-economica» del fascismo e
quella basata sull’accettazione/interiorizzazione da parte delle
organizzazioni operaie delle regole «economiche» del gioco
[...] dettate dalle mostruose esigenze della valorizzazione capitalistica”
. Né, come si andrà ad argomentare, resterà questo
l’unico o più rilevante motivo di accostamento tra due riflessioni
per molti versi certo non compatibili, ma pure accomunate, a cavallo della
seconda guerra mondiale, da una comune passione ‘restauratrice’
e rivitalizzatrice nei confronti del marxismo rivoluzionario (ancorché,
appunto e naturalmente, ciascuno del ‘proprio’ marxismo) .
In termini più generali, comunque, non era un caso, sulla base
di quanto evidenziato finora, che Bordiga individuasse la “massima
espressione dell’autorità statale” nel “fatto
militare”, ossia in quella ‘guerra moderna’ che esigeva
“un organismo col massimo di accentrata unità, di disciplina
assoluta e di autorità gerarchica” e nella quale “i
metodi di organizzazione, di pianificazione da un centro” toccavano
“il più alto vertice” e si raggiungeva “il massimo
di maneggio, da parte di un pugno di dominatori, di moltitudini passive,
incoscienti, meccanizzate” in una rete votata a distruggere “qualunque
tendenza all’iniziativa” e a ridurre gli uomini “a tanti
Robot omicidi” . Certo, Bordiga scriveva queste parole sotto l’impressione
delle devastazioni e degli enormi massacri prodotti dalla seconda guerra
mondiale –per di più sviluppatisi (ed è questo un
dato centrale ai suoi occhi) senza alcun segno di ripresa operaia in senso
classista e rivoluzionario per come Bordiga interpretava questi aggettivi;
ciò che tuttavia più appariva qualificante nella sua posizione
era proprio l’asserita assenza di alterità qualitativa tra
le varie forme di violenza e coercizione esercitate per mezzo degli apparati
statali sulle classi dominate nei periodi di tregua sociale come in quelli
di scontro aperto (fosse quest’ultimo quello tra le classi in lotta
per la conquista o il mantenimento del potere o quello tra gli stati imperialisti
in lotta per la spartizione dei mercati mondiali). Il dato, in ogni caso,
valeva appunto per Bordiga qualunque fosse la forma istituzionale o il
sistema di selezione della classe dirigente: violenza e oppressione erano
e restavano i connotati fondamentali e genetici della società capitalista
e degli apparati statali che questa dovevano tutelare. Anzi, nel caso
che distinzioni si volessero operare, “anche e soprattutto”
lo stato “rappresentativo e parlamentare” costituiva “una
attrezzatura di oppressione” che paragonabile “al serbatoio
delle energie di dominio della classe economica privilegiata”, adatto
a custodirle “allo stadio potenziale” nelle situazioni in
cui la rivolta non tendeva ad esplodere, “ma adatto soprattutto
a scatenarle sotto forme di repressione di polizia e di violenza sanguinosa”
non appena si fossero levati “i fremiti rivoluzionari” . La
viscerale polemica incessantemente condotta da Bordiga anche nel secondo
dopoguerra contro la democrazia si spiega in parte significativa anche
sulla base di queste considerazioni, soprattutto laddove le si collochi
nel quadro di una profonda avversione nei confronti delle capacità
integrative di un sistema come appunto quello ‘democratico’
che formalmente si presentava alle masse come ‘egualitario’
e ‘libertario’, ma che agli occhi del rivoluzionario campano
non faceva che celare con tali fronzoli l’essenza ultima della forma
sociale ‘più spietata ed oppressiva mai comparsa nella storia’
: al di là del rifiuto del concetto stesso da un punto di vista
‘filologico’ e teoretico , nel luglio del 1946 Bordiga scriveva
in proposito in modo assai rivelativo che nella democrazia borghese “la
delega elettorale, gabellata giuridicamente come cardine della sovranità
di ogni cittadino, per cui lo Stato sarebbe il servo del popolo”,
costituiva “tanto nella sostanza che nella forma una totale spoliazione
di potere”, poiché l’elettore, deposta la scheda diventava
passivo “essendo tutto il potere passato nelle mani dello Stato
poliziotto ed avendo solo questo possibilità esecutive” .
Ed ancora: delegare è, “in effetti, rinunciare alla possibilità
di azione diretta, la pretesa funzione «sovrana» del diritto
democratico non è che un’abdicazione”. La stessa idea
della delega di potere da parte dell’“individuo isolato (elettore)”
grazie “ad un atto platonico derivante dalla libera opinione”
–quando l’opinione “è in realtà un riflesso
delle condizioni materiali e delle forme sociali” e quando, nei
fatti, “il potere consiste in un intervento di forza fisica”–
doveva essere abbandonata “alle brume della metafisica” .
Proprio quest’ultima citazione chiarisce bene come non si trattasse
del solo problema della ‘delega’: a proposito delle elezioni
amministrative del 1951 Bordiga ribadiva esplicitamente che i rapporti
di forza nella storia li spostava “non la carta, ma l’acciaio”
. Similmente, già nel 1948 aveva affermato che il meccanismo elettorale
appariva “caduto nel campo inesorabile del conformismo e della soggezione
delle masse alle influenze dei centri ad altissimo potenziale, così
come i granelli di limatura di ferro si adagiano docili secondo le linee
di forza del campo magnetico” . Bordiga negava in sostanza che l’evolversi
della società capitalista fosse destinato, nel tempo, a ridurre
il grado di oppressione e sfruttamento gravante sull’uomo, tanto
in termini economici che politici, sulla base della forma democratica
o autoritaria dello stato stesso: dopo aver caratterizzato come “violenza
virtuale”, in potenza, la permanente manipolazione dell’informazione
da parte della borghesia attraverso il controllo dei mass media, affermava
anzi che il trapasso dalle forme pre-borghesi alla società attuale
aveva aumentato la frequenza del fattore della sopraffazione e dell’imposizione,
riuscendo tuttavia a garantirne la realizzazione, come mai prima d’ora,
con il consenso degli sfruttati stessi. Come si avrà modo di dimostrare,
è questo un dato analitico tutt’altro che secondario nella
riflessione bordighiana dell’immediato secondo dopoguerra e che
di questa contribuisce a comprendere molti dei toni e dei contenuti che
si andranno ad analizzare nelle pagine a seguire.
A partire da queste premesse, nel decifrare la trasformazione nei modi
di amministrare e governare della borghesia corrispondenti al sorgere
dei regimi totalitari e fascisti, Bordiga mette esplicitamente in guardia
dall’“accreditare alla forma e alla fase democratico-parlamentare
una minore intensità e densità della violenza di classe”:
“chi sfugge alla suggestione di considerare la sola violenza in
atto e misura invece tutto il volume di quella potenziale insita nella
vita e nella dinamica della società, eviterà di cadere nell’inganno
di preferire, sia pure in via subordinata e relativa, il metodo ipocrita
e il mefitico ambiente della democrazia liberale” . Si noti in proposito
che, contrariamente a quanto talora si è affermato contrapponendo
allo ‘schematismo’ del rivoluzionario campano la maggiore
capacità analitica di Lenin rispetto alla questione dello stato
, non pare che si possa rilevare nel Bordiga dell’immediato dopoguerra
un’unilaterale sopravvalutazione della funzione parlamentare quale
vero ‘cuore’ dello stato borghese: ribadito che “anche
in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico,
la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale
[…] resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi
e degli istituti della classe superiore”, Bordiga affermava infatti
esplicitamente che manifestazioni concrete di questa ‘forza di classe’
erano “non solo tutto l’apparato statale con le sue forze
armate e la sua polizia”, ma “tutto l’armamentario di
mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento borghese,
attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con
cui vengono plasmate le opinioni delle masse” . Il parlamentarismo
non appare affatto in Bordiga come il puntello principale dello stato
borghese, ma, al più, uno fra i molti. Piuttosto, in proposito,
si può rilevare come esso appaia semmai il cuore della democrazia
come tale: il che evidenzia la distanza bordighiana non da una nozione
complessa e moderna dello stato e dei suoi rapporti con la società
civile, bensì, semmai, da una nozione della democrazia stessa capace
di includere al proprio interno quelle dinamiche di reale partecipazione
e protagonismo individuale e collettivo che, per quanto orientate in direzioni
diverse da quelle ‘sanamente classiste’ auspicate dallo stesso
Bordiga, proprio tra Resistenza e dopoguerra ebbero uno dei momenti di
maggiore intensità nella storia dell’Italia contemporanea
e che non appaiono riducibili ai soli meccanismi della democrazia formale
e delegata . In ogni caso, dalle analisi or ora evocate consegue agli
occhi di Bordiga che il pieno dispiegarsi del sistema capitalista nelle
sue forme di ‘dominazione democratica’ non solo non escludeva
storicamente, ma all’opposto preparava ed acuiva “sempre più
lo svolgersi del contrasto fra gli interessi di classe in guerra civile,
in lotta armata”. Lo stato borghese di classe –“mentitrice
espressione interclassista della maggioranza dei cittadini, o dittatura
più o meno confessata esercitata da un apparato di governo che
si pretende rivestito di una missione nazionale razziale o socialpopolare”–
doveva essere “allo stesso titolo” distrutto: “se ciò
non avviene, è la rivoluzione che rimane schiacciata” .
3. Il totalitarismo come ‘senso dell’epoca’
Il già
evocato schema di sviluppo storico delineato nel Tracciato d’impostazione
viene applicato da Bordiga alla borghesia per spiegare le nuove forme
che il dominio di classe di quest’ultima ha assunto con l’avvento
dei regimi fascisti. Essa avrebbe ormai percorso nei principali paesi
capitalisti le tre fasi storiche caratteristiche: dopo essere stata in
origine sostenitrice di principi liberali e democratici rivoluzionari
in senso antifeudale e dopo aver poi dato corso a una fase “progressiva
e riformista” in cui parlamentarismo e democrazia avevano assicurato
l’integrazione sociale delle masse a fini conservatori e lo sviluppo
del sistema “scongiurando urti violenti ed esplosioni della lotta
di classe”, nella terza, ultima e definitiva fase la borghesia andava
abbandonando le precedenti formule ideologiche e di governo orientandole
in senso esplicitamente totalitario. Il lemma assumeva qui in Bordiga
una valenza socio-economica e una valenza politico-istituzionale, le quali
tuttavia finivano in ultimo col rivelarsi intimamente e deterministicamente
interconnesse . A livello strutturale, nell’epoca “del moderno
imperialismo” –“caratterizzato dalla concentrazione
monopolistica dell’economia, dal sorgere dei sindacati e dei trusts
capitalistici, dalle grandi pianificazioni dirette dei centri statali”–
l’economia borghese andava perdendo secondo Bordiga “i caratteri
del classico liberismo, per cui ciascun padrone d’azienda era autonomo
nelle sue scelte economiche e nei suoi rapporti di scambi”, a favore
di “una disciplina sempre più stretta della produzione e
della distribuzione”: nel contesto di quest’ultima gli indici
economici non risultavano ormai più “dal libero gioco della
concorrenza, ma dall’influenza di associazioni fra capitalisti prima,
di organi di concentrazione bancaria e finanziaria poi, infine direttamente
dello stato”. L’esatto corrispondente a livello sovrastrutturale
di tali dinamiche consisteva per Bordiga proprio nell’avvento di
“forme di più stretta oppressione” incarnantisi nei
regimi “totalitari e fascisti”, ossia segnati dal concretarsi
di “centri di governo assolutamente dispotici”, dal costituirsi
“del partito unico totalitario” e dalla relativa “centralizzazione
gerarchica” . In questa prospettiva, il totalitarismo diventava
così tappa necessaria e, a giudizio di Bordiga, positivamente irreversibile
dello sviluppo storico della società borghese: “queste forme
più strette del capitalismo costituiscono la necessaria fase più
evoluta e moderna che esso percorrerà per arrivare alla fine del
suo ciclo ed esaurire le sue possibilità storiche” . Allo
stesso modo in cui Lenin aveva stabilito –così ne chiosava
e sintetizzava il pensiero Bordiga nel 1947– “che è
un reazionario chi si illude che il capitalismo monopolistico e statalista
possa retrocedere al capitalismo liberista”, similmente lo sarebbe
stato chiunque avesse inseguito “il miraggio di una riaffermazione
del metodo politico liberale democratico” : lottare a questo fine,
specificava il rivoluzionario campano in un altro testo coevo, sarebbe
anzi stato come combattere “una lotta altrettanto insana e disperata
di quella della bottega contro la fabbrica meccanica, della piroga contro
la cannoniera, del siluro umano contro la bomba atomica” .
Un passaggio di rilievo, quest’ultimo, perché suggerisce
l’esistenza di una componente ‘tecnocentrica’ –
in astratto cioè non necessariamente subordinata alle dinamiche
del modo di produzione capitalista in quanto tale – del paradigma
totalitario delineato negli scritti bordighiani: la ‘contemporaneità’
e la postulata assoluta modernità del totalitarismo non stavano
cioè unicamente e unilateralmente nel suo essere statal-monopolistico
e imperialista. Il “nuovo indirizzo” dell’“amministrazione
borghese del mondo” faceva infatti leva, agli occhi di Bordiga,
“sul fatto innegabile che tutte le attività umane, per lo
stesso effetto dei progressi della scienza e della tecnica”, sempre
più si evolvevano “dall’autonomismo delle iniziative
isolate, proprio di società meno moderne e complesse, verso l’istituirsi
di reti sempre più fitte di rapporti e di dipendenze in tutti i
campi” che gradualmente andavano coprendo “il mondo intiero”:
“L’iniziativa privata [...] cede il passo di fronte al prevalere
dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione
delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi,
nella ricerca scientifica in tutti i campi. Non è pensabile un’autonomia
di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea,
delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati
di applicazione esclusivamente sociale” . In un contesto teorico
e analitico diverso, ma che tuttavia era vissuto dello stesso ‘spirito
d’epoca’ percorrente gli assunti bordighiani ora evocati,
nel 1937 l’esule antifascista Armando Zanetti (un liberale eterodosso
dal passato nazionalista, ma negli anni Trenta giunto a posizioni di ‘antistatalismo’
radicale) aveva significativamente evidenziato – tradendo un’inquietudine
speculare al senso di implicita soddisfazione che sembra talora fare capolino
dalle pagine del Bordiga postbellico – quello che egli definiva
il “sofisma” dell’inevitabile sovrapporsi di ragione
tecnica e vis totalitaria: “Comunisti, fascisti, confusionari di
ogni risma, dicono più o meno chiaramente: il liberalismo è
fallito, lo Stato liberale ha fatto il suo tempo, perché non corrisponde
più alla tecnica dei tempi moderni. L’accentramento di tutti
i poteri nello Stato, il sacrificio dell’individuo, è la
conseguenza dello sviluppo delle macchine, che esige il concentramento
della produzione, il concentramento del capitale, la subordinazione della
volontà individuale alle necessità collettive. Vecchio sofisma,
questo di voler risolvere un problema politico con un argomento tecnico.
La libertà morrebbe a causa delle macchine; anzi, per essere veramente
contemporanei, bisognerebbe ammazzarla in omaggio alle macchine [...].
Bisogna dunque scegliere tra la luce elettrica e la libertà di
pensiero; tra Mussolini e il lume a olio. Se ci tenete agli aeroplani,
dovete inghiottire Stalin; chi nega Hitler, nega anche le città-giardino
per gli operai, col riscaldamento centrale e col bagno. Gli alti forni
esigono il comunismo, le autostrade il fascismo” . Ancora su un
altro versante politico-culturale, in quegli stessi anni, a conferma della
fortuna d’epoca del tema, anche Karl Polanyi non aveva mancato di
porre l’accento sui più che sospetti nessi esistenti ai suoi
occhi tra affabulazioni tecnolatriche e latu sensu managerialistiche e
Weltanschauungen totalitarie . Non si tratta, in proposito, ovviamente,
di suggerire inesistenti debiti o improbabili filiazioni culturali. Vale
tuttavia la pena di essere evidenziato come nel magmatico ‘clima
di transizione’ e di ridefinizione di parametri e valori che, tra
le ombre della crisi economica e del sorgere dei regimi totalitari, presiedeva
alla polanyiana ‘grande trasformazione’ , autori tra loro
assai diversi e lontani per opzioni politiche e ideologiche potessero
trovarsi a descrivere e ritradurre, ciascuno all’interno delle proprie
culture di riferimento, dinamiche di mutamento avvertite come in via di
universale maturazione.
Tornando ora a Bordiga, vale la pena di sottolineare come il processo
descritto non fosse ai suoi occhi solo sociologicamente ‘irreversibile’,
ma anche geograficamente incontenibile. La trascrescenza totalitaria –ad
un tempo “conseguenza e condizione inevitabile” del sopravvivere
del sistema capitalistico di fronte “alla erosione dei suoi contrasti
interni” e alla minaccia (d’epoca se anche non di congiuntura)
della rivoluzione proletaria – gli appariva infatti come un “fenomeno
storico mondiale” e anzi come “il senso generale dell’epoca
presente” . Certo, riconosceva Bordiga –posto che l’avvicendamento
dei cicli di classe restava “fatto internazionale e giuoco di forze
su scala mondiale” che localmente si manifestava dove concorrevano
“le favorevoli condizioni storiche”–, le manifestazioni
del trapasso al fascismo potevano “presentare dialetticamente presso
i singoli popoli le più svariate successioni” : la storia,
tuttavia, aveva ormai chiaramente posto “solo per i totalitarismi”:
“o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese,
o quello della rivoluzione proletaria” .
Quanto finora evidenziato rimanda peraltro a un altro dato su cui è
opportuno soffermarsi: la centralità, nelle analisi bordighiane,
della dimensione ‘statale’- ‘razionalizzatrice’-‘pianificatrice’-‘ordinatrice’
del totalitarismo. In tal senso sono assai rivelative le metafore di cui
il rivoluzionario napoletano si serviva per esplicitare la sostanza del
proprio pensiero: gli stati vincitori del conflitto mondiale –a
suo giudizio anch’essi avviati, come si dirà, ad acquisire
struttura totalitaria – nel 1951 gli apparivano come “piramidi
moderne di apparati esecutivi a vastissima base territoriale e di popolazione”
. Similmente, nel 1947, l’organizzazione transnazionale di collegamento
che i diversi imperialismi gli sembrano essere intenzionati a darsi veniva
paragonata a un “grande Leviathan mondiale del dominio di classe”
. In proposito si può rilevare come, anche in questo caso, Bordiga
non fosse certo l’unico autore, anche nel solo ambito della diaspora
marxista europea alimentata tra le due guerre mondiali dalle continue
involuzioni e sconfitte del movimento comunista, a porre in connessione
totalitarismo e piena razionalizzazione economica. Nel 1939, a Parigi,
Bruno Rizzi, un ‘trockista’ più che eterodosso, aveva
pubblicato La Bureaucratisation du Monde, uno tra i libri meno letti,
ma forse più citati nella storia del pensiero socialista e comunista
del XX secolo: l’opera postulava che fascismo, nazismo, stalinismo
e New Deal non fossero che manifestazioni sociologicamente omologhe (almeno
in prospettiva) di ciò che Rizzi definiva collettivismo burocratico,
un inatteso ibrido sociale dalla vocazione pianificatrice, nazionalizzatrice
e anticapitalista che egli pensava essere in via di affermazione su scala
planetaria sulle ceneri dell’agonizzante capitalismo: tertium genus
tra quest’ultimo e il socialismo e nel quale la proprietà
dei mezzi di produzione non era più privata, ma non ancora sociale,
bensì di classe, ovvero gestita e goduta nel suo insieme dalla
burocrazia. La burocrazia stessa veniva in tal modo promossa a nuova classe
dominante non borghese e non proletaria, sfruttatrice e tuttavia capace
–qui il punto – di liberare e anzi incrementare parossisticamente
lo sviluppo delle forze produttive inceppate dall’ormai cronica
crisi del capitalismo e di garantire per tale via, ancorché sub
specie totalitaria, una nuova fase di progresso economico e anzi infine
di opulenza che lo stesso proletariato avrebbe dovuto appoggiare fiancheggiando
politicamente e socialmente le dittature burocratiche. La Bureaucratisation
du Monde rivelava in realtà in tal modo l’intenso e sincretistico
processo di riacculturazione cui Rizzi era andato soggetto negli anni
Trenta e che ne aveva visto l’incerto trockismo iniziale contaminarsi
di innesti produttivistici ‘nazional-riformisti’ nonché
di fascinazioni mussoliniane, tecnocratico-corporative e autarchico-imperiali:
l’immagine del totalitarismo rielaborata dall’eclettico ‘Bruno
R.’ – così Rizzi aveva firmato i propri scritti e così
sarebbe stato letto e confutato da Trockij nei propri ultimi e inquieti
mesi di vita e di riflessione sulla natura del regime sovietico –
coincideva in sostanza con quella di una sorta di super-fabbrica fordista
razionalizzata ed estesa a intere sezioni continentali . Due anni dopo,
nel 1941, con The managerial Revolution, era invece toccato a James Burnham
– fino a pochi mesi prima dirigente del trockista SWP negli Stati
Uniti –, consegnare alla storia del concetto di totalitarismo, non
solo un’ennesima proposta di ‘nuova classe dominante’
in via di maturazione dal suo seno – per l’appunto i managers
– , ma anche una nuova tappa delle sue declinazioni razionalizzatrici
e pianificatrici . Naturalmente, anche in questi casi, l’evocazione
a proposito degli scritti di Bordiga (che pure, nel dopoguerra, direttamente
o indirettamente fornì ampie repliche alle teorie sulla ‘nuova
classe’) è contestualizzante solo in termini assai generali:
e tuttavia la caratterizzazione del totalitarismo nei termini descritti
pone lo stesso Bordiga – come Rizzi e come Burnham – in qualche
modo (al di là del comune punto di partenza antistalinista e dei
diversissimi approdi) su una linea interpretativa opposta a quella che
invece, in quegli stessi anni tra guerra e dopoguerra, avvicinò
in modo fecondo, da questo punto di vista, opere come Il doppio Stato
di Ernst Fraenkel (1941), La rivoluzione permanente di Sigmund Neumann
(1942), il Behemoth di Franz Neumann (1942) e, per altro verso, Le origini
del totalitarismo di Hannah Arendt (1951) . Se lo stesso Trockij, pur
apprezzando la politica economica staliniana che, ‘malgrado Stalin’
, aveva portato ai piani quinquennali e alla collettivizzazione dell’agricoltura
dando impulso allo sviluppo delle forze produttive, non aveva mancato
di rilevare a più riprese le disfunzionalità e le storture
imposte all’economia sovietica dall’escrescenza burocratica
e dai relativi arbitri e prevaricazioni (laddove invece “nell’economia
nazionalizzata” la qualità della produzione avrebbe presupposto
“la democrazia dei produttori e dei consumatori” e “la
libertà di critica e di iniziativa” –strutturalmente
“incompatibili con il regime totalitario della paura, della menzogna
e dell’apologia”) – gli autori ora evocati, pur scontando
sensibilità, percorsi personali, approcci metodologici e oggetti
d’indagine tra loro diversissimi, in un modo o nell’altro
erano andati a cogliere un dato di importanza decisiva per la definizione
del concetto di totalitarismo e, al tempo stesso, per la comprensione
del concreto funzionamento dei regimi totalitari: il loro essere non ordine,
non stabilità monocratica e razionalità fordista, ma, all’opposto,
caos policratico e disfunzionale, dinamismo endogeno continuo e inarrestabile,
movimento permanente distruttivo e autodistruttivo, moltiplicazione dei
centri decisionali e corrosione delle strutture tradizionali del potere
statale e della loro stessa razionalità burocratica. Behemoth,
dunque, e non Leviathan . Siamo qui evidentemente lontani dall’“amministrazione
tecnicamente ottima” attribuita ancora nel 1947 da Bordiga al regime
nazista , ma certo più vicini alle conclusioni cui è giunta
negli ultimi decenni la riflessione storiografica .
Un assunto in qualche modo condiviso da molti degli autori evocati –compreso
lo stesso Bordiga – concerneva invece la forza e la vitalità
dei sistemi totalitari. Qui la distanza si manifestava peraltro in modo
rilevante e significativo non solo rispetto alle teorie della stagnazione
o della ‘fase discendente’ o ‘di decadenza’ del
capitalismo, ma anche da un altro classico del marxismo contemporaneo,
ovvero il già evocato Leon Trockij. Questi nel corso degli anni
Trenta aveva iniziato a servirsi del concetto di totalitarismo a riguardo
tanto della Germania nazista che dell’Urss staliniana (senza per
questo ovviamente assimilarne la diversa e a suo giudizio opposta natura
di classe): tuttavia, nel dialettizzarlo con il concetto di bonapartismo
(e in realtà anche con il proprio, pur marxisticamente vigoroso,
‘ottimismo della volontà’), aveva nei fatti continuato
ad attribuire al potere totalitario (compreso quello staliniano) una prevalente
dimensione di instabilità e transitorietà che in verità
sempre più difficilmente poteva dare ragione dell’evidente
e aggressiva vitalità dei regimi cui appunto si tentava di applicare
il concetto. A pesare su Trockij – così come aveva pesato
sulla Terza Internazionale – era stata proprio l’idea di trovarsi
ancora nella fase della ‘crisi definitiva’ del capitalismo.
Bordiga, da questo punto di vista, seppur coi limiti che si evidenzieranno,
era ormai ben al di là di tale illusione: lo stesso capitalismo,
totalitaristicamente ‘rianimato’ e rilanciato, appariva a
Bordiga, come si accennava, nuovamente in grado di sopravvivere a sé
stesso: gli eventi degli ultimi anni provavano infatti a suo giudizio
che a farsi elemento di ‘conservazione’ antistorica, definitivamente
superato dal corso stesso degli eventi, non era infatti –come nel
primo dopoguerra Bordiga stesso, al pari dell’intero movimento comunista
internazionale, aveva in qualche modo creduto e sperato – il modo
di produzione capitalista in sè, bensì unicamente il tradizionale
capitalismo presuntamente liberista e individualista : all’opposto,
il capitalismo, fascistizzandosi e centralizzandosi, appariva in grado
secondo Bordiga di rimandare il momento del proprio definitivo travolgimento
e di sviluppare ancora “la massa delle forze produttive” .
Anzi, il totalitarismo –che da questo punto di vista si presentava
agli occhi di Bordiga anche come prassi di ‘autolimitazione’
con cui il capitalismo tentava di “frenare entro dati limiti l’impulso
di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato
vantaggio” – implicava “un incremento addirittura vertiginoso
della dinamica industriale e finanziaria” (pur restando naturalmente
inteso che, agli occhi del marxismo, “il controllo, il dirigismo,
il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato
pilotaggio dei processi economici” non potevano apparire, quantomeno
su scala storica, che come “un folle «driving» verso
l’abisso e la rovina” ). Il capitalismo nella sua fase totalitaria
appariva in ogni caso a Bordiga, certo, mostruoso, ma non perché
decadente o ‘in via di putrefazione’ a livello strutturale,
ma, all’opposto, proprio perché nuovamente rigoglioso. Il
che permette tra l’altro di valutare appieno la distanza dell’elaborazione
bordighiana dalle coeve posizioni del PCI, che, nel quadro di un’interpretazione
delle cause dell’avvento del fascismo in Italia incentrata sulla
commistione tra parziali incompiutezze nel superamento del ‘feudalesimo’
e preponderanza di gruppi industriali monopolistici e ‘parassitari’,
indulgeva in una caratterizzazione dello stesso fascismo in un senso almeno
in parte ‘antimoderno’ . Da qui la ripetizione ‘a oltranza’
da parte di Bordiga –nell’ovvia evidenza dell’asserto,
ma anche nella sua intima pregnanza interpretativa e, nel contesto dato,
politica – che Hitler “aveva bruciato il Reichstag, ma non
le Krupp di Essen” e che il fascismo e il nazionalsocialismo, se
avevano travolto la ‘democrazia borghese’, “non solo
non avevano spiantato, ma non intendevano affatto spiantare industrie,
macchine, ferrovie, banche e tutto il resto dell’apparato produttivo
capitalistico”, bensì, all’opposto, “esaltarne
il ciclo” . Anche in questo caso, si noti, si potrebbero evocare
similitudini con quasi coeve posizioni di Mattick, che, nell’importante
saggio Concorrenza e monopolio –apparso nei «New Essays»
nella primavera del 1943–, aveva esplicitamente teorizzato un possibile
–ancorché temporaneo – ‘rifiorire del capitalismo’
in caso di vittoria bellica e relativa egemonia mondiale dell’imperialismo
anglo-americano . Segno entrambi, le analisi bordighiane e mattickiane
– pur nelle irriducibili specificità e nel comune, e talora
contraddittorio, maturare tra gli orrori della seconda guerra mondiale
–, dei tentativi di superare parte delle illusioni e semplificazioni
dell’entre-deux-guerres ad opera dei rivoli del marxismo rivoluzionario
sopravvissuti alla durezza e alla complessità delle ‘repliche
della storia’ (e da tale durezza anzi in qualche modo temprati e
rinvigoriti).
4.
La dimensione internazionale: guerra mondiale e Internazionale totalitaria
La centralità
della dimensione internazionale nel marxismo bordighiano, che già
è stata opportunamente sottolineata in sede di riflessione storiografica
, trova una conferma nel maturare, sulle ceneri del fallimento della prospettiva
della Weltrevolution dopo la Grande Guerra, di quella sorta di teoria
del Welttotalitarismus che si è più sopra delineata. Un’ulteriore
conferma di tale assunto si ricava peraltro dal riscontro nei testi bordighiani
di una chiara dialettica tra le dinamiche del secondo conflitto mondiale
e il più pieno compiersi di quella ‘fascistizzazione del
mondo’ comunque maturante, come appunto si è visto, attraverso
i naturali e ‘pacifici’ processi di concentrazione capitalistica
nei singoli paesi. Come noto, la seconda guerra mondiale venne letta dal
rivoluzionario campano nei termini di un conflitto interimperialistico
essenzialmente non dissimile da quello del 1914-18 , nei confronti del
quale perciò la giusta consegna del proletariato internazionale
non poteva a suo giudizio essere che la medesima di allora: in tutti i
paesi, quali che fossero le forme istituzionali assunte dal dominio della
borghesia, rifiuto di collaborazione con essa, disfattismo rivoluzionario
e –quando le condizioni lo avessero consentito – preparazione
di un’autonoma azione di classe nella prospettiva dell’insurrezione
per la conquista del potere. A partire da questa interpretazione si può
affermare che per Bordiga non si sarebbe dunque dato come elemento qualificante
del secondo conflitto mondiale quel surplus di radicalismo ideologico
che viceversa viene solitamente riconosciuto come dato caratteristico
e peculiare di tale guerra perlomeno a partire dal 1941. Più precisamente:
anche laddove la rilevanza di tale componente ‘ideologica’
veniva riconosciuta, in essa non si riconosceva un possibile elemento
di distinzione qualitativa rispetto ai passati conflitti interimperialistici,
ma solo un potente e pervasivo strumento di mobilitazione delle masse
proletarie ai fini del loro coinvolgimento subordinato nella nuova lotta
per la spartizione del globo. Al di là della rigorosa opera di
demistificazione di quelle che Bordiga considerava semplici ideologie
di mobilitazione borghese –la guerra come guerra ‘di liberazione
nazionale ’ o come guerra ‘di difesa ’ o ‘per
il progresso ’ o ‘rivoluzionaria’–, ciò
che anche e soprattutto egli mirava a dimostrare essere falso era che
il conflitto fosse legittimamente qualificabile in senso ‘democratico’
e ‘antifascista’ da parte degli Alleati: e questo non tanto
rispetto allo iato tra presunte motivazioni ideali e reali fini di rapina
(il che era a suo giudizio già implicito nella definizione stessa
di guerra imperialista –ovvero, leninianamente, guerra “fra
i padroni di schiavi per il consolidamento e il rafforzamento della schiavitù”
), ma anche e soprattutto nei suoi oggettivi esiti ultimi. Bordiga, infatti,
pur considerando i risultati militari delle guerre “fattori di primo
ordine nel processo di trasformazione della società internazionale”,
rifiutava recisamente la tesi che definiva del “crociatismo”
postulante che gli stati potessero scendere in conflitto tra loro “per
imporre al mondo regimi sociali e politici” simili a quelli vigenti
al proprio interno. Una ‘tesi’, come evidente, che invece
proprio il dopoguerra –in Asia come in Europa – sembrava quasi
‘didascalicamente’ confermare e che lo stesso Stalin aveva
in qualche modo fatto propria, sottolineando in una conversazione con
Gilas e Tito del 1945 come appunto la guerra che si andava concludendo
fosse “diversa da tutte quelle del passato” proprio per il
fatto che chiunque occupava un territorio finiva necessariamente con l’imporvi
il proprio sistema sociale . All’opposto, muovendo come suo costume
dall’esemplificazione storica, Bordiga affermava che, se nelle stesse
guerre napoleoniche “lo schema filosofico-ideologico di spiegazione”
non poteva rendere conto dell’alleanza dell’Inghilterra borghese
con le potenze assolutistiche contro la Francia rivoluzionaria, il “sofisma
ideologico” si mostrava fallace proprio nel chiarire la reale portata
della vittoria dei coalizzati: malgrado la sconfitta delle truppe napoleoniche,
infatti, si sottolineava, “le direttive sociali e politiche dell’ordinamento
borghese prevalsero nel paese vinto e in quelli vincitori” e ciò
perché, chiunque avesse vinto, non avrebbe potuto che immedesimarsi
con “l’inesorabile divenire capitalistico” . Quella
secondo cui “lo spostamento di rapporti prodotto dal prevalere di
una delle forze militari sull’altra determini una evoluzione sociale
generale nel senso del diffondersi nel mondo del tipo di organizzazione
e di regime propri degli Stati vincitori” appariva dunque a Bordiga
come un’“ipotesi arbitraria”: “Non solo le possibilità
dei riflessi sono molto più complicate, ma anzi il corso storico
nel suo complesso ha piuttosto mostrato un carattere dialetticamente inverso”.
Analogamente a quanto avvenuto in Europa dopo il 1815, in passato, ad
esempio, si sottolineava, le invasioni barbariche avevano vinto le difese
militari dell’Impero romano, ma tutta l’Europa era stata poi
condotta “a organizzarsi secondo il tipo sociale e le leggi romane”
. Allo stesso modo – qui il punto centrale dell’argomentazione
bordighiane – nel XX secolo le due guerre mondiali avevano assicurato
la vittoria “a quella parte che sosteneva di rappresentare la democrazia”,
ma “ad un’analisi libera da preconcetti borghesi” appariva
come il mondo volgesse “inesorabilmente verso forme sempre più
severe di controllo dall’alto, di complessità burocratica,
di intervento statale, di impastoiamento e di soffocazione di ogni iniziativa
o autonomia periferica da parte di mostruosi centri monopolistici di organizzazione”
.
La realtà, al di là delle autorappresentazioni ideologizzate
e interessate, era dunque agli occhi di Bordiga che i fascismi, nel lanciare
nel 1939 “un ricatto politico e una sfida militare ai paesi in cui
la passatistica bugia liberale poteva ancora circolare”, non avevano
lasciato loro “alcuna favorevole alternativa”: “o gli
Stati fascisti avrebbero vinto la guerra, o l’avrebbero vinta i
loro avversari, ma a condizione di adottare la metodologia politica del
fascismo”. Dunque, nel dispiegarsi della guerra, nessun conflitto
“tra due ideologie o tra due concezioni della vita sociale”,
bensì “il necessario processo dell’avvento della nuova
forma del mondo borghese, più accentuata, più totalitaria,
più autoritaria, più decisa a qualunque sforzo per la conservazione
e contro la rivoluzione” . Il conflitto imperialista si rivelava
così agli occhi di Bordiga un precipitante in senso osmotico delle
contrapposte forme politiche e sociali in termini di netta continuità
rispetto a quel processo di ‘fascistizzazione del mondo ’
non a caso innescatosi proprio a partire dalla Grande Guerra. Era sulla
base di queste premesse analitiche che Bordiga poteva dunque scrivere
che la nuova deflagrazione bellica era stata “perduta dai fascisti,
ma vinta dal fascismo” , ovvero postulare che Inghilterra e Stati
Uniti, rifiutando le offerte di ‘compromesso’ avanzate dai
tedeschi nel corso del conflitto, avessero coerentemente “profetizzata
ed attuata la rovina militare del loro nemico” adottandone però
“in pieno senza esitazioni né riguardi i metodi totalitari
e centralizzatori col superiore loro rendimento tecnico, politico e militare”,
in tal modo divenendo del proprio avversario storico non solo i vincitori,
“ma anche gli esecutori testamentari” .
Anche in questo caso, il tema della guerra ‘totalitaria’ non
era prerogativa del solo Bordiga. Se i già evocati Rizzi e Burnham
non avevano avuto dubbi, da questo punto di vista, nel 1939 e nel 1941,
nell’interpretare il conflitto come una guerra di affermazione –nelle
cose, prima ancora che nelle volontà coscienti – dei nuovi
modi di produzione profetizzati come in via di maturazione sulle ceneri
del presuntamente agonizzante capitalismo, erano stati ancora i comunisti
consiliari emigrati negli Stati Uniti a presentare posizioni in qualche
modo assimilabili a quelle bordighiane: era stato ad esempio il caso di
Karl Korsch, che, nell’autunno del 1940, nel saggio La controrivoluzione
fascista, aveva affermato perentoriamente che la guerra imperialista era
diventata “essa stessa un processo rivoluzionario, una guerra civile
con una tendenza predominante inequivocabilmente fascista” e che
qualunque fosse stato “il partito vincente”, il risultato
avrebbe comunque coinciso con “un gigantesco passo in avanti verso
la fascistizzazione dell’Europa, se non dell’intero mondo
europeo, americano, ed asiatico di domani” . Più ancora che
di Korsch, nuovamente, era stato il caso di Mattick, al quale, nel già
evocato Concorrenza e monopolio, era parso chiaro che nel corso della
guerra le ‘democrazie monopolistiche’ avrebbero finito col
“copiare le forme organizzative e i metodi militari del totalitarismo”
: “la risposta al totalitarismo è quindi ancora il totalitarismo
[...] a prescindere da chi sarà il vincitore sul fronte militare,
il mondo passerà dal monopolismo al totalitarismo, così
come è precedentemente passato dalla concorrenza al monopolio”
. La peculiarità di Bordiga, da questo punto di vista, era semmai
il continuare a sostenere la tesi della progrediente trasformazione totalitaria
anche a guerra ampiamente conclusa (pur restando indispensabile sottolineare
come nel periodo compreso tra il 1945 e i primi anni Cinquanta la possibilità
di un nuovo conflitto generale tra gli ex alleati della coalizione antifascista
continuasse ad aleggiare assai minacciosa). In ogni caso, va sottolineato
come una corretta comprensione della pregnanza e del rilievo dell’impostazione
analitica or ora delineata in Bordiga contribuisca in modo significativo
a rendere assai meno rilevante l’annosa questione dell’ammissibilità
‘etico-politica’ della tesi bordighiana della preferibilità,
dal punto di vista dell’apertura di spazi rivoluzionari utilmente
percorribili, della vittoria dell’Asse nel corso della guerra ai
danni del più stabile e forte imperialismo anglo-americano. Come
evidente da quanto sopra riportato, per Bordiga –al di là
delle sue comunque inequivoche valutazioni sul senso delle istituzioni
democratiche nelle società capitalistiche – non si dava in
realtà nel dopoguerra una reale alternativa tra ‘democrazia’
e ‘totalitarismo’, ma semplicemente quella tra il predominio
di una delle due costellazioni totalitarie e, semmai, nella migliore delle
ipotesi, la risorgente istanza rivoluzionaria del proletariato. Oggettivamente
poco di ‘criptofascista’ in tutto ciò, dunque, ma primariamente
l’auspicio di un più rapido tracollo generale del sistema
in tutte le sue centrali.
L’assunto in base al quale “la tendenza moderna” era
“per la concentrazione totalitaria della gestione amministrativa
non solo nazionale ma internazionale” si traduceva peraltro nei
testi esaminati nell’immagine di un Welttotalitarismus votato a
darsi concrete strutture organizzative e repressive di tipo unitario –ancorché
a egemonia statunitense – miranti da un lato a tentare di cristallizzare
e universalizzare i rapporti di brutale sudditanza maturati nel corso
del conflitto tra le massime potenze imperialiste e i paesi da esse militarmente
occupati con il ‘pretesto’ della loro ‘liberazione’;
dall’altro a intervenire in senso controrivoluzionario contro ogni
tentativo di sollevazione proletaria. Per quel che concerne l’‘agglomerazione’
dei piccoli stati attorno alle grandi potenze egemoni Bordiga delineava
così i medesimi scenari ‘orwelliani’ che, da un lato,
erano sembrati prevalere nell’anteguerra e, per alcuni versi, nel
corso stesso del conflitto, dall’altro avevano trovato ampio spazio
descrittivo-prescrittivo – ancorché con diverso segno sociologico
– nelle già evocate affabulazioni rizziane e burnhamiane.
Bordiga scriveva in proposito nel Tracciato d’impostazione di una
“dittatura mondiale della classe capitalistica, assicurata da un
organismo di collegamento dei grandissimi Stati che hanno ormai privato
di ogni autonomia e di ogni sovranità gli Stati minori ed anche
molti di quelli che venivano prima annoverati fra le «grandi potenze»”:
“Questa grande forza politica mondiale esprime il tentativo di organizzare
su un piano unitario l’inesorabile dittatura della borghesia, mascherandola
sotto la formula di «Consiglio delle Nazioni Unite», e di
«Organizzazione della Sicurezza»” . Ancora nel 1947,
Bordiga scriveva di una “dittatura dei grandi agglomerati statali”
capace di controllare “non solo i paesi vinti, ma gli stessi paesi
alleati liberati dall’occupazione nemica”: “Gli Stati
minori cadranno in un regime coloniale, non avranno né economia
suscettibile di vita propria, né autonomia di amministrazione e
di politica interna, e tanto meno apprezzabili forze militari suscettibili
di libero impiego” .
In primo piano nella riflessione bordighiana appariva tuttavia la seconda
delle funzioni storiche demandate all’Internazionale “centralista
e totalitaria” delle forze del capitale: ovvero, “sotto la
parola della repressione di un risorgere del fascismo”, il soffocamento
di ogni eventuale tentativo rivoluzionario, allo stesso modo in cui nel
secolo precedente la Santa Alleanza –l’‘Internazionale
dell’assolutismo’– aveva operato contro le sollevazioni
borghesi . Ancora nel 1949, malgrado l’ormai più che evidente
polarizzarsi della situazione internazionale, nello stigmatizzare le iniziative
del movimento dei ‘partigiani per la pace’ , Bordiga riproponeva
la tesi della possibilità, “dopo ulteriori svolgimenti”,
di “un sistema capitalistico organizzato in tutto il mondo in un
complesso unitario, stato, soprastato o federazione [...], capace di mantenere
la pace dovunque”, ovvero di concentrare “in una polizia mondiale
di ferro a comando unico e col monopolio di tutti i mezzi di distruzione
e di offesa” il mezzo per “strozzare ogni ribellione degli
sfruttati” .
Secondo Bordiga – qui il punto – per il capitalismo, sul piano
nazionale come su quello internazionale, gli ultimi trent’anni di
guerre e rivoluzioni non erano trascorsi invano: “questa volta –scriveva
nel 1947– la coalizione controrivoluzionaria mondiale si guarderà
bene dall’abbandonare incontrollati i territori dei paesi vinti,
ma vi instaurerà una guardia di classe internazionale, vi permetterà
soltanto organizzazioni controllate ed amministrate, vigilerà,
[...] per molti anni, ad impedire non già le pretese dittature
di destra, ma qualsiasi forma di agitazione sociale” . Altrove scriveva
ancora, significativamente, di un’umanità i cui destini erano
nelle mani dei “pochissimi grandi Mostri di classe” rappresentati
dai “massimi stati della terra”, imponenti “macchine
di dominio” la cui strapotenza pesava “su tutti e su tutto”
e “il cui accumulare senza mistero energie potenziali” preludeva,
“da tutti i lati dell’orizzonte” e quando “la
conservazione degli istituti presenti” lo avesse richiesto, “allo
spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima
esitazione” . I fantasmi dell’‘alleanza antiproletaria’
tra prussiani e ‘capitolardi’ francesi in occasione della
repressione della Comune parigina, ovvero quelli dell’intervento
degli eserciti stranieri contro la Russia bolscevica nella prima fase
del potere rivoluzionario e dell’ancor più prossimo soffocamento
nel sangue dell’insurrezione dei partigiani greci –con il
tacito, ma evidente consenso sovietico – si intrecciavano così
in Bordiga fino a delineare un quadro pantotalitario paradossalmente ancora
più cacotopico nell’ipotesi di una sua dimensione pacificata.
Significativamente egli definiva nel 1949 l’“eventualità
della pace borghese” come “peggiore di quella del capitalismo
generatore di guerre in serie fino al suo crollo finale”, qualificandola
anzi come la prospettiva “più controrivoluzionaria ed antiproletaria”
. Un’alternativa di gestione del sistema ben presente negli scritti
bordighiani di questi anni e che in essi convive con quella di una possibile
‘terza guerra mondiale’, quest’ultima presto alimentata
dalle tensioni connesse alla guerra di Corea. Merita di essere sottolineato,
in ogni caso, come le possibilità della prospettiva “di governo
internazionale totalitario del capitale” e “di compromesso”
– a proposito del quale si è parlato di “ipotesi ultra-imperialista
(di derivazione kautskiana)” – venisse peraltro posta da Bordiga
in relazione diretta con l’opportunità per le potenze vincitrici
“di attuare per lunghi anni proficui investimenti della accumulazione
capitalistica follemente progressiva nei deserti creati dalla guerra e
nei paesi che le distruzioni di essa hanno ripiombato dai più alti
gradi dello sviluppo capitalista ad un livello coloniale” . Come
noto, alla più parte degli osservatori e dei teorici del totalitarismo
il nesso tra questo e la guerra era storicamente sembrato e continuava
a sembrare un dato di evidenza, a maggior ragione dopo lo scatenarsi del
secondo conflitto mondiale e, seppur per altro verso, nel contesto del
dispiegarsi delle ideologie e del “clima manicheo e culturalmente
mediocre” della guerra fredda, che evidentemente nell’area
a egemonia statunitense si concentravano con insistenza sul ‘pericolo
mondiale’ rappresentato dal ‘totalitarismo sovietico’
. La relativa razionalità di classe non conquistata dal totalitarismo-Behemoth
e invece ben tutelata e raffinata dal totalitarismo-Leviathan faceva sì
che in Bordiga quest’ultimo potesse invece sfociare in qualcosa
di diverso –ancorché non meno cacotopico –, di un permanente
bellum omnium contra omnes. Almeno sul breve. Il rilievo sui ‘proficui
investimenti’ di cui sopra, infatti, configurandoli, almeno in una
prima fase, come mera attività ‘di riempimento’ dei
vuoti creati dalle distruzioni belliche, segnava peraltro in Bordiga anche
i limiti storicamente e deterministicamente invalicabili del “piano
unitario di organizzazione borghese” nel pur già presuntamente
‘nascente’ ‘super-stato internazionale’: “lo
stesso ritmo vertiginoso che esso imprimerà alla amministrazione
di tutte le risorse e attività umane, con lo spietato asservimento
delle masse produttrici, ricondurrà a nuovi contrasti e a nuove
crisi, agli urti fra le opposte classi sociali, e, nel seno della sfera
dittatoriale borghese, a nuovi urti imperialistici tra i grandi colossi
statali” . Proprio le guerre, in ultimo, restavano del resto “l’indispensabile
quadro” in cui solo avrebbe potuto continuare ad attuarsi “l’accumulazione
iniziale e successiva del capitale moderno”
5.
Totalitarismo e riformismo
Nel quadro
delle capacità di stabilizzazione che, quantomeno sul medio periodo,
Bordiga riconosceva alle forme di riorganizzazione totalitaria in via
di affermazione su scala planetaria spiccava peraltro un ulteriore elemento
di rilievo su cui è opportuno soffermarsi. Lo stato totalitario
si presentava infatti negli scritti bordighiani del 1945-53 anche come
luogo storico della prosecuzione e anzi della più piena realizzazione
delle tradizionali istanze del riformismo socialista. Bordiga muoveva
in proposito dall’assunto secondo il quale il riformismo non si
sarebbe estinto malgrado il ‘tradimento di classe’ del 1914
e malgrado il ‘duro colpo’ infertogli dalla rivoluzione d’Ottobre
poiché il capitalismo ne necessitava ancora storicamente i servigi.
Con l’avvento del fascismo la borghesia aveva infatti deciso “di
organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato,
e nei suoi piani” onde evitarne qualunque possibilità di
organizzazione e sviluppo autonomo e offrendo “come contropartita”
l’inserimento nei propri programmi delle riforme “tanto a
lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato” . E –
il passaggio è di qualche rilievo – a differenza della democrazia
borghese – nella quale pure riformisti e socialdemocratici avevano
investito tutte le proprie speranze – secondo Bordiga il fascismo
tali programmi ha davvero realizzato. Col che il rivoluzionario campano
giungeva in sostanza a postulare una vera e propria specificità
riformista delle forme totalitarie: in Forza, violenza, dittatura nella
lotta di classe affermava ad esempio esplicitamente, all’inizio
del 1947, che “nel confronto tra la fase capitalistica di democrazia
e quella di totalitarismo” la “somma dell’oppressione
di classe” sarebbe stata maggiore nella prima poiché “il
nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica,
costituendo [...] una forma di autolimitazione del capitalismo”,
conduceva “a livellare intorno ad una media l’estorsione del
plusvalore”. Col che, affermava Bordiga, si andava ad adottare “i
temperamenti riformistici propugnati dai socialisti di destra per tanti
decenni” e si riducevano “le punte massime e acute dello sfruttamento
padronale”. Ne conseguiva che se nella fase fascista “l’oppressione
borghese di classe” aumentava “la proporzione di impiego cinetico
della violenza rispetto a quella potenziale”, l’insieme della
pressione sul proletariato non ne risultava aumentato “ma diminuito”.
Anzi, sarebbe stata secondo Bordiga proprio questa la spiegazione del
fatto che con l’avvento delle forme totalitarie “la crisi
finale della lotta di classe” aveva subito “storicamente un
rinvio”: “La morte delle energie rivoluzionarie è nella
collaborazione di classe. La democrazia è una collaborazione di
classe a chiacchere, il fascismo è collaborazione di classe in
fatto” . La forma monopartitica e dittatoriale, sorta anche come
coerente e strategicamente accorta risposta al nuovo ciclo della lotta
di classe apertosi con il 1917, finiva in sostanza con l’imporre
alla borghesia (o quanto meno a una parte di essa) una limitazione materiale
allo sfruttamento “contenendo a grandi sforzi in un piano economico
generale la speculazione capitalistica” al fine di meglio tutelare
per altra via la stabilità di dominio del capitale nel suo insieme
.
Si noti inoltre come il nesso tra totalitarismo e riformismo non appaia
nei testi in esame come congiunturale o potenzialmente transeunte. Il
‘dramma’ del riformismo tradizionale sarebbe anzi consistito
secondo Bordiga proprio nel non essersi saputo riconoscere “nei
soli tentativi di ordinamento borghese che contenessero le sue classiche
rivendicazioni” . In termini generali “l’aperta repressione
delle avanguardie rivoluzionarie, e un tacitamento dei bisogni economici
più impellenti delle grandi masse” – i due aspetti
fondamentali “del dramma storico che viviamo”– si presentavano
per Bordiga ormai storicamente come “condizione l’uno dell’altro”:
“Più interventi, più regole, più controlli,
più sbirri” .
Né la funzione del regime totalitario appariva rivolta, da questo
punto di vista, esclusivamente alla repressione preventiva delle forze
rivoluzionarie. In più d’un passo all’evocata dimensione
‘autolimitativa’ d’insieme del capitalismo nel senso
di un contenimento coattivo delle pulsioni naturaliter predatrici e autoreferenziali
dei singoli capitalisti sembrava peraltro in qualche modo sovrapporsi
un più o meno esplicito riconoscimento dell’indispensabilità
a tal fine di un’istanza politico-partitica unica, onde impedire
agli interessi privatistici di manovrare arpagonicamente -ma anche miopemente
– tra le presunte ‘maglie larghe’ del pluripartitismo.
È ad esempio significativo in tal senso che, valutati positivamente
i risultati della bonifica pontina attuata dal fascismo, riflettendo sulle
possibilità di una seria riforma agraria postabellica Bordiga affermasse
che essa avrebbe richiesto necessariamente “autonomia politica,
forza militare e solido potere interno” quali strumenti imprescindibili
per imporre al capitale il parziale miglioramento agrario . In termini
ancora più espliciti, nel 1950, stigmatizzando il carattere velleitario
del riformismo postfascista, Bordiga ne individuava la ragione nell’abbandono
da parte dello stato italiano del “monopartitismo”, ovvero
della “sola cosa” che rendeva possibili “moderni successi
amministrativi” . Fagocitata dalle esigenze imprescindibili del
capitalismo tra le maglie del sistema totalitario, in sostanza, per Bordiga,
la prassi riformista non avrebbe mai più potuto emanciparsene:
“i soli tentativi possibili di riformismo nel mondo di oggi sono
a base politica totalitaria. Né il nazifascismo né lo stalinismo
sono rivoluzioni, sono però seri riformismi ed hanno dato esempi
probanti” . All’opposto, Saragat “e i suoi simili”
–“col loro socialismo radicato nel feticcio dell’uomo
libero e dell’individuo etico e giuridico”– “nel
loro orrore dei totalitarismi” erano ormai per Bordiga “fuori
della realtà, fuori della storia” .
Sono pagine, come si vede, nelle quali forse più che in altri casi
paiono sovrapporsi elementi e istanze argomentative di tipo diverso. Bordiga,
da un lato, anche in questo caso, condivideva tesi in qualche modo ‘nell’aria’
in parte delle sinistre eterodosse della diaspora marxista tra le due
guerre. Il tema della possibilità per i sistemi totalitari –
anche per quelli fascisti – di maturare nel tempo nella direzione
di un reale elevamento delle condizioni di vita delle masse era stato
ad esempio presente –ancora una volta – tanto ne La Bureaucratisation
du Monde quanto in The Managerial Revolution. In Italia, del resto –
Bordiga non poteva non saperlo –, non era mancata, tra il 1927 e
il 1940, un’esperienza come quella del gruppo de «I Problemi
del Lavoro» di Rinaldo Rigola che, tra le pieghe di un impossibile
‘fiancheggiamento critico’ nei confronti del regime, non aveva
mancato di fornire a quest’ultimo continue e appassionate legittimazioni
proprio in merito al tema ripreso da Bordiga nel dopoguerra: il fascismo
–per l’occasione tuttavia gratificato, diversamente che nel
nostro autore, di ampie connotazioni in senso ‘anticapitalista’–
come realizzatore delle inadempienze e delle inconcludenze del riformismo
dell’età liberale . Certo, quello che più impressiona
è che Bordiga, pur riaffermando in modo netto il carattere univocamente
capitalista e per vocazione controrivoluzionario ed oppressore del fascismo
–in ciò distinguendosi nettamente dagli autori ora evocati
– sembrava davvero credere, almeno in alcuni passaggi, al reale
miglioramento delle condizioni di vita delle masse proletarie nel contesto
del regime – e, si noti, il regime per come fu, il regime ‘reale’,
non quello ‘immaginato’ come possibile o probabile dai vari
Rigola, Rizzi o Burnham, che pure, sebbene in formule e gradazioni diverse,
condividevano l’assunto bordighiano sulla capacità del totalitarismo
di aumentare il tenore di vita delle masse rispetto al capitalismo. Ne
emergeva non un’apologia (“dando a chicchessia l’epiteto
di riformista – precisava in merito Bordiga – veniamo ad esprimergli
il massimo dello schifo” ), ma certo un’immagine fortemente
deformata della realtà della condizione dei ceti subalterni nel
contesto dei regimi dittatoriali che solo in piccola parte si può
tentare di spiegare postulando che in alcuni passaggi Bordiga si riferisse
quasi ‘idealtipicamente’ al modello totalitario tedesco ,
che, effettivamente, per almeno una parte della propria storia, tentò
di conciliare l’espansionismo imperialista colla difesa dei consumi
al fine di tutelare il ‘fronte interno’ . In realtà
– a meno di non voler ipotizzare una parziale permeabilità
bordighiana ai temi di quella che fu certo anche una delle principali
autorappresentazioni del regime fascista – da un lato si ha l’impressione
di una forzatura almeno in parte legata alla necessità di spiegare
‘materialisticamente’ la capacità delle dittature di
farsi ‘di massa’ e di stabilizzarsi integrando, ancorché
in modo subalterno, almeno una parte del proletariato; dall’altro,
è difficile sfuggire alla sensazione –in queste pagine peraltro
forte più che altrove – di un Bordiga in qualche modo volto
a privilegiare, più che non l’analisi dei regimi totalitari,
la necessità polemica nei confronti dei partiti antifascisti (e
in particolare di quelli di sinistra) e un’istanza quasi ‘esorcistica’
rispetto al possibile successo delle ipotesi di compatibilità democratica
e riformista che di tali partiti guidavano strategicamente l’azione
nel dopoguerra repubblicano. Per altro verso ancora, invece, va sottolineato
come nelle pagine evocate Bordiga mostri di cogliere –pur nei limiti
evidenziati – gli elementi di ‘modernizzazione’, ‘centralizzazione’
e ‘razionalizzazione’ –le virgolette appaiono comunque
d’obbligo – che nei rapporti tra stato e società finirono
con l’affermarsi, seppur contraddittoriamente, anche nell’Italia
dell’entre-deux-guerres.
6.
Sul totalitarismo ‘progressivo’
È
in ogni caso a partire dalla lettura in senso gradualista-riformista della
fenomenologia totalitaria che va letta la prima delle tre caratterizzazioni
in senso ‘progressivo’ del totalitarismo – l’unica
ad essere, per così dire, ‘capitalisticamente orientata’–
che si possono individuare negli scritti di Bordiga qui in esame. In tal
senso, in prima istanza, nell’accostamento tra i due lemmi va colto
un evidente capovolgimento polemico della formula togliattiana della ‘democrazia
progressiva’ come via gradualista (e agli occhi di Bordiga tout
court riformista) attraverso cui giungere al socialismo nel contesto italiano
. È a partire da questo dato e dalle già ricordate ‘tre
fasi’ individuate da Bordiga nel ciclo dello sviluppo capitalista
fin dai primi scritti del dopoguerra che si può intendere pienamente
il senso dell’assunto in base al quale la corretta successione del
decorso storico non era (né avrebbe potuto essere) “fascismo,
democrazia, socialismo”, bensì “democrazia, fascismo,
dittatura del proletariato”. Con tutte le conseguenze del caso per
quei ‘progressivi’ e ‘gradualisti’ convinti non
esser ancora storicamente venuta meno la necessità di contribuire
all’ulteriore processo di sviluppo degli istituti sociali vigenti
e ai quali non restava dunque – così Bordiga nel 1947 –
“che aiutare il capitalismo a vivere la sua fase totalitaria”.
Mentre per i marxisti rivoluzionari, all’opposto, il problema del
sostegno al fascismo non si poneva affatto (in quanto essi dovevano essere
sì ‘totalitari’ – e di questo si dirà
più oltre –, ma, per l’appunto, ‘antiriformisti’),
chi voleva essere “progressivo” avrebbe dovuto farsi “fascista”
e quindi non prestare “il ben che menomo credito allo slogan della
democrazia progressiva” .
Nelle restanti due declinazioni in senso progressivo dei lemmi totalitari
nei testi bordighiani del periodo in esame essi vanno invece ad assumere
il significato di ‘oggettivamente funzionale ai fini della realizzazione
del comunismo’, andando così a lambire, rispettivamente,
da un lato, il tema dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti
interni alla classe dominante e, dall’altro, quello delle forme
di centralizzazione del potere politico in rapporto ai futuri decorsi
della lotta rivoluzionaria del proletariato. Quanto al primo aspetto,
va innanzitutto ricordato come in nessun modo si possano riscontrare negli
scritti di Bordiga valutazioni in senso anticapitalista dello statalismo
fascista e più in generale del capitalismo di stato. Su di essi
Bordiga ebbe invece costantemente posizioni nitidissime, individuandovi
non una “subordinazione parziale del capitale allo Stato”,
ma, all’opposto, un’“ulteriore subordinazione dello
Stato al capitale”: una processo nel contesto del quale, anzi, “in
quanto si attua una maggiore subordinazione del capitalista singolo all’insieme
dei capitalisti”, maturerebbero un’ancor “maggiore forza
e potenza della classe dominante” e una “maggiore soggezione
del piccolo al grande privilegiato” . Non a caso – specificava
ancora Bordiga – la teoria proletaria considerava “lo Stato
borghese politico-economico un nemico più sviluppato, agguerrito
e feroce dell’astratto Stato puramente giuridico” e similmente
ne perseguiva “la distruzione” .
E, tuttavia, se non scalzava il capitalismo, quantomeno, il totalitarismo,
come già si è sottolineato, ne accompagnava un nuovo rigoglio.
Con toni che ricordano il Manifesto marx-engelsiano del 1848 nell’apprezzamento
della centralizzazione capitalistica inesorabilmente progrediente sulle
rovine del frazionamento feudale , Bordiga –pur scrivendo, all’opposto
dei suoi maestri, in tempi di piena controrivoluzione– affermava
che l’inesorabile evolversi del mondo moderno verso “forme
sempre più severe di controllo dall’alto” e “di
impastoiamento e di soffocazione di ogni iniziativa o autonomia periferica
da parte di mostruosi centri monopolistici di organizzazione” non
andava giudicato dai marxisti “sub specie aeternitatis per gridare
allo scandalo, ma appunto analizzato come l’evolversi dei modi di
essere del mondo capitalistico, e non tanto dei rapporti tra borghesi
e proletari, che furono e restano di spietata oppressione, ma tra borghesi
e borghesi” . È questa la novità storica che più
pare attirare l’attenzione di Bordiga: col fascismo, infatti, la
borghesia “si è organizzata come classe sociale oltre che
come classe politica” , si è data cioè “una
coscienza collettiva di classe” , trasformando sempre più
i legami tra i suoi elementi “da una vantata pura solidarietà
ideologica, filosofica, giuridica, in una unità di organizzazione
per il controllo dello svolgimento dei rapporti sociali” . Dando
vita in tal modo, col fascismo, a una dittatura nella classe, la borghesia
da un lato tentava così di procrastinare la propria fine (e in
qualche modo, come si è detto, secondo Bordiga vi riusciva), ma,
nello stesso tempo, continuava a sviluppare coordinamento, pianificazione
e centralismo a vantaggio della ventura società comunista: nella
quale appunto la “centralizzazione amministrativa economica e produttiva”
non solo non sarebbe stata abolita, ma anzi, spiegava il rivoluzionario
campano, ancor più avrebbe giganteggiato “in contrapposto
al disordine caotico della produzione borghese” nella forma di una
nuova e più piena razionalizzazione tecnica. Non a caso, specificava
ancora Bordiga in polemica con le ipotesi anarchicheggianti e proudhoniane
di una futura organizzazione sociale del lavoro sulla base di entità
produttive autonome e decentralizzate, l’“involucro borghese
fu condannato, assalito e distrutto non perché accentrava con offesa
al principio di autonomia, ma proprio perché oramai impediva lo
sviluppo razionale della generale centralizzazione delle attività
produttive” . Pur nelle sue insanabili contraddizioni capitalistiche,
tuttavia, per Bordiga, da questo punto di vista, col totalitarismo –si
potrebbe dire parafrasando Engels – vi era ‘movimento’,
il mondo ‘camminava’.
Un altro motivo di sollecitazione nel senso di una caratterizzazione in
senso ‘progressivo’ degli sviluppi economici del capitalismo
nella sua fase totalitaria risiedeva del resto nella già evocata
presuntamente elevata capacità di rendimento. Vale la pena al proposito
di ricordare come nella prima parte di Forza, violenza, dittatura nella
lotta di classe, nell’agosto del 1946, dopo aver negato che con
l’avvento del capitalismo e col successivo svolgersi della società
borghese si fossero fatti largo nella storia minor oppressione e minor
sfruttamento, Bordiga aggiungeva che “il criterio discriminante
per appoggiare o combattere uno svolgimento storico” non era quello,
“inconsistente e vanamente letterario”, se si era conseguita
“più eguaglianza, più giustizia, più libertà”,
ma l’altro, “totalmente diverso e molte volte opposto”,
di chiedersi se la nuova situazione aveva “favorevolmente avviato
e promosso lo sviluppo di più potenti e complesse forze produttive
a disposizione della società” . Così, se il clima
della democrazia politica non serviva più “all’ulteriore
incremento delle energie produttive capitalistiche” , proprio “il
gettito della zavorra liberale” sembrava invece permettere al capitalismo
“l’inarrestabile corso di una nuova espansione”: non
a caso Bordiga affermava che “la superiorità storica relativa”
del riformismo sovietico rispetto a quelli socialdemocratici stava proprio
nel suo totalitarismo, appunto “progressivo perché pianificatore
e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico, e perché
non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali” . In merito,
vale forse la pena di sottolineare come anche in questo caso il rivoluzionario
campano, coscientemente o meno, finisse in realtà con l’andare
ad arricchire delle proprie tesi una riflessione e un dibattito su natura
e senso del totalitarismo non circoscrivibili al solo quadro italiano
dell’immediato dopoguerra. Rilevato ciò, merita di essere
evidenziato come gli esempi ‘a sinistra’ di determinazione
in senso appunto progressivo del totalitarismo non sembrino essere stati
molti, anche al di là delle frontiere nazionali. L’esempio
più nobile e forse più utilmente accostabile a Bordiga è
probabilmente quello di Ante Ciliga, il rivoluzionario croato (ma di cittadinanza
italiana) dapprima avvicinatosi all’opposizione trockista e in seguito
–dopo l’arrestato in Unione Sovietica nel 1930 e nel corso
dei sucessivi cinque anni di detenzione – giunto a mettere in discussione
non solo Trockij, ma lo stesso Lenin: fino a definire l’Urss –come
appunto avrebbe affermato nel suo testo più importante, Au pays
du grand mensonge, pubblicato a Parigi nel 1937– un “regime
totalitario” a capitalismo di stato e dominato da una classe burocratica
liberticida e predatoria, e, tuttavia, ai suoi occhi ancora qualificabile
come “relativamente progressista” . Sempre nella seconda metà
degli anni Trenta anche Trockij, peraltro, ancorché in modo indiretto
e contraddittorio, aveva finito col sovrapporre, nelle proprie valutazioni
sulla natura sociale dell’Urss, il “regime totalitario”
staliniano e il carattere comunque storicamente ‘progressivo’
attribuito al sistema sorto con la rivoluzione d’Ottobre –lo
‘stato operaio degenerato’– in quanto ‘tappa intermedia’
in transizione tra capitalismo e socialismo. Si noti che tanto in Ciliga
quanto in Trockij in ogni caso la potenzialità progressiva del
totalitarismo concerneva –e peraltro non senza riserve – la
sola realtà sovietica, non certo quella delle dittature fasciste
. È invece ancora nel già evocato Rizzi de La Bureaucratisation
du Monde che il carattere ‘anticapitalista’ e ‘produttivisticamente
progressivo’ del totalitarismo sovietico andava a contaminare in
senso ‘protosocialista’ il totalitarismo nazista e fascista
(passaggio invece assente in Burnham che, come noto, con il best seller
del 1941 aveva invece esplicitamente postulato l’irrealizzabilità
del socialismo).
La seconda accezione ‘socialisticamente progressiva’ delle
dinamiche e delle formule totalitarie riscontrabile nei testi bordighiani
affonda le proprie radici nella convinzione del rivoluzionario campano
che il “grande errore di valutazione di tattica e di strategia che
favorì la vittoria della controrivoluzione” fosse consistito
non solo nel deprecare “questa potente conversione del capitalismo”
in senso totalitario “come un movimento revocabile nella storia”,
ma soprattutto “nel non intendere che in qualunque modo la vigilia
rivoluzionaria [...] avrebbe presentato dinanzi all’avanzata proletaria
uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione
doveva apparire come progressiva e non come regressiva”. E poiché
per Bordiga il capitalismo non sarebbe potuto ‘morire’ senza
aver espedita la fase dittatoriale, “lottare per il rinvio di questo
palesarsi delle opposte energie sociali di classe” era tutto lavoro
“svolto soltanto a favore del sopravvivere del regime capitalistico”
. Di fronte all’abbandono da parte della borghesia di quella democrazia
che, come si è visto, per Bordiga era stata per eccellenza il suo
strumento di affermazione storica, quello più specificatamente
‘di classe’, la risposta del proletariato non doveva essere
quella di raccattare l’“arma frusta e spuntata” dell’avversario
e di combattere con essa un’antistorica battaglia per delle ‘libertà’
che mai in realtà gli erano appartenute : la corretta prospettiva
rivoluzionaria presumeva, al contrario, che “la fase totalitaria
borghese” esaurisse rapidamente il suo compito e soggiacesse poi
“al prorompere rivoluzionario della classe operaia” . Uno
degli aspetti che Bordiga maggiormente mostrava di apprezzare nelle forme
dittatoriali fasciste stava anzi proprio nel fatto che esse gli sembravano
contenere, “in edizione borghese”, “la dialettica affermazione
della nostra visione della storia e la realizzazione dello schieramento
antagonista delle classi sociali su due fronti unitari” . Non a
caso in La controrivoluzione maestra Bordiga affermava che “per
grazia di Dio” anche in Inghilterra e Stati Uniti si sarebbe giunti
presto “al «fascismo»” . Laddove cioè la
democrazia pareva a Bordiga per vocazione sempre potente e pericoloso
veicolo di integrazione e di ‘fornicazione’ interclassista,
il fascismo, organizzando in una gerarchia unitaria politica e sociale
le un tempo sparse ad anarcoidi forze della borghesia, pareva invece favorire
con ‘pregevole’ evidenza e ‘sincerità’
quella polarizzazione dicotomica indispensabile ai fini dell’‘assalto
al cielo’ proletario e al buon esito dello stesso. È anche
in tal senso che Bordiga poteva dunque così sintetizzare in modo
metaforicamente efficace le proprie posizioni: “Inferno: democrazia
parlamentare. Purgatorio: regime borghese di polizia. Paradiso: dittatura
del proletariato” . Si può affermare in proposito che la
“gioia rivoluzionaria” di Bordiga di fronte al fascismo veniva
dunque dalla propedeutica polarizzante che gli sembra recare con sé
il dominio manifesto dell’esecutivo, in una prospettiva nella quale
si poteva forse sperare che quel tanto di surplus di integrazione materiale
garantito a suo giudizio dal riformismo fascista potesse in qualche modo,
almeno in parte, essere contrastato dal fattore politico-ideologico dell’‘oggettivo’
disvelamento della natura dittatoriale del capitalismo –antidoto
totalitario, verrebbe da scrivere, ai veleni della collaborazione di classe
presuntamente alimentata dal non meno totalitario neoriformismo borghese.
7.
Bolscevismo e totalitarismo
Come già
si è potuto cogliere dalle citazione poc’anzi riportata sul
carattere ‘progressivo’ del sistema sovietico, Bordiga, in
ciò in consonanza con tanta parte del coevo antistalinismo di sinistra,
non esitava ad applicare il concetto di totalitarismo all’analisi
della Russia sovietica . In primis, alla sua versione staliniana , rispetto
alla quale si registrano anzi accezioni e ‘apprezzamenti’
sostanzialmente paragonabili a quelli delineati nelle pagine precedenti
in merito ai regimi totalitari fascisti. Bordiga scriveva ad esempio nel
1946 di un regime ‘non proletario’ la cui “forma centralizzata
e totalitaria” appariva ciononostante “più moderna
di quella sorpassata e agonizzante della democrazia parlamentare”
. Altrove Bordiga riconosceva anzi esplicitamente ai sovietici, malgrado
il necessario e generale rinculo verso forme borghesi in economia, il
merito “di avere stracciate le vesti a miss Democrazia” in
politica: “meglio se la riducete senza il due-pezzi, di cui fa orribile
e nauseosa mostra per tutto il «mondo libero». Non avete saltato
il capitalismo perché non era possibile. Avete saltata per sempre
la libertà borghese: solo risultato buono” . Simile, per
altro, come già si è accennato più sopra, anche il
nesso delineato, sempre a riguardo del regime staliniano, tra totalitarismo
e riformismo come pure la sua caratterizzazione economica nel senso di
una forma di ‘capitalismo di stato’ (o anche di ‘industrialismo
di stato’) .
A rendere – ancora una volta – originale e degna di particolare
interesse la riflessione bordighiana non sono però solo gli elementi
ora evocati, bensì l’estensione della caratterizzazione in
senso totalitario del sistema sovietico anche al periodo leniniano e,
anzi, alla stessa dinamica rivoluzionaria: l’Ottobre del 1917 aveva
segnato infatti per Bordiga, positivamente, proprio la “vittoria
della rivoluzione totalitaria russa” e la successiva instaurazione
dell’auspicata “dittatura totalitaria dei lavoratori”
. Dunque, con un radicale e spregiudicato capovolgimento di senso semantico,
negli scritti bordighiani in esame il totalitarismo sembrava annettersi
pervasivamente la stessa dinamica emancipatrice: certo, come ovvio, andando
ad indicarne la programmaticamente transeunte fase repressiva antiborghese
più che non i successivi decorsi nel senso dell’estinzione
dello stato. Il passaggio, tuttavia, non appare privo di pregnanza e arricchisce
di un ulteriore e non scontato tassello la storia delle fortune del concetto
di totalitarismo nella sua applicazione alle vicende sovietiche. Con una
serie di ulteriori implicazioni e specificazioni connesse al fatto che,
come è noto, Bordiga, nell’affermare quanto ora esposto,
non criticava, né ripudiava affatto Lenin –come invece parte
dell’antistalinsimo aveva finito col fare di fronte alla degenerazione
del regime sovietico. Nulla a che vedere, dunque, ad esempio, con i toni
polemici del Ciliga che pure, in modo formalmente simile, nel 1937 aveva
esplicitamente attribuito a Lenin l’introduzione nel paese di “un
regime totalitario e burocratico” ; né alcuna concessione
in Bordiga nel senso delle più moderate (ma non per questo meno
importanti) autorevisioni del Trockij de La rivoluzione tradita (testo
in cui il rivoluzionario russo si era spinto a sostenere – pur continuando
a considerare progressivo lo ‘stato operaio’ malgrado la degenerazione
burocratico-totalitaria – la necessità della restaurazione
in Urss della ‘democrazia sovietica’ sulla base della libertà
di più “partiti sovietici”) . In linea con tale atteggiamento,
lo stesso Trockij, peraltro, nell’incompiuta biografia di Stalin
cui stava lavorando quando venne assassinato nel 1940, aveva retrodatato
al 1919 il farsi largo all’interno del partito bolscevico di una
tendenza alla centralizzazione che ora gli appariva – ma il senso
dell’aggettivo era appunto critico e autocritico – come “sicura
precorritrice del totalitarismo” . Alla lettera dei testi bordighiani
non era dunque, in ogni caso, il muoversi in una prospettiva ‘totalitaria’
a segnare il discrimine tra Lenin e Stalin, tra rivoluzione e controrivoluzione:
il totalitarismo legava anzi da questo punto di vista le due politiche
e le due fasi della storia russa senza rivelarsi un dato decisivo per
una valutazione in positivo o in negativo delle stesse: e lo stesso valeva
del resto in Bordiga per l’ugualmente comune – almeno in termini
generali – base socio-economica, come noto condannata, in assenza
di rivoluzione in Occidente, alle strette di uno sviluppo in senso capitalista.
Da questo punto di vista, si noti, è forse anche la centralità
attribuita da Bordiga al fattore internazionale nel determinare le sorti
della rivoluzione russa a portarlo a non prendere in sostanza in eccessiva
considerazione la questione del peso delle dinamiche interne di coazione
e repressione in senso liberticida e a permettergli la riproposizione
di una semmai ancor più radicalizzata determinazione bolscevica
in senso monocratico. Fallita la prospettiva della rivoluzione internazionale
– qui il punto – nessuna dittatura proletaria, per quanto
totalitaria, poteva per Bordiga in realtà sopravvivere in Russia
. A datare dalla fine della lotta rivoluzionaria dell’Internazionale,
abbandonato dalla storia alla sua dimensione nazionale –presto carpita
e spregiudicatamente rilanciata in positivo da Stalin con la formula del
‘socialismo in un paese solo’–, il totalitarismo sovietico
aveva dunque di necessità dovuto mutare di direzione e segno politici
. La ‘cattiva’ continuità nazionale russa –con
le sue esigenze di non più eludibile sviluppo in senso capitalista
– aveva cioè finito per Bordiga con l’avviluppare il
‘buon’ totalitarismo leniniano strappandolo alla discontinuità
della rivoluzione internazionale, trasformandolo così, da totalitarismo
proletario-rivoluzionario (un concetto che, a differenza di quello di
‘democrazia proletaria’, poteva a buon titolo trovare spazio
nel sistema concettuale e lessicale bordighiano) in totalitarismo borghese-controrivoluzionario-‘progressivo’
. Del resto la dialettica tra ‘continuità’ e ‘discontinuità’
è forse uno dei nodi centrali attorno ai quali si costruisce –ancorché
in modo problematico – l’utilizzo bordighiano del concetto
di totalitarismo.
Ciò posto, qui merita ancora di essere sottolineato come, a partire
da queste premesse –e, ancora, da un contesto internazionale condizionante
e presunto come irreversibilmente avviato, come si è visto, verso
forse di universale centralizzazione –, non stupisce che Bordiga
potesse concludere che la soluzione del ‘nodo russo’ non sarebbe
potuta che avvenire –quando i tempi fossero maturati– su un
medesimo terreno totalitario: come nitidamente postulato fin dal Tracciato
d’impostazione, di fronte agli sviluppi del regime nato dalla Rivoluzione
d’Ottobre non andava infatti in alcun modo avanzata la rivendicazione
“del ritorno della Russia alle forme di democrazia parlamentare
interna, in dissoluzione in tutti i paesi moderni”, bensì,
all’opposto, proprio quella “del risorgere anche in Russia
del partito rivoluzionario comunista totalitario” . Né, come
ovvio, si tratta di indicazioni valide per il solo contesto sovietico.
Appariva infatti un principio marxiano e leniniano, a giudizio di Bordiga,
quello che postulava che la rivoluzione, come era “per eccellenza
un processo violento”, così era “sommamente un fatto
autoritario totalitario e centralizzatore” . Di più: “la
dittatura della classe lavoratrice – scriveva altrove Bordiga –
è il mezzo per sopprimere tutte le classi e i predominii. Lo Stato
totalitario non è un mistico traguardo ma un mezzo inevitabile”
.
Non è un caso, da questo punto di vista, che nel 1951 Bordiga procedesse,
quasi ‘didatticamente’, a una sorta di ‘totalitarizzazione’
della Comune (e di quella di Parigi come di quella di Pietrogrado…):
“Nella teoria e nella politica abbiamo difeso la esistenza e la
necessità, contro le forme del potere capitalistico di classe,
democratiche o imperiali, dello Stato non solo, ma altresì della
polizia, dell’esercito e di un ingranaggio esecutivo proletari.
Su ciò nessuna esitazione teorica. La Comune di Parigi come quella
di Pietrogrado erano Stati, autoritari e centralizzati al massimo”
. Non a caso, non mancava l’immagine – provocatoria, ma inaccettabile
solo se assolutizzata ed estrapolata dall’insieme del discorso bordighiano
– di un “Marx autoritario, statalista e centralista”
; né mancava, in polemica contro l’‘anticentralismo’
titino, l’esplicita rivendicazione per la ventura dittatura proletaria
mondiale di “metodi più rigorosi” di quelli dello Stalin
postbellico desideroso di conservare la pax capitalistica: “L’abbiamo
rotta con Stalin. E abbiamo scelta l’autorità” .
Il tutto, infine, sia detto di passaggio, non senza l’implicazione
di paradossali, ma comunque possibili e dunque anche rivelativi interscambi
e intrecci tra ruoli e autorappresentazioni. Ossia: chi, come i corifei
dello stalinismo (che, come noto, mai accetteranno di definirsi ‘totalitari’,
rifiutando un concetto ai lori occhi figlio della guerra fredda e della
propaganda d’Oltreoceano ), pratica il totalitarismo nel nome del
socialismo facendo del primo un fine e del velo del secondo un mezzo per
il consolidamento del proprio potere ne rifiuta l’etichetta, mentre
chi non può, ma desidererebbe praticarlo, seppur congiunturalmente,
facendone un mezzo per un fine autenticamente socialista –come appunto
è il caso di Bordiga – vi si riconosce entusiasticamente
anche dal punto di vista identitario e lessicale. Senza che in tutto questo,
peraltro, vi sia ovviamente alcuna concessione alle autoassoluzioni (e
autopromozioni) staliniane sulla necessità del continuo rafforzamento
dello stato (in vece dell’estinzione prevista dai classici) in parallelo
ai progressi del socialismo : segni sufficientemente nitidi, invece, degli
‘effetti di trascinamento’ di tempi davvero ‘orwelliani’
su vite, linguaggi e produzioni teoretiche e ideologiche. Non dunque un
tentativo di calare il reale in schemi prefissati , ma, al contrario,
il retroagire del presente – proprio peraltro di ogni sguardo storico
non infecondo – sulla teoria e sulle relative letture del passato.
8.
Totalitarismo e bonapartismo
Negli scritti
bordighiani postbellici il concetto di totalitarismo andò peraltro
a intrecciarsi con un altro concetto chiave nell’ermeneutica marxista
degli sviluppi politico-istituzionali dell’Europa dell’entre-deux-guerres,
quello di bonapartismo . Elaborato e utilizzato da Marx ed Engels in forme
e formule ricche e non sistematiche –e dunque soggette a possibili
slittamenti interpretativi e a sfrangiature in più direzioni –
il concetto di bonapartismo, quando era stato ripreso, negli anni Venti
e Trenta, in aree ‘eterodosse’ e lontane del marxismo ossificato
di matrice terzinternazionalista per cercare di decifrare la natura dei
nuovi regimi autoritari in via di affermazione sulla scena europea, aveva
finito con l’oscillare tra specificazioni di senso talora opposto
che dei contesti socio-politici analizzati avevano di volta in volta messo
in rilievo il carattere progressivo o quello regressivo, la prevalenza
di elementi dinamici o statici, l’indipendenza dell’esecutivo
dalle classi o il suo profondo ancoramento in specifici strati sociali,
la centralità del ruolo dell’esercito e della politica estera
o quella dell’assestamento interno e dello sviluppo socio-economico.
Sono tutti elementi con i quali, direttamente o indirettamente, la stessa
riflessione bordighiana – privilegiando peraltro spesso il riferimento
agli elementi costitutivi della categoria concettuale alla sua evocazione
formale-letterale – finì imprescindibilmente con il confrontarsi
in modo originale e tutt’altro che infecondo.
In Bordiga vi fu in primis, da questo punto di vista, un frequentissimo
riferimento innanzitutto al primo Bonaparte. In proposito, come già
si è in parte rilevato nelle pagine precedenti, il rivoluzionario
campano proponeva una lettura in senso ‘napoleonico’ delle
guerre mondiali del XX secolo. Il nesso empirico-teorico tra sconfitte
in campo politico-militare e vittorie in campo sociale che Bordiga aveva
fatto proprio – al punto da farne il cardine della propria lettura
della seconda guerra mondiale e dei suoi attesi sviluppi pantotalitari
– trovava infatti negli esiti delle campagne di Napoleone il modello
ideale e preferito : dove il córso, tuttavia, è opportuno
sottolineare ancora, non rappresentava tanto il pur riconosciuto e positivamente
valutato dispotismo interno ed esterno , il soffocamento della rivoluzione
o quello delle nazioni occupate dalle truppe francesi, bensì l’incedere
del progresso storico. Qui il solo senso del paragone bordighiano col
totalitarismo contemporaneo. Napoleone non era infatti stato che l’“esecutore
della rivoluzione borghese sul continente” ovvero un “magnifico
utensile dell’avanzata del Capitale” . Esecutore, si noti,
e non affossatore. Non a caso Bordiga non avrebbe mancato di affermare
– con una certezza appena mitigata da un “forse” a inizio
periodo – che “le ombre di Robespierre e Danton” avevano
aleggiato “sui campi di Austerlitz” . Il che peraltro, come
appunto si rilevava, non aveva ‘incatenato’ la rivoluzione
storicamente matura alle sorti del suo principale propagatore. Una volta
spezzate su scala continentale nella congiuntura rivoluzionario-napoleonica
le precedenti forme feudali, che la vittoria fosse arrisa a francesi o
prussiani era ormai infatti a giudizio di Bordiga comunque “l’inesorabile
divenire capitalistico che avanzava” . La stessa rivoluzione borghese
– che pure altrove sarebbe stata caratterizzata come l’ultima
tra quelle ‘personalistiche’ – nel suo internazionalizzarsi
aveva dunque potuto infine fare a meno del suo stesso principale strumento
umano. Il che già anticipava un dato costante delle letture bordighiane
in chiave bonapartista (come del resto dell’insieme del suo materialismo
storico): la declinazione in chiave appunto ‘non personalistica’.
Un secondo ordine di riferimenti nei testi del rivoluzionario campano
alle esperienze bonapartiste concerneva invece non il primo ma il secondo
impero, che, pur ovviamente riconosciuto come ‘reazionario’,
veniva senza incertezze definito, con Engels, una ‘forma moderna
di Stato’, tanto in termini relativi – rispetto cioè
alle forme feudali – quanto assoluti. La modernità –
che era anche attestazione di continuità, da questo specifico punto
di vista, tra primo e secondo bonapartismo – stava innanzitutto
nell’essere un regime nel quale il capitale era stato “molto
bene al calduccio” . Anche nel commentare Engels che, come noto,
aveva definito bonapartista il Reich tedesco sorto dopo la vittoria sulla
Francia del 1870, Bordiga specificava del resto che tali regimi (e non
solo quello bismarckiano) sembravano “avere una rete burocratica
e militare più potente delle classi” – significativamente
uno dei pochi accenni al tema negli scritti bordighiani esaminati –,
ma avevano invece per fondamento proprio “il divenire imponente
del capitalismo” . Non su questo terreno andranno dunque interpretate
le affermazioni di Bordiga esplicitamente contrarie all’identificazione
tra Napoleone III e Mussolini – qui a simbolo di tutti le dittature
fasciste – che pure ritornavano negli scritti postbellici . Il rifiuto
del paragone era infatti finalizzato esclusivamente a contestare la tesi,
indirettamente attribuita al Pci, della necessità di un’alleanza
interclassista per sconfiggere il fascismo sulla base del fatto che Marx
ed Engels avevano sperato nella sconfitta di Napoleone III nel 1870: Bordiga
sottolineava in proposito come l’alleanza di questi con lo zar fosse
stata certo ‘reazionaria’, ma il regime del primo non veniva
qualificato come tale perché feudale – come invece il secondo
–, ma primariamente perché attore di una politica estera
che oggettivamente rallentava l’unificazione nazionale e borghese
della Germania (e in ultimo della stessa Italia) . Posta la comune natura
modernamente borghese, dunque, del bonapartismo come del fascismo, a impedire
analoghe soluzioni politiche era dunque in Bordiga la valutazione di un
contesto capitalistico internazionale completamente diverso, con l’ormai
avvenuto passaggio dall’epoca delle guerre progressive e di unificazione
nazionale – che il proletariato poteva appoggiare – a quella
delle guerra imperialiste –che invece, leninianamente, andavano
trasformate in guerra civile contro la propria borghesia.
La rievocazione del regime di Luigi Bonaparte ai fini della decifrazione
dei moderni sviluppi politico-istituzionali in senso fascista si ebbe,
in ogni caso, in particolare in due testi usciti in sequenza su «battaglia
comunista» nell’estate del 1951: Libidine di servire e Farina,
festa e forca. Nel primo Bordiga scriveva esplicitamente che le ‘idee
napoleoniche’ del secondo e controrivoluzionario Napoleone potevano
utilmente servire “ai big imperiali di oggi, a tutti i cinque indistintamente”
(ovvero ai leader di Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia e Cina).
In termini sintetici Bordiga definiva anzi esplicitamente i moderni “ultracentri”
statali come “strutture gigantesche, con tutti i caratteri napoleonici”:
“gerarchie immense di troupiers, di ronds-de-cuir, di flics e di
chierici, reti inestricabili che avvolgono il mondo in una gara spietata
di parassitismo”. Se, come Bordiga riassumeva icasticamente fin
dal titolo del secondo dei testi evocati, era appunto la triade metaforica
“farina, festa e forca” a chiarire l’essenza del nuovo
e del vecchio bonapartismo, lo specifico delle relative “idee napoleoniche”
chiariva la portata non meramente evocativa, ma teoretica di ciascuno
degli elementi richiamati. La prima tra esse si presentava nella ricostruzione
del rivoluzionario campano come “idea sociale” e di “distribuzione
della proprietà in piccoli lotti”: “illuso di fondare
il suo potere personale sulla base sociale dell’interesse delle
classi contadine egli [Napoleone III] non fa che servire la grande borghesia
e la concentrazione capitalistica che procederanno, gettandolo da parte,
nella non meno schiavista Terza Repubblica. Questa idea dello sminuzzamento
della terra agraria si riproduce identica come idea di ripartizione parcellare
di ricchezza, di benessere e di vantaggi omeopatici tra i lavoratori e
i produttori, in tutti i piani di riforme strutturali in circolazione
per l’agricoltura, l’industria, il pubblico impiego e così
via, sotto i nomi di previdenza ed assistenza sociale, di cedoletta, pensionetta,
casetta, e magari automobiletta per il proletario, siano questi piani
il vanto di Mussolini, di Hitler o di Franco, delle democrazie dei piccoli
paesi dalla Nuova Zelanda alla Finlandia, o il succo vero dei programmi
sociali di Truman, Mao, Attlee e Stalin. Pioggia di piccole gocce di benessere
sulla sete di voi piccoli: prima napoleonica idea di tutti i Big”
. Si noti peraltro come, mutatis mutandis, la funzione di erogazione di
risorse da parte dello stato qui evocata a fini di alimento e consolidamento
del sistema non venisse peraltro declinata esclusivamente nei confronti
delle masse e prevalentemente a fini di acquisizione di consenso ‘politico’,
bensì anche nei confronti degli stessi capitalisti e con finalità
immediatamente economiche. La già evidenziata piena subordinazione
del capitalismo di stato agli interessi borghesi veniva declinata in Farina,
festa e forca in termini più concreti che andavano a completare
– con toni che solo formalmente sembravano ricordare le tradizionali
polemiche liberiste contro l’interventismo economico – l’immagine
di un potere ab imis ‘prostituito’ agli interessi complessivi
e sfaccettati del capitale: “I capitalisti privati [al sorgere del
capitalismo] erano bamboletti e non potevano mangiare da soli: succhiavano
alle innumeri mammelle della pubblica amministrazione. Fatti adulti hanno
ostentato di procurarsi il pasto colle loro sole forze. Ma se provava
a farlo chi non era «figlio di mamma», erano dolori. Ora i
capitalisti sono vecchi e sdentati individualmente, ma il capitalismo
è di centuplicato potenziale; ed è ridiventato palese che
esso è un sistema immenso di succhiatoi, sporgenti dal seno mostruoso
di questo moderno Mammone: lo Stato” .
La seconda delle ‘idee napoleoniche’ destinate a trionfare
nel mondo postbellico era secondo Bordiga – come ovvio da tutto
quanto evidenziato più sopra – “quella del Governo
forte ed illimitato”: un governo poggiante su una "burocrazia
enorme, ben gallonata e ben nutrita” –“neoplasma, cancro
dell’organismo sociale”– e che, concretandosi in un
pieno accentramento statale, si presentava al rivoluzionario campano –con
Marx– quale “forma definitiva [...] di quel potere di Stato
che, chiamato in vita dalla società borghese come strumento della
emancipazione dal feudalesimo, aveva tramutata la società borghese
completamente sviluppata in uno strumento per asservire il lavoro al capitale”.
In connessione con tali elementi Bordiga evocava qui il tema della preponderanza
dell’esercito: “punto culminante”, specificava, tanto
“delle idées napoléoniennes” stigmatizzate da
Marx quanto “di questo mondo 1951”. Bonapartismo e totalitarismo
– quest’ultimo pur qui non invocato formalmente – si
fondevano così significativamente nelle citazioni marxiane e nelle
relative chiose bordighiane: “«Questo potere, con le sue mostruose
organizzazioni burocratiche e militari, con il suo esteso ed artificiale
meccanismo governativo, con un esercito di mezzo milione di impiegati
accanto ad un altro di mezzo milione di soldati, questo terribile ingombro
di parassiti, avvince come in una soffocante membrana il corpo della società
francese e ne ostruisce tutti i pori». Noi, che siamo nei pori della
società moderna, ben sappiamo tutti che sotto e sopra l’acqua,
sulla terra e nell'aria, ad ogni passo e svolto per le vie della città
e i solchi della terra, le propaggini di questa membrana stringono, premono
e soffocano tutto”.
La terza ‘idea’, infine, consisteva nello sfruttamento dell’“influenza
dei preti quale mezzo di governo”: “Tutti i grandi poteri
di oggi, anche quelli che hanno per tradizione una lotta contro le chiese,
hanno rifatto largo alla religione ed ai culti, si capisce in quanto inquadrati
come ingredienti dell’apparato di potere e, se occorre, della rete
di polizia” . Si noti come tale sottolineatura del ruolo assegnato
alla religione nella triade dei caratteri bonapartisti non debba peraltro
apparire un segno di ‘provincialismo’. Certo, la realtà
italiana, nei primi anni del dopoguerra - la “repubblica dell’aspersorio”
stigmatizzata nel 1949 – poteva da questo punto di vista velare
più facilmente di altri l’incedere di nuove forme di condizionamento
ideologico-culturale nei confronti delle masse in un contesto comunque
in via di crescente secolarizzazione, ma in più testi Bordiga mostrò
in realtà di cogliere appieno il maturare di ‘nuove’
forme di ‘imbonitura’. Fin dal già citato Farina, festa
e forca, nel definire la sostanza storica della seconda nell’essere
geneticamente strumento della “gestione dell’ordine sociale”,
nonché “simbolo di schiavitù sociale” e “momento
della azione di guida dei popoli da parte di classi ed istituti dominatori”,
Bordiga affiancava significativamente alla parate ‘pretesche’
quelle militari e aggiungeva che se panem et circenses era stato il “compenso
primitivo” fornito ai legionari dell’imperialismo romano,
il presente esigeva “sandwiches e Hollywood’s vamps”
. Anche in merito all’interessato “festarolismo dei big”
– appunto strutturalmente destinato ad accompagnarsi e anzi a fondersi
con l’esplicita repressione di classe –, in ogni caso, il
paragone tra regimi fascisti e “modello del Secondo Impero”
era convinto ed esplicito .
Non è di secondario rilievo, peraltro, ai fini del presente discorso,
il fatto che in Bordiga non mancassero anche applicazioni del concetto
di bonapartismo al regime sovietico. Si noti, tuttavia – diversamente,
come si è visto, da quanto avveniva per quello di totalitarismo
–, alla sola fase staliniana e non a quella leniniana. Il senso
del paragone stava, per molta parte, in quanto si è detto più
sopra rispetto al nesso tra bonapartismo e capitalismo. Un passo de La
controrivoluzione maestra –anch’esso un testo del 1951 –
merita una citazione più ampia dell’usuale: “Il capitalismo
in Russia non ha avuto né fasi eroiche né ebbrezze ideologiche
e filosofiche, se non nei circoli di pochi smarriti intellettuali. Come
ha accettato di essere tenuto a balia dall’autocrazia, così
vive oggi, elefantiaco, e cresce ancora, nella serra di un bonapartismo
statolatra e totalitario irto di sbirri e di divisioni. Solo che mentre
il bonapartismo del grande Napoleone era sulla più alta cresta
di un’ondata rivoluzionaria, ed era allora la più ardente
punta della storia europea, questo russo di oggi è la retroguardia
di un esercito non vinto, ma che marcia tuttavia con le spalle rivolte
al fronte. Dalla rivoluzione permanente esso non vuole andare alla guerra
permanente! Se forse le ombre di Robespierre e Danton aleggiarono sui
campi di Austerlitz; non erano più quelle di Lenin e di Trockij
sulle ridotte di Stalingrado. Tanto è vero che si leva oggi la
consegna capitolarda al proletariato mondiale: pace permanente!”
. La contrapposizione tra Napoleone e Stalin postulata nel passo appariva
da un lato di grande rilievo per il suo essere incentrata proprio sulla
dimensione – come si è già evidenziato sempre decisiva
nelle analisi bordighiane – della politica estera, dall’altro,
tuttavia, nell’insieme della riflessione del rivoluzionario campano,
delimitata e non assolutizzabile. Nel contesto della ‘doppia rivoluzione’
russa la discontinuità controrivoluzionaria e bonapartista richiamata
nel testo era infatti evidentemente postulata rispetto alla rivoluzione
proletaria, mentre rispetto a quella borghese prevaleva evidentemente
– qui il punto – la continuità. Come bene evidenzia
il passo citato, il bonapartismo staliniano era infatti anche ‘la
serra’ in cui poteva crescere e fortificarsi – e in prospettiva
grandeggiare – un capitalismo costretto dalla storia russa a farsi
ancora largo, nel XX secolo, tra elementi di economie precapitalistiche
e feudali . Da questo punto di vista, come è stato opportunamente
notato, Stalin diventava in Bordiga una “sorta di corrispettivo
russo di Robespierre e in pari tempo di Napoleone” . Ma anche, si
potrebbe aggiungere, sulla scorta di alcuni passi engelsiani, dello stesso
Bismarck, in un compendio articolato di significati che rendevano il bonapartismo
staliniano ad un tempo controrivoluzionario (in senso politico nei confronti
della rivoluzione proletaria tentata nel 1917), rivoluzionario (nei confronti
delle forme di produzione precapitaliste) e riformista (nel senso della
prima delle ‘idee napoleoniche’ di cui sopra). In nessun caso,
si noti, il ricorso al concetto di bonapartismo implicava in quanto tale
‘restaurazioni’ del capitalismo rispetto a presunte ‘fughe
in avanti’ in senso socialista. La base sociale del bonapartismo
appariva a Bordiga, per l’appunto, ineluttabilmente borghese e nei
confronti della rivoluzione proletaria il concetto esprimeva semmai una
evoluzione/involuzione politica: è per questo che, a differenza
di quanto si è visto a proposito del concetto di totalitarismo,
un ‘bonapartismo proletario’ sarebbe apparso a Bordiga come
un non senso. Delle tre anime del bonapartismo poc’anzi evocate,
in ogni caso, solo l’ultima, quella riformista, avvicinava in realtà
in qualche modo Stalin a Napoleone III. Non a caso, da questo punto di
vista, mentre a Luigi Napoleone –“prototipo del «battilocchio»”
e “precursore di tutti i Big cartapestacei” – potevano
essere paragonate figure come quelle di Mussolini e di Hitler , lo stesso
per Bordiga non era possibile fare con Stalin: “Stalin è
ancora il pollone di un ferreo ambiente anonimo di partito che costruì
sotto non accidentali spinte storiche un moto collettivo, anonimo, profondo.
Sono reazioni della base storica, e non casi fortuiti della bassa corsa
al successo, che determinano lo svolto traverso il quale in una fiamma
termidoriana lo stuolo rivoluzionario dovette bruciare sé stesso,
e sebbene un nome può essere un simbolo anche quando una persona
non conta nulla per la storia, il nome di Stalin resta come simbolo di
questo straordinario processo: la forza proletaria più possente
piegata schiava alla rivoluzionaria costruzione del capitalismo moderno,
sulla rovina di un mondo arretrato ed inerte” .
Il tutto rimanda peraltro a un ulteriore elemento delle letture in senso
bonapartista presenti nei testi bordighiani e che ne esige la chiara caratterizzazione,
come già si accennava, in senso ‘antipersonalista’:
da qui la polemica esplicita contro le teorie del cesarismo e dello stesso
bonapartismo laddove applicate in contrapposizione al metodo del materialismo
storico . In polemica contro ogni teoria dell’individuo, più
o meno geniale, come creatore di storia, Bordiga sottolineava che, così
come nel dopoguerra dopo la scomparsa dalla scena politica internazionale
di due grandi del pari di Roosevelt e Churchill in sostanza ‘nulla
era mutato’ nel processo storico, anche nell’ambito del Terzo
Reich la persona di Hitler non aveva rappresentato che “un fattore
superfluo del potente inquadramento nazista di forze”, mentre anche
“l’altro impressionante apparato energetico del Giappone”
si era basato “su caste e su classi senza un capo personale”.
A tempo debito, anche il regime sovietico, specificava ancora, avrebbe
imparato a fare “benissimo a meno” di Stalin . I “Duci
contemporanei” non erano dunque agli occhi di Bordiga che “pezzi
simbolicamente notevoli” mossi sullo scacchiere della storia da
forze cui non avrebbero potuto comunque sottrarsi: strumenti e non agenti,
oggetti e non soggetti dello sviluppo storico . Tale aspetto della riflessione
bordighiana – in dichiarata polemica con gli strumenti di ‘mobilitazione
ideologica’ della borghesia che invece a suo giudizio proprio sull’accentuazione
del ruolo (positivo o negativo) dei ‘grandi uomini’ puntavano
ai fini del traviamento delle masse proletarie da metodi e fini del marxismo
–, con la riduzione in senso funzionale-strumentale del ruolo storico
dei ‘big’, configurava così lo stesso totalitarismo,
nel suo stesso intreccio con il bonapartismo, come anonimo. Restava, in
sostanza, più il totalitarismo concettualmente latente nella jüngeriana
Totale Mobilmachung del 1930 che non quello della “feroce volontà
totalitaria” rivendicata ai fascisti da Mussolini quando nel 1925
aveva per la prima volta utilizzato il lemma : totalitarismo ‘di
cose’, se si vuole, più che di “onnipotente volontarismo”
. In linea, se si vuole, da questo punto di vista, con la stessa Arendt
oltre che con Trockij . Lo stesso positivo totalitarismo del partito rivoluzionario
– quello del 1917 come quello della ventura rivoluzione mondiale
– era, come noto, del resto ampiamente caratterizzato da Bordiga
in senso anti-individualistico e, appunto, ‘anonimo’.
9.
Oltre Trockij
Al di là
di questo specifico aspetto, peraltro, riguardo al senso d’insieme
e alla ollacazione storica da dare al ricorso alle categorie del bonapartismo
fin qui evocate vale la pena di sottolineare come, anche in questo caso,
alle riflessioni bordighiane non fossero mancati precedenti illustri nell’ambito
del comunismo eterodosso dell’entre-deux-guerres. Senza potersi
qui soffermare nel dettaglio delle singole letture, sarà tuttavia
opportuno evocare i dati analitici principali di alcune tra le più
rilevanti al fine di meglio contestuallizzare e porre in rilievo la specificità
della lettura e della riproposizione del concetto operata da Bordiga dopo
il 1945. Come noto, a ricorrere all’analogia tra fascismo e bonapartismo
era ad esempio stato August Thalheimer, che era stato tra i fondatori
del Partito comunista tedesco e che da questo era stato però espulso
nel 1929 per ‘destrismo’. Nel saggio apparso sulla rivista
dell’opposizione comunista «Gegen den Strom» agli inizi
del 1930 con il titolo Sul fascismo – saggio nel quale pure, come
è stato notato, apparivano centrali l’attenzione alle precondizioni
e ai meccanismi di accesso al potere più che non l’individuazione
di affinità tra il regime di Napoleone III e quello fascista –
Thalheimer aveva appunto individuato nel fascismo una forma di bonapartismo
sorta a ridosso di una sconfitta proletaria dalle conseguenze di lunga
durata e sulla base della necessità della borghesia di rinunciare
all’autogestione del potere usualmente condotta attraverso le forme
parlamentari. Al pari di quanto avrebbe fatto Bordiga, Thalheimer postulava
la necessità per la borghesia stessa di essere “socialmente
«salvata» e politicamente amministrata” dal fascismo
, ma si soffermava in specie sull’alterità sociologica rispetto
ad essa del ceto politico fascista postulando un vero e proprio ‘annientamento’
del dominio politico della borghesia stessa in favore dell’esecutivo.
Come in parte si è già evidenziato, il tema della crisi
di rappresentanza, appunto centrale in Thalheimer, si risolveva tuttavia
in Bordiga in un sostanzialmente lineare adeguamento delle sovrastrutture
alla crescente concentrazione e centralizzazione dei mezzi di produzione
–un processo nel corso del quale, come si è visto, il partito
e lo stato fascista provvedevano primariamente a coordinare e gerarchizzare
a livello sovrastutturale la borghesia stessa (e, in subordine, nei termini
evidenziati, lo stesso proletariato). Non a caso, da questo punto di vista,
in Bordiga il partito fascista – del quale pure riconosceva talora
la capacità di mobilitazione anche di altri strati sociali –
restava essenzialmente qualificato come “partito unitario borghese”:
e anche laddove il rivoluzionario campano riconosceva la non assolutizzabilità
dei pur prevalenti processi osmotici tra personale politico fascista e
tradizionale personale politico borghese, significativamente rilevava
che, anche quando col tempo destinato ad essere esautorato dal primo,
il secondo “storicamente mai avrebbe cambiato strada”, perché
cambiarla a tempo “avrebbe significato rinunziare al sabotaggio
della rivoluzione” . Non dunque, nella sostanza, il partito fascista
‘dei plebei’ teorizzato nel 1936 da Daniel Guérin –
allora socialista di sinistra vicino al trockismo – nel tentativo
di conciliare totalitarismo e stabilizzazione bonapartista del fascismo
, né, all’opposto, la ‘catastrofe delle classi’
e la plebe atomizzata e amorfa intraviste da Hannah Arendt ne Le origini
del totalitarismo, ma unicamente una variante centralizzata dei precedenti
partiti parlamentari della borghesia. La scarsa fortuna in Bordiga del
tema delle possibili tensioni tra la borghesia e la “banda di parassiti”
delle organizzazioni di partito e di stato fasciste evidenziate anche
da Thalheimer va del resto contestualizzata rispetto al diverso obbiettivo
polemico delle rispettive analisi: Bordiga non reagiva infatti solo agli
schematismi del Pci sul carattere ‘feudale’ del regime fascista,
ma si trovava anche – e, per alcuni versi, forse soprattutto –
nella necessità di contrastare le tesi sulla ‘nuova classe’
maturate, come si è accennato, tra parte delle stesse sinistre
antistaliniste tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta. In un tale contesto,
concessioni alla pur relativa ‘autonomia’ di esecutivi e burocrazie
non potevano non apparire al rivoluzionario campano come passibili di
interpretazioni ambigue destinate ad aumentare la dispersione e la confusione
nell’ambito delle stesse esili sinistre internazionaliste . A distinguere
il bonapartismo thalheimeriano da quello bordighiano non mancavano peraltro
ulteriori elementi di non minore rilievo, quali la sottolineatura nel
primo dell’essere il fascismo non l’unica e ultima forma possibile
di dittatura del capitale, ma solo una tra quelle possibili – appunto
quella maturante dopo una sconfitta operaia –, potenzialmente destinata
a lasciare nuovamente spazi a forme di autoamministrazione parlamentare
e, in ultimo, vincente non ovunque, ma solo in paesi non certo “alla
testa dello sviluppo capitalistico” .
Più ancora delle pagine di Thalheimer assume peraltro rilievo,
in riferimento al presente discorso, la ricchezza di sfaccettature che
il riferimento al bonapartismo andò ad assumere negli scritti di
Trockij. Tre, in sostanza, i campi di applicazione del concetto negli
scritti del rivoluzionario russo: i governi borghesi privi di sostegno
parlamentare tipici delle fasi di crisi degli stati democratico-liberali,
i regimi fascisti e il sistema sovietico degenerato sotto il dominio staliniano.
Nel primo senso la categoria del bonapartismo, nel suo rimandare ad un
‘punto di equilibrio’ tra contrapposti soggetti in lotta,
era ricorsa in Trockij innanzitutto, come è stato notato, “come
griglia interpretativa valida a inquadrare le forme politiche delle fasi
di transizione tra due sistemi sociali” : in tal senso fu così
ad esempio applicato ai governi Kerenskij in Russia, Giolitti, Facta in
Italia, Brüning, Papen e Schleicher in Germania, Dollfuss in Austria,
Doumergue, Flandin, Laval e Sarraut in Francia . Nel corso degli anni
Trenta a Trockij una fase bonapartista di equilibrio tra le classi in
lotta era così finita con l’apparire come “un elemento
ineliminabile della fisiologia della rivoluzione”, un “punto
medio” nel quale la “parabola calante” di una classe
s’incontrava con il processo di maturazione e di ascesa di un’altra:
le condizioni per il bonapartismo si sarebbero cioè create –
nel contesto della teoria della generale ‘decadenza’ del capitalismo
cui Trockij restava legato – “all’interno di ogni processo
di dissoluzione della società liberal-democratica” , qualunque
ne fossero stati gli esiti ultimi. Il bonapartismo appariva così
come forma della transizione –un vero e proprio “ponte”
(tra la democrazia e il fascismo ovvero tra la democrazia e il bolscevismo),
come lo stesso Trockij lo definì nel 1935 . “Tregua politica”’,
“intervallo” e sorta di pausa di fronte a un bivio, ma anche
‘crisi’ nel senso etimologico del termine in quanto periodo
pienamente “prerivoluzionario” o “prefascista”
, il bonapartismo trockiano, in questa accezione, pareva così constare
di un’esistenza ‘statica’ che, nel suo essere destinata
a risolversi in un assetto sociale e politico nuovo (la dittatura proletaria
o quella fascista), rivelava tuttavia un’essenza ‘dinamica’.
Manovrando politicamente fra i due campi in lotta – proletariato
e fascismo – onde evitarne la collisione armata e tutelando al contempo
gli interessi economici e sociali della classe dominante, il bonapartismo
dei governi di transizione poteva vivere tuttavia solo finché si
fosse prolungata l’acutezza degli antagonismi sociali, ovvero finché
fosse durata la “temporanea e reciproca neutralizzazione”
di rivoluzione e controrivoluzione : l’‘equilibrio’
della transizione non poteva che essere un intermezzo geneticamente impossibilitato
a cristallizzarsi indefinitamente proprio per il necessario mutare nel
tempo dei rapporti tra le forze in campo . La polemica contro l’identificazione
terzinternazionalista tra i governi borghesi extraparlamentari e il fascismo
– laddove per Trockij i primi precedevano lo scontro decisivo tra
le classi mentre il secondo ne sanzionava gli esiti – si accompagnava
tuttavia anche da parte dello stesso rivoluzionario russo, come si accennava,
all’applicazione del concetto all’analisi tanto dei processi
di fascistizzazione quanto delle forme di gestione del potere nell’ambito
dei regimi fascisti. Per Trockij il fascismo condivideva con il bonapartismo
classico il fatto di potersi giovare di una piccola borghesia in stato
di crisi, socialmente e politicamente frammentata, ma spontaneamente portata
a reagire ad essa – a fronte di un ‘difetto di egemonia’
del proletariato – in forme reazionarie e regressive che la borghesia
utilizzava infine per la stabilizzazione autoritaria della società.
In termini analoghi a quanto era accaduto con l’ascesa di Luigi
Napoleone, anzi, era stata per Trockij proprio la capacità del
fascismo di mobilitare masse al di fuori dell’élite tradizionale
del potere desiderose di veder rappresentati i propri interessi a determinare
l’opzione della borghesia in suo favore . Esauritasi la spinta rivoluzionaria
delle masse che aveva reso esangue il bonapartismo di transizione e sanzionata
la loro sconfitta con l’avvento del fascismo, quest’ultimo
finiva esso stesso col trasformarsi in “dittatura militare-burocratica
di tipo bonapartista” : secondo Trockij per tutelare gli interessi
del capitale finanziario esso si trovava infine costretto ad abbandonare
“la demagogia sociale reazionaria” e a mettere “il bavaglio
alle masse” piccolo-borghesi che lo avevano seguito, perdendone
così il sostegno. In tal modo, perdendo la propria base sociale
di massa, costretto ad appoggiarsi all’apparato burocratico e a
‘oscillare fra le classi’, il fascismo si trasformava esso
stesso in bonapartismo in senso proprio , ossia un bonapartismo borghese
di nuovo tipo dotato di maggiore stabilità politica e trionfante
– come potere fattosi marxianamente ‘autonomo’–
“sulla sconfitta delle masse proletarie e sulla delusione e la demoralizzazione
di quelle piccolo-borghesi” . Quanto all’applicazione della
categoria del bonapartismo al contesto sovietico, se l’accusa era
stata a suo tempo usata dagli stalinisti contro lo stesso Trockij, questi
non aveva mancato di interrogarsi sulle possibili analogie fra il regime
personale di Stalin e il bonapartismo fin dal 1928 e, attorno al 1934-35,
era infine giunto alla conclusione che il primo non costituiva che una
variante ‘proletaria’ del secondo, ovvero la sua traduzione
“nel linguaggio dello Stato sovietico” . A fronte dell’arresto
del processo rivoluzionario in Occidente, del contrasto insanabile tra
lo ‘stato operaio’ e l’accerchiamento capitalista, dell’esaurimento
della classe operaia russa e del sempre maggior numero di contraddizioni
etnico-nazionali e soprattutto sociali all’interno della società
sovietica , per Trockij in Urss – analogamente a quanto era avvenuto
nella Francia postrivoluzionaria sotto il primo Napoleone – si era
innescata una dinamica di progressiva autonomizzazione – qui il
cuore dell’analogia – della burocrazia statale e partitica
dalla propria base sociale. Stalin personificava appunto la funzione arbitrale
e di mediazione assunta dalla burocrazia e, così come il bonapartismo
napoleonico-borghese aveva posto sotto la propria tutela con metodi ‘non
borghesi’ i rapporti di produzione capitalistici garantendone la
continuità, allo stesso modo la burocrazia staliniana aveva espropriato
politicamente il proletariato per difenderne (ancorché ‘con
i propri metodi’) le conquiste sociali . Significativo, peraltro,
il fatto che Stalin venisse in tale contesto analitico paragonato non
a Napoleone III (“espressione già di una decadenza della
società borghese”), ma al primo Bonaparte, anch’egli
usurpatore di una rivoluzione e anch’egli investito “del ruolo
storico di garantire le basi materiali del nuovo regime sociale”
. Per Trockij, dunque, a differenza di come sarebbe stato per Bordiga,
il bonapartismo non rivelava, in sé stesso, una specificità
di classe ed egli, ferma restando la primaria necessità teorica
e politica di continuare a difendere il carattere ‘operaio’
dello stato sovietico, mantenne sempre ferma la sottolineatura del carattere
almeno tendenzialmente socialista della società su cui Stalin aveva
innestato il proprio potere e del carattere assolutamente borghese di
quelle in cui si manifestavano tanto il bonapartismo dei governi di transizione
quanto quello fascista. I governi bonapartisti diversi da quello sovietico
furono così, naturalmente, sempre a chiare tinte qualificati da
Trockij come governi “della grande borghesia” , espressione
della “parte più forte e risoluta degli sfruttatori”
e “del capitale finanziario” . Quello che a Trockij premeva
nell’utilizzo del concetto di bonapartismo era dunque impostare
un’analogia tra processi e dinamiche, non certo individuare convergenze
in materia di natura sociale. Per alcuni versi si potrebbe anzi dire che
il concetto di bonapartismo servisse a Trockij anche per affermare che
il carattere dittatoriale dei regimi analizzati, malgrado il travolgimento
delle rispettive e ‘naturali’ forme democratiche (la democrazia
borghese per i paesi capitalisti, la democrazia operaia per l’Urss),
non ne poteva alterare in alcun modo i rispettivi contenuti di classe.
Dietro l’adozione della categoria del bonapartismo da parte di Trockij
non vi era dunque –a differenza che in Bordiga– in alcun modo
l’adesione a una teoria della convergenza: semmai, anzi, proprio
l’individuazione di uno strumento analitico adeguato a difendere,
per altra via – teoretica, oltre che politica – la specificità
sovietica. A questo fine Trockij optava per un concetto dalla tradizione
nobile come il bonapartismo, variamente aggettivato e aggettivabile, pensato
come capace di rendere conto delle similitudini sovrastrutturali tra i
diversi regimi e al contempo di esprimere l’irriconciliabilità
delle rispettive sostanze sociali. Come noto, tuttavia, le analisi di
Trockij (che, dal punto di vista politico ed etico, non lasciavano ovviamente
margini ad ambiguità di sorta) proprio dal punto di vista teoretico
finivano con l’evidenziare vuoti e salti logici di non secondario
rilievo . Dei tre bonapartismi esaminati due – quello borghese non
fascista e quello sovietico – indicavano, ad esempio, nel bene o
nel male, fasi di transizione: nel primo caso si trattava di una fase
politica ineludibile nella disgregazione della democrazia borghese, nel
secondo, certo, similmente, una forma politica transitoria, ma anche l’involucro
di una corposa e ben più duratura transizione sociale. I due piani,
quello politico e quello sociale, per l’Urss si sovrapponevano,
pur senza coincidere. Era questo certo uno dei nodi principali delle contraddizioni
del trockismo: il loro convivere era, per alcuni versi, ineludibile e,
per altri, accidentale, transeunte e innaturale. Mentre il potere della
burocrazia staliniana appariva infatti una forma politica transitoria
all’interno di una transizione sociale (una forma degenerata destinata
ad essere travolta dall’attesa rivoluzione politica interna), il
regime di transizione, lo ‘stato operaio’, era per Trockij,
nei fatti e nella teoria revisionata dai fatti stessi, una nuova tappa
dell’evoluzione storica con caratteristiche sociali non inedite
nella loro singolarità, ma specifiche nel loro combinarsi (la convivenza
tra forme di produzione socialiste e forme di distribuzione capitaliste);
era una corposa “fase preparatoria” incuneata tra capitalismo
e socialismo che, resasi indispensabile per il consolidamento della rivoluzione
in un paese arretrato e per la sua mancata vittoria nei paesi avanzati,
pareva ormai destinata a durare, anche nell’ipotesi di un crollo
completo del capitalismo mondiale, “ancora per tutto un periodo
storico” . Nel rapporto tra progresso e reazione, il sistema sovietico
restava una fase progressiva dello sviluppo storico. All’opposto,
i governi borghesi di transizione erano apparsi a Trockij espressione
di un “bonapartismo in decadenza”, appunto paragonabile a
quello di Napoleone III, ben diverso, in tal senso, da quello del primo
Impero, il bonapartismo “giovane, aggressivo” “dell’ascesa
della borghesia” cui il rivoluzionario russo – al pari di
quanto avrebbe fatto Bordiga – invece paragonava appunto il regime
staliniano . Certo, per Trockij nel caso dei fascismi, non si trattava
ovviamente di regimi progressivi: essi – a differenza di quello
del primo Napoleone e di quello di Stalin – non consolidavano le
conquiste di una rivoluzione, ma di questa anzi impedivano l’affermazione.
E tuttavia, lo stesso riconoscerli (a differenza del bonapartismo incompiuto,
labile ed evidentemente asfittico dei governi di transizione) come possibile
alternativa storica mondiale quantomeno di medio periodo alla vittoria
del socialismo ovvero l’ammetterne la capacità di farsi soggetti
vittoriosamente concorrenziali rispetto ad esso sul piano dell’egemonia
sociale (ad esempio verso la gioventù o verso la piccola borghesia)
rivelavano evidenti faglie della teoria: malgrado la continuamente ribadita
paralisi, decadenza e agonia del capitalismo che essi andavano a proteggere,
Trockij nei fatti doveva riconoscere che i regimi fascisti erano soggetti,
al pari dell’Urss, ‘vitali’ (oltre che aggressivi) e
capaci di durare. Certo Trockij poteva ribadire di continuo e con pur
raffinati distinguo il senso dell’‘instabilità’
dei diversi bonapartismi che sbarravano la strada alla rivoluzione –“l’instabilità
del regime attuale della Germania dipende dal fatto che le sue forze produttive
hanno superato da tempo le forme della proprietà capitalista. L’instabilità
del regime sovietico, al contrario, è dovuta al fatto che le sue
forze produttive sono ancora ben lungi dall’essere all’altezza
della società socialista” –, ma nel contesto della
seconda metà degli anni Trenta e dell’inizio degli anni Quaranta
non stupisce che le sue tesi potessero essere lette più come esorcismi
che come analisi scientifiche. Certo, dinamismo e capacità di tenuta
ed espansione non implicavano immediatamente un riconoscimento di ‘progressività’,
ma in una filosofia della storia di ispirazione marxista un ‘anacronismo’
di tale spessore e rilievo storico non poteva durare. Esso premeva con
una forza a lungo non riconosciuta dallo stesso Trockij sulla teoria.
Realtà e concetti interagivano brutalmente e, come composti in
soluzione, si scambiavano di continuo elementi e aggettivi. La materialità
delle cose e l’evidenza della dinamicità pantotalitaria finivano
con l’incidere subliminalmente sulla teoria, contribuendo a deformarla,
a incrinarne la compattezza rassicurante e a sfrangiarne in qualche modo
la nettezza di presupposti e conclusioni. Il ricorrere ad un medesimo
concetto per tratteggiare la natura dei contemporanei e impellenti spazi
sociali e geografici riconosciuti come battistrada del progresso (lo ‘stato
operaio’) e della reazione (i regimi fascisti) finiva con lo sbiadire
subliminalmente le pur puntuali precisazioni trockiane sulle differenze
tra primo e secondo bonapartismo. Il ‘dover essere’ progressivo
del regime sovietico – posti i limiti del tentativo trockiano di
distinguere tra il bonapartismo della burocrazia come tale e le basi dello
‘stato operaio’– regalava così potenzialmente
frammenti di progressività all’immagine dell’‘essere’
del bonapartismo fascista. Uno o più dei pilastri della riflessione
trockiana – l’irredimibile agonia del capitalismo, la natura
progressiva e anticapitalista del bonapartismo sovietico, la natura regressiva
e capitalista di quello fascista – dovevano cadere. Vuoti e aporie
erano destinati ad essere variamente –anche e se non sempre legittimamente
– rilevati e colmati, nel magmatico e dinamico contesto ideologico
dell’entre-deux-guerres dai già evocati ex-trockisti Rizzi
e Burnham. Lo stesso Trockij, nel settembre del 1939, pur tentando di
restare ancorato al marxismo e alle speranze di un’imminente rivoluzione
mondiale che desse ragione al proprio ottimismo della volontà ‘rimettendo
la storia a posto’, non avrebbe mancato di fare concessioni –
ancorché solo per via ipotetica – ai propri critici, arrivando
a non escludere in via di principio la possibilità, nel caso che
la guerra non si fosse conclusa con la rivoluzione, dell’avvento
di una fase – si noti – di declino e decadenza della civiltà
nel cui ambito la democrazia borghese sarebbe stata ovunque sostituita
da forme totalitarie e nella quale il potere sarebbe passato nelle mani
“di una nuova classe sfruttatrice” emergente “dal seno
della burocrazia bonapartista fascista” .
La riflessione bordighiana, nel suo incrociare i concetti di totalitarismo
e bonapartismo, fu, come si accennava, certo indirettamente figlia anche
del travaglio teorico e politico che qui si è evocato. Bordiga
superò l’impasse della teoria che aveva portato Trockij a
scrivere che per la Russia “non c’era altra via verso il progresso
che la distruzione del capitalismo” . Per entrambi il bonapartismo
staliniano consolidava nei fatti la rivoluzione, solo che mentre per Trockij
consolidava gli elementi innovativi introdotti da quella proletaria lottando
ad un tempo contro la comune reazione capitalista-feudale e contro…
lo stesso proletariato , per Bordiga – con evidente maggiore coerenza
logica – lo faceva eliminando progressivamente i residui premoderni
e sottoponendo il proletariato russo al ‘naturale’ sfruttamento
capitalistico. Il bonapartismo, in Trockij, del resto, non poteva in nessuna
delle sue declinazioni farsi espropriatore dei mezzi di produzione (in
Unione Sovietica perché essi erano già stati espropriati,
nei paesi capitalisti per genetica sudditanza nei confronti del capitalismo
privato), mentre in Bordiga esso poteva senza salti qualitativi coincidere
con forme di capitalismo di stato più o meno integrali. Negli scritti
del rivoluzionario campano, peraltro, il concetto di bonapartismo –
pur privo di quella che Engels aveva definito “la condizione base
del moderno bonapartismo” (l’esistenza cioè di un ‘equilibrio’
tra borghesia e proletariato) –, guadagnava dall’intreccio
con quello di totalitarismo in stabilità e virulenza storica, superando
quell’immagine di “regime di crisi” che, come si è
accennato, esso aveva mantenuto in Trockij. In quest’ultimo, del
resto, la base dell’instabilità bonapartista-totalitaria
era del resto data, come si è accennato, proprio dalla mai ripudiata
caratterizzazione in senso rivoluzionario dell’epoca apertasi con
il 1917 e con la relativa sottolineatura della perdurante ancorché
latente ‘potenza di classe’ del proletariato quantomeno sul
medio periodo, laddove Bordiga non avrebbe avuto incertezze nel fare,
come si è visto, proprio dell’inquadramento delle masse proletarie
nelle strette del riformismo fascista e stalinista –al di qua e
al di là del 1945– uno dei segni e al tempo stesso dei cardini
della stabilità e della possanza della controrivoluzione totalitaria.
Forzando un poco il senso dei testi, si potrebbe anzi quasi affermare,
in proposito, che nel Bordiga postbellico la questione della base sociale
di massa del moderno bonapartismo – risolta dagli altri autori evocati
facendo riferimento vuoi ai contadini, vuoi alla piccola borghesia, vuoi
a strati plebei e declassati – venisse almeno in parte risolta (esclusa
l’attribuzione di una vera centralità storica al “servidorame
basso e vile” pur fornito dallo “spregevole ceto medio”
alla borghesia all’atto dello scatenamento dell’offensiva
antiproletaria dopo la prima guerra mondiale ) proprio a partire dalla
constatazione del pieno asservimento alle forze della controrivoluzione
delle stesse masse proletarie. La rilevanza in tal specifico senso della
dimensione di massa nelle costruzioni bonapartiste era del resto talora
esplicita: nel già evocato Libidine di servire il “fatto
storico” che dava il diritto “di rinvenire un parallelo”
tra i poteri dei ‘Grandi’ del mondo contemporaneo e i caratteri
‘napoleonici’ individuati da Marx era proprio indicato nel
“grande movimento” in cui le masse venivano “obbligate
e spinte” ad appoggiare il possibile ‘Patto di pace’
tra le cinque principali potenze, ovvero proprio “la spinta di autosottomissione
della classe proletaria, provocata coll’offa illusoria della pace”:
atto ‘contro natura’ dal punto di vista della futura rivoluzione,
secondo Bordiga, e dai possibili effetti “di incalcolabile durata
storica”, a tutto profitto del “basso spregevole e putrescente
bonapartismo di oggi, e dei tanti bonapartismi di oggi” .
È quest’ultima, in qualche modo, un’ulteriore specificazione
del senso del ricorso alla categoria del bonapartismo in Bordiga in merito
alle strutturazioni politiche e sociali postbelliche che finiva con l’assumere
declinazioni multiformi – e tuttavia convergenti – nel ricollegarsi
a più tasselli della riflessione del rivoluzionario campano: la
denuncia dell’antifascismo interclassista e dello stessa esperienza
resistenziale (letti entrambi come ideologie di asservimento delle forze
di classe agli interessi delle borghesie nazionali e internazionali );
l’impressione di una rivelativa continuità, al di qua e al
di là della guerra e delle formule ideologiche, dei meccanismi
di condizionamento attraverso perfezionate tecniche di propaganda e comunicazione
di massa ; il ruolo dei partiti ‘opportunisti’ nel riportare
le masse ai “caporali senza soldati” della borghesia democratica
attraverso la presentazione del dualismo tra antifascismo e fascismo come
“più profondo di quello tra borghesia e proletariato”
.
In tutto ciò, peraltro, la riflessione bordighiana evocava indirettamente
una specifica declinazione ‘democratico-plebiscitaria’ del
bonapartismo che era ad esempio stata trattata da Michels quando, nel
1911, ne La sociologia del partito politico, aveva sottolineato come il
bonapartismo avesse “sempre buone probabilità di successo
presso le folle imbevute di sentimenti democratici” perché
le lasciava “nell’illusione di rimanere padrone dei propri
padroni” e di eleggere davvero da sé i propri capi . Il tema
– che in Bordiga sembrava talora, paradossalmente, almeno da un
punto di vista formale, sfiorare toni non solo antipartitici, ma quasi
antipolitici – veniva così sviluppato, seppur in genere in
forme estemporanee e senza nitide codificazioni teoriche, nei termini
di un’acre polemica, perennemente riproposta, contro essenza e realtà
del pluripartitismo repubblicano – la “buffonesca canea –
nelle sue stesse parole – dei partiti multipli e dei multicolori
scribi dell’ambiente parlamentaristico” : una polemica della
quale la già rilevata sottolineatura del carattere velleitario
del riformismo postfascista era in realtà solo uno dei numerosi
tasselli. Malgrado, come si è visto, l’interventismo statale
coincidesse sempre e strutturalmente per Bordiga con il dominio della
speculazione capitalistica, egli non aveva infatti esitazioni nel sottolineare
come unicamente con “un solo partito all’amministrazione”
“fesserie, sciupii, speculazioni illecite, carrozzoni affaristici”
avrebbero potuto “essere ridotti ad un minimo” (“pur
restando lo scopo essenziale dei capi borghesi di tipo moderno”):
laddove, all’opposto, il sistema multipartitico non sarebbe mai
stato in grado di “tagliare le unghie agli industriali” .
Nel 1951, in Piena e rotta della civiltà borghese, Bordiga stigmatizzò
in modo ancor più esplicito l’illusione che il ritorno alla
“esteriore democrazia pluripartitica” potesse sfociare in
una migliore amministrazione, “laddove era chiaro che doveva condurre
ed ha condotto ad una amministrazione peggiore”: “Allorché
il monopartitismo fascista ha ceduto il posto ad un pluripartitismo ignoto
alla stessa Italia giolittiana, alla perfetta Inghilterra modello di costituzionalismo,
e così via [...] il male si è aggravato” . Né
si trattava peraltro della sola denuncia della corruzione e del clientelismo,
bensì di un’unilaterale evidenziazione del prevalere tra
le file delle forze antifasciste –governative o di opposizione –
di ogni genere di carrierismo ed opportunismo , ma anche di ‘doppiezza’
e di artata propagazione della menzogna nei confronti delle stesse masse
organizzate, in disprezzo di ogni valore e coerenza etica, politica e
teorica . In tal senso non era ad esempio solo un’implicita riproposizione
del modello leniniano di partito l’affermazione dai toni vagamente
esorcistici sull’inesistenza in Italia dei “tre partiti proletari
di massa” surrettiziamente evocati in ambito pciista per legittimare
la strategia togliattiana della collaborazione sindacale e politica con
democristiani e socialisti; né l’affermazione va letta –
almeno nel passaggio in questione – come indicazione di specificità
a livello di composizione sociale: la questione è che nei partiti
di massa affermatisi nel dopoguerra a prevalere era per Bordiga il dato
politico e sociologico che li rendeva nei fatti semplicemente “gruppi
di gerarchie, di cricche extra-proletarie”, pretendenti alla successione
del regime fascista nella stessa prassi di inquadramento subordinato dei
lavoratori . Di qui il senso degli accenni, evocati nelle pagine precedenti,
allo “sfilamento pecorile di masse ubriache” nei moderni circenses
capitalistici o alle “moltitudini passive, incoscienti, meccanizzate”
– composte di uomini privati di “qualunque tendenza all’iniziativa”
e ridotti a “Robot omicidi”– lanciate dall’imperialismo
nelle guerre mondiali passate e venture. Il tutto quasi a fare proprio
dell’evidenziata funzionalità bonapartista dei partiti di
massa l’integrazione (anche se non l’alternativa) della teoria
pantotalitaria: una sua versione – non a caso relativamente ‘tarda’
nell’ambito dell’arco cronologico considerato dalla presente
ricerca – capace di integrarne la riaffermazione dell’essenza
più profonda con il dato di una realtà più complessa
(o, se si vuole, più lenta e ambigua nelle sue dinamiche evolutive)
di quella, polarizzata politicamente e socialmente, postulata nei primi
scritti postbellici. Col che, peraltro, si chiudeva in modo storicamente
non incongruo la parabola logica del concetto di totalitarismo all’interno
degli scritti bordighiani: grazie alla mediazione della più adattabile
formula bonapartista, esso finiva così con l’incrociare anche
in Bordiga quel nesso con una dimensione ‘democratico-elettorale’
della politica – ancorché in un significativo contesto di
violenza latente ed effettuale – che alla fortunata creazione del
neologismo aveva presieduto quando appunto, nel 1923, Amendola si era
chiesto se il sistema elettorale maggioritario che il fascismo si apprestava
ad introdurre non avrebbe dovuto, “con più verità”,
essere definito appunto “totalitario” .
Si noti peraltro come tali osservazioni sui partiti di massa non concernessero
esclusivamente i contesti dove prevaleva l’“imbonitura democratica”
. Se nel 1950 Bordiga scriveva di un Cominform in preda a uno “sporco
politicantismo federalista”, disposto a “barattare in qualunque
senso, a qualunque svolto, i principii i programmi e i metodi del movimento”
e capace di togliere “per sempre” agli stessi iscritti dei
partiti comunisti “ogni forza di vita e di iniziativa” a favore
di qualunque “cricca di capi locali” , nell’Appello
per la riorganizzazione internazionale del movimento rivoluzionario marxista
significativamente Bordiga evocava l’avvenuta degenerazione dello
stesso “ferreo partito di avanguardia” bolscevico in una “pletorica
massa amorfa, passiva e incapace di controllo del proprio ingranaggio
di direzione e di esecuzione” . Il cenno al carattere ‘amorfo’
della massa non era di poco spessore: se, come si è visto, in Bordiga
il paradigma totalitario non implicava l’arendtiana disgregazione
complessiva delle classi – al contrario, come si è detto,
la borghesia si coordinava e si strutturava come mai prima accaduto –
sembra tuttavia fare talora capolino dai suoi scritti l’idea che
in qualche modo fosse stato il solo proletariato – paradossalmente
grazie all’intervento disgregatore dei propri stessi partiti degenerati
– ad andare incontro a processi di atomizzazione e di radicale sfrangiamento
degli stessi meccanismi di solidarietà di classe. Davvero, per
Bordiga, la controrivoluzione aveva colpito a fondo.
Al di là di quest’ultimo rilievo, l’elemento polemico
‘anipartitico’ appariva anche un dato in qualche modo ‘di
generazione’, se si vuole, per tanta parte dell’antistalinismo
‘bruciato’ dalla degenerazione dei partiti comunisti (toni
‘antipartitici’ e ‘antiburocratici’ nella sostanza
non dissimili da quelli ora evocati non mancarono ad esempio talora nello
stesso Trockij e, con specifica piega populista e antidemocratica, in
Rizzi), ma che certo spiccava con particolare rilievo tra le pagine di
un teorico come Bordiga che del partito rivoluzionario –leniniano
e totalitario, come si è detto– continuava coerentemente
a fare il principale veicolo storico della trasformazione sociale. Nel
suggerire semplicisticamente un’assoluta continuità in termini
di distribuzione di ‘prebende’, di irregimentazione passiva
e di gregariato tra il fascismo e i nuovi partiti di massa –in specie
il Pci–, Bordiga coglieva in realtà il dato reale del permanere
di usi clientelari e utilitaristici della politica che, se coinvolsero
soprattutto la Dc, sfiorarono, seppur in diversa misura, anche il Pci,
ma rimuoveva nei fatti la compresente capacità di quest’ultimo
di raccogliere e organizzare “una forte domanda e pratica diretta
di obiettivi di trasformazione” effettivamente sorgente ‘dal
basso’ – ancorché, ovviamente, orientata verso una
‘trasformazione’ di segno assai diverso da quella auspicata
dal rivoluzionario campano. Similmente questi non coglieva affatto gli
elementi storicamente presenti in questa ‘fase aurorale’ della
democrazia italiana di una dialettica tra organizzazione e spontaneismo
che, in sede di riflessione storiografica, ha portato a scrivere di una
vera e propria “fase costituente” per i partiti antifascisti
apertasi nel 1943 . La dimensione di massa, in epoca di controrivoluzione
trionfante, appariva invece quasi in se stessa a Bordiga come la via privilegiata
per l’acquisizione di un consenso subordinato – ma in qualche
modo anche ‘entusiasta’– delle masse proletarie a interessi
e scopi della classe avversa .
Si trattava, in ogni caso, pur sotto le vesti di una polemica spicciola
e dai toni non sempre elevati (che evidentemente semplificava –
come già si è evidenziato – la complessità
e la contraddittorietà del rapporto tra masse operaie e fascismo
–prima del 1945– e tra masse operaie e partiti ‘borghesi
di sinistra’ nel dopoguerra), di una delle molte forme bordighiane
del ‘guardare a fondo’ nella sconfitta storica del proletariato
tra le due guerre mondiali accettandone in pieno la portata e l’estensione.
Tanto il rifiuto delle formule ‘entriste’ e ‘volontariste’
quanto l’importante distinzione a livello teoretico tra partito
storico e partito formale furono chiaramente anche figlie, in Bordiga,
della consapevolezza di quanto la controrivoluzione avesse scavato a fondo:
al punto di concedere alla borghesia di ‘rubare’ al proletariato
“il suo segreto storico” – appunto l’inquadramento
come classe nella forma partito – e poi di usare le stesse strutture
organizzative del movimento operaio a scopo non solo di irregimentazione,
ma di concreta e talora inopinatamente ‘entusiasta’ mobilitazione
in senso ‘anticlassista’ delle masse.
10.
Conclusioni. Bordiga e il suo tempo
Sulla base
di quanto fin qui esposto, una riflessione conclusiva sull’elaborazione
bordighiana sul tema del totalitarismo per come essa emerge dagli scritti
del periodo 1945-53 sembra poter non illegittimamente concludere a favore
della tesi accennata nelle Note introduttive sull’essere tale elaborazione
costruita attorno a un duplice e fecondo dialogo: da un lato con la realtà
di un ‘lungo dopoguerra’ pensato come ancora almeno in parte
fluido e non cristallizzato , dall’altro con l’insieme dei
marxismi sopravvissuti –più o meno revisionati, più
o meno ‘contaminati’– alla complessità e alla
ferocia delle repliche della storia maturate nell’arco cronologico
compreso tra il 1917 e il 1945. Inquadrate in un ottica di ‘contesto
allargato’ – al di là cioè dello specifico italiano
o del solo e pur strutturante e continuo riferimento ai testi marxiani
ed engelsiani – molte pagine bordighiane postbelliche producono
in realtà meno ‘stupore’ di quello che ha sembrato
talora animare il giudizio storiografico e al tempo stesso meno ‘venerazione’
di quella che invece segnò e ancora segna i giudizi di almeno una
parte dei molti rivoli in cui il ‘bordighismo’ si andò
riproducendo e disperdendo nel secondo dopoguerra. Ciò detto, entrambi
i poli del più sopra evocato dialogare di Bordiga con il proprio
tempo meritano qui qualche ulteriore considerazione in aggiunta a quelle
avanzate nel testo.
Rispetto alle accuse di ‘astrattezza’ e ‘distanza dalla
realtà’ talora avanzate in merito alla riflessione bordighiana
postbellica , quanto fin qui esposto consente di sottolineare la capacità
di Bordiga di registrare in modo nell’insieme non inefficace alcuni
dei più rilevanti processi di innovazione e trasformazione maturati
nei rapporti tra stato e società nei paesi industrializzati tra
lo scoppio della prima guerra mondiale e la metà del secolo, nonché,
almeno in parte, di cogliere di tali processi contraddizioni e linee di
sviluppo, in un quadro d’insieme dove le stesse previsioni non realizzate
e le stesse semplificazioni non inficiano la rilevanza di non poche intuizioni
e letture . Certo, in tal senso, pesarono anche su Bordiga i rilevanti
limiti che si è cercato di evocare nelle pagine precedenti: prima
tra tutte l’adesione a all’immagine di un fascismo del cui
riformismo non si rilevavano a sufficienza inadempienze e contraddizioni,
finendo così col dare talora l’impressione di osservarlo,
in un certo senso, troppo ‘da lontano’ (lontano cioè
dalla stessa concreta vita degli strati subalterni e dalla stessa dura
materialità dei rapporti e delle condizioni di lavoro). In più,
rispetto al nodo della lettura dell’antifascismo e della Resistenza
pesò certo nel rivoluzionario campano un’incapacità,
per così dire, quasi programmatica ad ammettere l’esistenza
di possibili legami di continuità o contiguità tra le aspirazioni
all’autodeterminazione di classe pure da Bordiga positivamente riconosciute
nello spontaneismo ‘anticapitalista’ di alcuni settori del
movimento partigiano e le esecrate ideologie e formule democratico-borghesi.
Bordiga non percepiva, in tal modo – o, laddove pure percepiva,
respingeva con machiavellica ‘razionalità rivoluzionaria’–,
la non riducibilità della contrapposizione tra fascismo e antifascismo
a pure categorie politiche o classiste, laddove essa finì invece
storicamente con l’attingere anche a strati profondi dell’autorappresentazione
e dell’immaginario collettivi, ponendosi in tal senso anche come
contrapposizione tra modelli culturali e antropologici antitetici nella
rispettiva concezione dei rapporti tra gli uomini e, come tali –
malgrado la comune natura interclassista –, evidentemente non conciliabili.
Il che, per l’appunto, fu proprio ciò che invece la riflessione
bordighiana tentò di continuo e in ogni modo di dimostrare come
falso. Non si può ovviamente mancare inoltre di soffermarsi sul
mancato concretarsi della più importante tra le tesi sul totalitarismo
presenti negli scritti postbellici esaminati, quella appunto concernente
il suo inevitabile estendersi all’intero pianeta. Difficoltà
a uscire dal ‘lungo dopoguerra’ poc’anzi evocato, certo,
e dai tempi di ferro e di fuoco che lo avevano preceduto e ancora lo innervavano.
In proposito non si possono del resto non evocare la complessità
e la molteplicità degli elementi che, negli anni in esame, a livello
nazionale come internazionale, potevano suggerire il protrarsi della ferocia
e della durezza della cosiddetta ‘guerra dei trent’anni del
XX secolo’ al di là della cesura politico-militare del 1945:
da un lato, a livello internazionale, la brutale repressione del movimento
partigiano greco, il maccartismo e le limitazioni delle libertà
civili e sindacali negli Stati Uniti, l’occupazione militare delle
potenze sconfitte o ‘liberate’ e la loro polarizzazione coatta
attorno alle due superpotenze, la guerra di Corea e l’ombra di un
nuovo conflitto generalizzato; dall’altro, per il contesto italiano,
la frequenza e l’intensità del ricorso alla violenza da parte
delle forze dell’ordine nelle manifestazioni di piazza, la durezza
della repressione seguita alla spontanea sollevazione popolare seguita
all’attentato a Togliatti nonché, per altro verso, le stesse
ambiguità del progetto politico connesso al varo della legge-truffa.
Ciò posto, senza che tutto quanto poc’anzi rievocato in termini
di limiti della riflessione bordighiana possa essere trascurato o rimosso,
quest’ultima, come si accennava, sembra mantenere comunque capacità
di lettura del reale che ne sconsigliano sottovalutazioni o troppo sbrigativi
accantonamenti. Così, all’errata previsione sull’universale
totalitarizzarsi delle forme politiche del dominio borghese, ad esempio,
facevano riscontro in positivo rilievi non scontati tanto sulla sostanza
storica del passato regime fascista quanto sui suoi pesanti lasciti al
nuovo sistema repubblicano. Pur muovendo da una prospettiva apparentemente
contraddittoria mirante a coniugare, nella lettura della storia nazionale,
il massimo di continuità del potere di classe borghese con la caratterizzazione
delle sue forme ultime in senso totalitario –un concetto storicamente
sorto, all’opposto, proprio per indicare il senso di discontinuità
storica suggerito ai contemporanei dall’apparire dei fascismi–,
Bordiga finiva col restituire al ruolo assolto dagli apparati statali
e burocratici la centralità ad essi legittimamente spettante nella
società contemporanea, maturando in tal modo strumenti analitici
da un lato capaci di inserire il fascismo stesso all’interno dei
generali processi di trasformazione del sistema capitalista realmente
in corso su scala planetaria, dall’altro di cogliere con lucidità
alcuni dei nodi irrisolti che caratterizzarono la transizione tra fascismo
e postfascismo e che ancora a lungo avrebbero segnato la vita delle istituzioni
repubblicane. La critica bordighiana nei confronti delle forze antifasciste,
al di là delle asprezze e semplificazioni evocate, assunse cioè
a tratti capacità di individuazione di questioni di non secondario
rilievo storico oltre che immediatamente politico. Basti pensare, per
fare un esempio, alle riflessioni del rivoluzionario campano sulla questione
dell’epurazione. Certo, se si vuole, risolta da un lato in termini
puramente negativi di fronte alla superiore necessità di classe
di distruggere (e non ‘ripulire’) l’organismo statale
borghese , ma, dall’altro, anche affrontata con chiara consapevolezza
delle strette in cui si sarebbero incagliati i processi epurativi: come
quando, nel 1949, muovendo esplicitamente dall’impostazione marxista
derivante “il diritto dalla forza e non viceversa”, Bordiga
affermava esplicitamente che “ogni applicazione dei principi e dei
metodi giudiziari al conflitto politico” non poteva che risolversi
in una “vuota commedia” in cui le parti sarebbero sempre state
distribuite al rovescio (“come un palcoscenico su cui un primo amoroso
in gonnella recitasse la scena madre alla donna barbuta”) . Sono
questioni, come si vede, su cui la stessa riflessione storiografica più
accorta non avrebbe mancato di soffermarsi nei decenni successivi, rilevando
come appunto la scelta di risolvere l’epurazione su un piano puramente
giuridico anziché su quello di un’operazione politica latu
sensu ‘rivoluzionaria’ e autolegittimantesi avesse finito
col pesare in modo rilevante sugli esiti ultimi dell’epurazione
stessa .
Per altro verso, anche la centralità nelle letture bordighiane
del momento statale nella caratterizzazione di senso ed essenza delle
moderne forme di organizzazione sociale assume specifico e positivo rilievo
laddove si noti come proprio la sopravalutazione delle potenzialità
innovatrici della semplice partecipazione al potere dei partiti antifascisti
– per Togliatti, come è stato notato, “la forma migliore
per costruire un solido impianto istituzionale entro cui realizzare le
riforme”–, contribuì in modo significativo al fallimento
o al precoce abbandono di ogni ipotesi di seria e radicale riforma degli
apparati e dell’organizzazione dello stato stesso . La stessa linea
del Pci mirante all’occupazione delle istituzioni e alla ‘lunga
marcia’ attraverso di esse –linea che, come noto, prevedeva
tuttavia il sacrificio delle questioni istituzionali all’accordo
fra i partiti di massa – poggiò, come è stato rilevato,
“su una non corretta valutazione della natura tutt’altro che
adiafora delle istituzioni stesse” sfociante in un “singolare
recupero della tradizionale dottrina della «indipendenza»
e neutralità della pubblica amministrazione, ritenuta disponibile
a molteplici usi politici” : il che era proprio uno dei principali
elementi della critica bordighiana alla riflessione delle sinistre costituzionali
sul problema dello stato . Similmente, quando Bordiga stigmatizzava l’illusione
“dei portabandiera parlamentari” della sinistra di ‘fare
del sabotaggio’ di fronte alle resistenze conservatrici al rinnovamento
del paese –laddove, sosteneva, nella moderna società borghese,
erano “le sfere dell’affarismo borghese e della alte magistrature
militari e civili” a poter “a loro mercè sabotare i
politicanti portafogliati, e non viceversa” – non pareva in
realtà muoversi su un terreno analitico lontano da quello che in
sede storiografica avrebbe portato a definire il fascismo come un “sistema
di dominio di classe in cui proprio gli apparati amministrativi tradizionalmente
autoritari hanno parte rilevante” e a concludere che la democratizzazione
postresistenziale di tali apparati si era rivelata sostanzialmente “di
parata” consentendo a questi ultimi di porsi come elementi di freno
rispetto agli stessi intenti politicamente più innovatori .
La tesi bordighiana della ventura fascistizzazione delle istituzioni può
essere peraltro utilmente letta in controluce: essa finì infatti
con il convivere, in modo certamente talora contraddittorio, ma innegabile,
con un’innegabile ancorché non confessata percezione del
fatto che, per l’appunto, nell’Italia postbellica la politica
– intesa nel senso più alto del termine – avrebbe anche
potuto farsi – e non solo congiunturalmente – fattore non
di coazione e rottura, ma di mediazione e stabilizzazione democratica
del sistema. Nell’intensità della polemica contro la democrazia,
contro i partiti costituzionali e contro l’antifascismo Bordiga
respingeva infatti esorcisticamente proprio quella funzione di mediazione
sociale e di incanalamento non conflittuale (o, quando conflittuale, comunque
non al punto da produrre lacerazioni dirompenti) delle richieste della
società civile nelle istituzioni che i nuovi partiti di massa finivano
con l’assolvere, facendosi, per l’appunto, filtro tra l’una
e le altre. Quando, stigmatizzando ad esempio nel 1950 l’inanità
delle proteste del Pci di fronte al dilagare della repressione scelbiana,
Bordiga scriveva che chiunque, tradendo il marxismo, invocasse “costituzioni
superclassiste” non si rivelava che un “servitore della borghesia
quanto il poliziotto” (e anzi, alla fine, di quello “più
ignobile e più efficace”) , egli non faceva che tradurre
in termini ideologici la scelta strategica del Pci di fare della stabilità
politico-istituzionale “la cornice a cui adeguare la conflittualità
sociale” e di prestare le proprie strutture e il proprio radicamento
di massa alla realizzazione in forme democratiche di quell’estensione
del “controllo della sfera politica e istituzionale sulla società
civile” dallo stesso Bordiga colto come indispensabile al consolidamento
di un sistema di relazioni sociali moderno e funzionale (tanto più
in un contesto nazionale reso fragile e diviso dai molteplici fattori
di disgregazione generatisi o rafforzatisi negli ultimi anni del fascismo
e nel corso della guerra e della Resistenza). Che poi tali decorsi storici
avessero le proprie immediate premesse in quella sorta di ‘riformismo
maturato in armi’ – certo un inedito e inquietante ossimoro
agli occhi di Bordiga – in cui si era concretata la dialetttica
tra partito comunista e classe operaia nel corso della lotta di Liberazione
non può che contribuire a spiegare la refrattarietà dell’analisi
bordighiana dell’immediato dopoguerra ad accettare compiutamente
la possibilità di una stabilizzazione in forme davvero democratiche
e pluripartitiche del sistema politico italiano.
Non in questi elementi sta tuttavia probabilmente la vera importanza della
riflessione bordighiana postbellica, bensì primariamente nel senso
e significato del suo intimo rapportarsi con gli sviluppi del marxismo
tra anni Trenta e Quaranta. In termini generali, in proposito, è
stata come noto a più riprese avanzata la tesi di un Bordiga rimasto
teoreticamente – oltre che psicologicamente – ‘tra le
macerie’ della Terza Internazionale . È innegabile, naturalmente,
che gli anni tra le due guerre abbiano rappresentato per Bordiga e per
la Sinistra –ma in generale per tutte le correnti del comunismo
antistaliniano – anche un dramma storico e politico –oltre
che spesso biografico – dalle proporzioni epocali: un dramma le
cui coordinate non furono, peraltro, solo la sconfitta della rivoluzione
in occidente e, di riflesso, in Russia, ma anche il mancato verificarsi,
nel corso del secondo conflitto mondiale, di radicalizzazioni delle masse
miranti a sfruttare in senso rivoluzionario il prevedibile crollo di impalcature
statali nazionali in seguito alle vicende belliche. All’opposto
– in questo senso, come si è visto, muoveva l’analisi
bordighiana –, nuovi apparati di dominio percepiti come ancor più
mostruosi ed efficienti dei precedenti si erano sostituiti alle strutture
travolte dalla guerra: nel processo essi erano anzi riusciti a riassorbire
quel tanto di spontaneismo anticapitalistico estemporaneamente maturato
tra le masse grazie alla complicità attiva proprio di quelle che
erano state le organizzazioni che il proletariato si era dato nel primo
dopoguerra per condurre l’atteso ‘assalto al cielo’
. Di tale dramma le riflessioni di cui si è cercato di dare conto
nelle pagine precedenti, comprese le prese di posizione più semplificanti,
costituirono certo anche una significativa ed oggettiva traduzione a livello
teorico ed ideologico. Ciò posto, tuttavia, sulla base dell’inquadramento
dell’esperienza teorica e politico-ideologica di Bordiga nel secondo
dopoguerra che si è cercato di articolare nel corso del presente
lavoro, si è portati – rispetto alla tesi sul carattere ‘anacronistico’
del pensiero bordighiano – a sottolineare come la riflessione del
rivoluzionario campano appaia invece proprio come un vigoroso tentativo
di superamento delle contraddizioni e delle aporie di buona parte del
pensiero comunista dell’entre-deux-guerres: e, si noti, –
almeno per alcuni versi – più ancora di quello eterodosso
che non di quello terzinternazionalista (irrigidito e al tempo stesso
magmatico nel suo essere per vocazione subordinato alle esigenze politico-diplomatiche
dello stato russo). A differenza di quanto avvenne per tanta parte dell’antistalinismo
di sinistra, tuttavia, Bordiga non fu ‘ipnotizzato’ dall’ampiezza
quantitativa e qualitativa della controrivoluzione: la sua riflessione
fu anzi un tentativo di piena e coraggiosa immersione in essa senza timore
reverenziale alcuno nei confronti di uomini, esperienze od organizzazioni
e senza che però l’acquisizione della coscienza di quanto
era stato perduto e distrutto implicasse un abbandono della teoria o sua
radicale revisione. Nel corso del processo questa fu sì sottoposta
a tensioni, ma da esse uscì nell’insieme internamente fortificata.
La stessa controrivoluzione – anche quella trionfante in Russia
– finì col diventare in tal modo non più un quid novi
in grado di incrinare la compattezza della dottrina, bensì un’assoluta
normalità storica (non priva anzi di funzionalità propedeutiche
per la classe ai fini della rivoluzione futura). La teoria stessa diveniva
anzi in primis “sicura e non pavida attesa di controrivoluzioni
in serie, ripetute, diffuse, incrociate nello spazio e nel tempo”
. Nessuna sudditanza nel senso prima evocato, dunque, se non per antitesi,
nel prendere le distanze dal volontarismo partitocentrico che ancora segnava
buona parte del sopravvisuto trockismo, né tanto meno nel prevedere
la ripresa e il ‘rifiorire’ del capitalismo . Né del
resto Bordiga, per queste stesse ragioni, Bordiga si attendeva come Trockij
da un giorno all’altro l’incombere, con o senza guerra, di
rivoluzioni politiche o sociali (e questo tanto in Russia che altrove):
il ciclo rivoluzionario si era concluso Bordiga ne prendeva atto fino
in fondo.
Quanto alla ‘questione russa’, lo stesso fatto che il totalitarismo
sovietico (in uno del resto con quelli fascisti) apparisse ai suoi occhi
‘progressivo’ non implicava, a differenza di quanto, in senso
assai diverso, era avvenuto in Trockij, un’opzione politico-teoretica
che ne prevedesse una qualche difesa nelle guerre passate e venture. Né
del resto, all’opposto, la denuncia dell’involuzione staliniana
portava all’individuazione in essa del “centro della contro-rivoluzione”
internazionale come invece avveniva per non insignificante parte dell’antistalinismo
di sinistra . Né, infine, l’asserita almeno tendenziale convergenza
nel senso del capitalismo di stato dei regimi totalitari fascisti, degli
stati ancora formalmente democratici e del regime staliniano faceva di
questo il battistrada della più avanzata modernità: il totalitarismo
sovietico favoriva certo la concentrazione delle forze produttive, ma
l’arretratezza di una realtà sociale per più versi
ancora in transizione verso il capitalismo o comunque nella sua fase iniziale
(e non in quella finale come ipotizzato da parte non irrilevante dell’antistalinismo
di sinistra) fu sempre elemento centrale della riflessione bordighiana
(che non a caso ebbe a qualificare come più vicini all’integrale
capitalismo di stato gli Stati Uniti che non l’Urss) . In sostanza
il legame con l’esperienza sovietica che ancora viveva negli scritti
postbellici, nella misura in cui sussisteva, era da questo punto di vista
più riconducibile al campo – per così dire –
delle passioni e semmai a quello degli esempi e dei topoi usati nell’argomentare
che non alla sostanza ultima delle analisi.
È a partire da queste considerazioni e dalla necessità di
refutare le teorie di chi dalla possanza della controrivoluzione era invece
stato ‘fuorviato’ che assumono specifico rilievo alcune delle
‘restaurazioni’ bordighiane. Basti pensare, da questo punto
di vista, ad esempio, all’insistita riproposizione della tradizionale
successione dei modi di produzione prevista da Marx ed Engels: un lavoro
apparentemente ‘astratto’, in apparenza tutto incentrato,
per così dire, su testi dei classici, e tuttavia di ben diverso
rilievo teorico e politico laddove colto nel suo giusto contesto, ovvero
quell’apparente ‘esplodere’ delle “categorie canoniche
della dottrina” – ivi compresi gli stessi principi base della
concezione materialistica della storia – maturato tra le due guerre
da un lato per l’‘inverosimiglianza’ e la strutturale
ambiguità di origini e decorsi della rivoluzione russa, dall’altro
per il fatto stesso del sopravvivere a sé stesso e del ridefinirsi
in forme non più ‘agoniche’ di un capitalismo già
da tempo pensato come ‘ultramaturo’ e storicamente pronto
a essere rimpiazzato dal socialismo. Proprio nel quotidiano ‘corpo
a corpo’ con tali profonde tensioni maturanti nel cuore stesso della
dottrina si era confrontata, come si è in parte già rilevato,
la riflessione trockiana, infine giunta ad argomentare, quanto meno per
il caso sovietico, l’indispensabile esistenza, nella forma dello
‘stato operaio’, di un tertium genus tra capitalismo e socialismo.
Una no man’s land destinata in Trockij a restare un’inafferrabile
tappa intermedia – con escrescenza burocratico-totalitaria ad un
tempo corposa e storicamente precaria – tra il primo e il secondo,
ma a farsi invece nuovo dirompente modo di produzione maturante all’ombra
degli stati totalitari nelle affabulazioni rizziane e burnhamiane già
evocate nelle pagine precedenti. Bordiga – in ciò in uno
con i comunisti dei consigli – accettò la sfida: il totalitarismo
restava così sì storicamente vincente, come appunto pensavano
i due ex trockisti, ma dietro di esso non si celava altro che il già
noto capitalismo, al massimo in procinto di giungere a estremi, ma comunque
‘naturali’ vertici di concentrazione e accentramento . Col
che il totalitarismo stesso – da nuova tappa della storia dei modi
di produzione – veniva ricondotto a una certo meno inquietante ‘fase’
infracapitalistica. Al “deragliamento della storia” in qualche
modo sanzionato dal trockismo e radicalizzato dai teorici della ‘nuova
classe’, Bordiga rispondeva attingendo a piene mani a un concetto,
come appunto quello di totalitarismo, in sé denso di un intimo
senso di novità storica, ma al tempo stesso pensato come non incompatibile
con un’organica sottolineatura – pur nel segno della radicalizzazione
– degli elementi di continuità con le dinamiche politiche
e sociali dell’imperialismo.
Il carattere anche di creativa risposta del marxismo bordighiano a impasse
teoriche emerse nello stesso antistalinismo di sinistra è del resto
confermato dalla verifica delle forme dello scioglimento di una serie
nodi connessi con il tema della ‘nuova classe’ e che la riflessione
bordighiana significativamente condivideva con Rizzi e Burham: basti pensare
alla tesi della ‘convergenza’ a livello di strutture tra regimi
pur ideologicamente antitetici quali fascismo, nazismo, bolscevismo e
New Deal, a quella del nuovo conflitto mondiale come guerra di diffusione
del totalitarismo ovvero a quella sulle potenzialità ‘riformiste’
dei regime totalitari. Certo, si può rilevare, nei testi postbellici
Bordiga affrontò in genere il tema della ‘nuova classe’
polemizzando più con le tesi di Socialisme ou barbarie che non
con i mai espressamente citati Burnham o Rizzi . L’appena richiamata
ampia consonanza di temi tra Bordiga e questi ultimi autori rende tuttavia
non illegittima la tesi di un confronto sostanziale –ancorché
non formale – con le relative teorizzazioni. Se a proposito dei
temi della convergenza e del riformismo totalitario si è detto
a sufficienza nelle pagine precedenti, qui vale la pena di sottolineare
ancora come, con la trasposizione del paradigma ‘napoleonico’
(sconfitta militare ad opera delle potenze ‘feudali’/ vittoria
sociale del ‘capitalismo’) allo snodo della sostituzione del
totalitarismo alla democrazia, Bordiga finisse con lo spiegare un mero
trapasso di fase con una metafora dai tratti profondamente periodizzanti
che rimandava in realtà a un trapasso di dominio di classe : quasi
che la riflessione bordighiana fosse attratta fino al massimo limite ‘marxisticamente
possibile’ dai sintagmi delle teorie della ‘nuova classe’
senza tuttavia mai cedere a una loro ricomposizione in forme non ortodosse.
Quasi a fare di Bordiga – forzando un poco – una sorta di
tertium marxista tra chi, in quegli stessi anni, si faceva assertore come
l’Hayek di The Road to Serfdom del 1944 di uno stretto determinismo
tra economia di mercato e libere istituzioni e chi invece, come Burham,
profetava una nuova società totalitaria e manageriale, in sé
vitale e forse capace di elevare il tenore di vita dei propri schiavi,
ma destinata a non essere storicamente superata da alcuna forma di socialismo.
Certo, va detto, la ricerca della coerenza e, per così dire, della
‘rassicurazione’ finivano talora con l’avere anche dei
costi, pagati da Bordiga anche con parziali semplificazioni e omissioni.
Si pensi, ad esempio, all’ambiguità, quanto meno formale,
della tesi in ragione della quale la seconda guerra mondiale aveva visto
soccombere quelle che pure apparivano al rivoluzionario campano come le
‘forme politiche’ più moderne e che pure, testi alla
mano, sembravano meglio del pur trionfante liberalismo anglosassone in
grado di sfruttare e sviluppare appieno ed efficacemente l’insieme
delle forze produttive. Si pensi, ancora, alla forzatura insita nell’individuazione
degli antecedenti del moderno capitalismo di stato – nell’intento
di chiudere ogni varco alle insinuanti tesi sugli sviluppi del modo di
produzione capitalistico ‘non previsti’ dai classici –
nell’epoca “delle crinoline e delle parrucche incipriate”
ovvero dei Comuni italiani e delle repubbliche marinare . Oltre a ciò,
si potrà del resto ancora sottolineare come altre analisi di area
marxista sui medesimi temi affrontati da Bordiga possano talora apparire
‘più raffinate’: basti pensare al già evocato
Mattick, che se pure, al pari di Bordiga, “scelse il terreno del
capitale per la verifica della persistente produttività teorico-conoscitiva
del marxismo, anche in assenza di un’«azione autonoma della
classe operaia»” , certo si mostrò più sensibile
alle contraddizioni interne agli schieramenti interimperialistici e attento
ad esempio a non appiattire in modo immediato fascismi e New Deal .
Per altro verso, sempre in riferimento al marxismo bordighiano, si possono
ancora richiamare, quale segno dell’invasivo incombere su di esso
dei tempi totalitari, le rigide e spesso unilaterali sottolineature dell’antidemocraticismo
e dell’anti-individualismo del pensiero di Marx: dati, certo, storicamente
ben attestati e innegabili e, tuttavia, all’interno della vastissima
e non organica produzione teorica di quest’ultimo, non certo univoci
quanto invece attestato da Bordiga . Il quale del resto non fece mai mistero
di considerare la dittatura come il “chiodo marxista numero uno”
.
Qualche considerazione, infine, merita ancora lo specifico dell’utilizzo
bordighiano del concetto di totalitarismo. Innanzitutto lo stesso ricorso
al concetto va in qualche modo storicizzato: certo se, da un lato, nel
contesto dell’Italia postbellica, ‘accusare’ di totalitarismo
i partiti antifascisti e segnatamente le sinistre poteva apparire, al
di là delle ragioni più prettamente teoretiche di cui s’è
detto, una deliberata e paradossale provocazione – a maggior ragione
per il contemporaneo tentativo di fagocitamento del concetto stesso in
funzione antisovietica da parte di politici e opinion makers d’Oltreoceano
– va detto che in quegli stessi anni il concetto trovava ampia fortuna
(ancorché, certo, con connotazioni univocamente negative) tanto
nella propaganda anticomunista di parte democristiana quanto in quella
antigovernativa di parte pciista. E in quest’ultima, tra l’altro,
con significativo accostamento proprio ai medesimi assetti democratico-borghesi
caratterizzati in senso appunto totalitario anche dal rivoluzionario campano
. Se qualcosa di realmente ‘dissacrante’ e deliberatamente
provocatorio faceva talora capolino nell’apparato lessicale bordighiano
(anche se mai in quello concettuale) colorandone talora le invettive in
senso apparentemente quasi ‘populistico’ – basti pensare
alla polemica contro le ‘plutocrazie anglosassoni’ e i ‘ludi
cartacei’, al disprezzo per il ‘panciafichismo’ dei
gregari in cerca di big cui accodarsi ovvero al “demo-social-comun-cristiano”
dall’eco vagamente mussoliniano con cui Bordiga stigmatizzava il
senso del compromesso costituzionale postfascista – esso non aveva
certo il proprio cuore nelle declinazioni dei lemmi totalitari fin qui
esaminate .
Ciò posto, si potrà evidenziare come in Bordiga il concetto
di totalitarismo sembri talora finire col perdere parte della propria
pregnanza, trasformandosi, da possibile e feconda chiave comparativa per
tentare di decifrare l’inedito storico e i suoi decorsi nell’orizzonte
sincretistico e inquieto del ‘cuore del secolo’, un puro involucro,
mai vuoto, ma, pure, al tempo stesso, abitabile dal nazismo come dal comunismo,
dal leninismo come dallo stalinismo, dal riformismo come dalla rivoluzione,
dal fascismo come dall’antifascismo, dalla democrazia come dall’autoritarismo.
Ma questo era forse un decorso per alcuni versi non evitabile in un autore
come Bordiga programmaticamente volto a riannodare ‘i fili’
tra marxismo e contemporaneità ciclicamente spezzati nei partiti
storici del proletariato proprio dall’irrompere del ‘nuovo’
e dell’‘inatteso’; per altri versi, all’opposto,
tutto ciò testimonia a contrario della imprescindibilità
e della radicalità con cui i processi e gli eventi della prima
metà del XX secolo percorsero, interrogarono e in parte ridefinirono
e fecondarono il marxismo anche in uno dei suoi certo più coerenti
e filologicamente attenti ripropositori (senza dimenticare, in più,
che un elevato grado di pragmatica ‘flessibilità’ funzionale
all’utilizzo del concetto di totalitarismo come strumento di azione
politica è in fondo geneticamente connaturato alla storia del concetto
stesso) .
Il risultato non fu, come si è tentato di argomentare, nell’insieme
infecondo, né incompatibile coi non lineari percorsi che il concetto
fece anche in altri autori e culture politiche. In proposito vale ad esempio
la pena di sottolineare come nel descrivere – oltre che prescrivere
– il totalitarizzarsi del mondo democratico-borghese, in fondo,
Bordiga, pur andando incontro nell’immediato a evidenti smentite
della storia, finisse anche con l’incrociare – fornendone
un’involontaria versione marxista – un altro snodo centrale
nelle contemporanee declinazioni del paradigma totalitario: quello appunto
della contiguità (anche se non necessariamente continuità)
tra totalitarismo e democrazia – in ciò peraltro affiancandosi
in modo non illegittimo ad autori come i già evocati Hannah Arendt
e Franz Neumann che pure, come è stato notato, fecondamente avevano
combinato nelle proprie riflessioni sul totalitarismo critica della democrazia
di massa e genealogia capitalistica del fascismo . Per altro verso, anche
la più generale valutazione avanzata in sede di riflessione storiografica
sulla storia del concetto quale “luogo privilegiato di osservazione
anche della crisi tanto dello Stato moderno, quanto dell’individualismo
liberale e della politica come spazio della comunicazione” ha del
resto trovato nella riflessione bordighiana qui ricostruita ampio riscontro.
Infine, tutto quanto evidenziato nelle pagine precedenti rimanda –
al di là delle riserve che su singoli elementi del pensiero di
Bordiga si possono legittimamente prospettare –, a quello che appare
forse come uno dei lasciti più fecondi dell’‘incontro’
tra riflessione bordighiana e totalitarismo (e fecondo anche a fronte
delle declinazioni unilateralmente – e interessatamente– ‘ideocentriche’
e ‘metafisicamente’ semplificatorie che delle vicende storiche
dei regimi totalitari vengono ciclicamente proposte): ossia la constatazione
dei limiti storici delle stesse dinamiche totalitarie, capaci, sì,
di travolgere e fagocitare rivoluzioni proletarie e processi di democratizzazione
più o meno sinceramente condotti, ma mai di rendersi compiutamente
impermeabili (in Italia come in Germania come in Russia) alle ragioni
e alle strutture ‘storiche’ (al di là cioè dei
destini di quelle ‘formali’) della divisione della società
in classi. Nessun autonomizzarsi del mezzo rispetto al fine, dunque, in
Bordiga e nessuna (arendtiana) essenza antiutilitaristica o autoreferenzialmente
terroristica del totalitarismo stesso: all’opposto, se si vuole,
una paradossale attestazione di insuperabile imperfezione dello stesso.
Anche – e forse soprattutto – in Unione Sovietica. Da questo
punto di vista, anzi – anche se forse non da molti altri –,
le declinazioni del concetto di totalitarismo in Bordiga –specie
nel loro interagire con la nozione di ‘capitalismo di stato’
come più radicale sottomissione dello stato (anche dello stato
totalitario) al capitale – possono essere utilmente accostate, ancorché
in termini solo generalissimi, alle riflessioni del Polanyi degli anni
Trenta e Quaranta sul fascismo come forma –al di là della
‘maschera’ del primato della ragione politica o tecnica –
della più radicale e incontrastata subordinazione del politico
e del sociale all’economia . Quasi a dover concludere che in ultimo,
per Bordiga, il vero totalitarismo restava – in modo ad un tempo
paradossale e coerente – proprio il capitalismo. |