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Introduzione
Seguendo le linee di sviluppo politico del gruppo bordighista nel periodo
che va dal 1923 al 1935, si è potuta costatare un’analogia
tra la lotta politica intrapresa dal partito comunista russo, contro i
suoi oppositori di destra e di sinistra, e la politica adottata dal partito
comunista d’Italia (PCd’I) nei confronti di chi non accettava
le decisioni prese nei congressi dell’Internazionale comunista.
Il gruppo bordighista sempre pronto, con i suoi principali rappresentanti,
Amaedeo Bordiga, Ottorino Perrone, Mario De Leone, Bruno Fortichiari ed
altri, a denunciare con opuscoli, giornali, volantini e più direttamente
con prese di posizione nette all’interno della stessa Internazionale,
la situazione politica sociale ed economica all’interno della Russia
sovietica. Furono accusati di troskismo, accusa gravissima che equivaleva
ad essere giudicato prima “nemico del popolo” dagli stessi
compagni di partito, e di fascismo dopo, basti pensare come veniva definito,
prima del 1989, chiunque provava a muovere qualche dubbio, all’interno
del partito comunista italiano, sulla situazione russa, anche se la sua
dirigenza aveva da tempo preso le distanze da quella situazione.
A nulla valsero le innumerevoli denuncie fatte dal gruppo bordighista
per mettere in evidenza l’intollerante e mostruosa politica messa
in atto nella “patria del comunismo”. Politica che fu avallata
e coperta da tutta la dirigenza del partito russo italiano, anzi in alcuni
momenti fu elogiata nascondendo la sua reale natura e facendo credere
ai loro elettori italiani cose che nella realtà dei fatti risultarono
non vere.
I “sinistri”, così venivano anche etichettati i bordighisti,
vennero emarginati ed espulsi dal Partito; coloro che successivamente
ebbero la sventura di trovarsi in Russia e non fecero in tempo a scappare
o a richiedere l’ammissione al Partito, rinnegando il loro passato
politico, furono deportati nei campi di lavoro in Siberia o uccisi direttamente,
come dimostrano i documenti degli archivi russi che, man mano, vengono
messi a disposizione di tutti tramite libri che solerti ricercatori pubblicano.
Interessante è l’ultima pubblicazione, della Dundovich, che
tratta proprio della repressione degli antifascisti italiani in Russia
nel periodo delle purghe staliniane; partendo però dalla metà
degli anni trenta, cioè proprio quando veniva messa in atto la
repressione più palese verso gli oppositori antistalinisti, non
considerando affatto i preludi della violenza stalinista, manifestatesi
nella seconda metà degli anni venti, caratterizzata da accuse infamanti,
deportazioni, esclusione dal partito con l’imputazione di frazionismo
e dove, in alcuni casi, si verificò con i primi omicidi politici.
Attraverso documenti di archivio ed articoli di giornali, della conduzione
della lotta politica contro i “sinistri” ho riscontrato il
punto di vista ideologico degli stessi bordighisti e della loro polemica
contro la dirigenza dell’Unione Sovietica per le sue scelte politiche
ed economiche. Nuova economia politica (NEP), piani quinquennali, fronte
unico, statalizzazione dell’economia sovietica, uso repressivo della
polizia politica furono gli argomenti della riflessione dei bordighisti
che già nel 1926 ebbero quella capacità di analisi utile
per mettere bene in luce la vera politica socio economica della Russia.
Il periodo del comunismo di guerra fu visto dai bordighisti come una necessità
per far fronte alle incombenze della guerra civile, la quale richiedeva
continuamente derrate alimentari per i militari che combattevano le armate
bianche e per gli operai che lavoravano per la produzione bellica. Riprendevano
in effetti le tesi di Trotsky il quale direttamente impegnato in quella
guerra, dichiarava che bisognava, in quella situazione “[...] sostenere
materialmente l’esistenza dello Stato operaio, provvedere a rifornire
l’armata rossa che al fronte difendeva questo Stato, e quella parte
della classe operaia che viveva nelle città” e Bordiga fa
presente che quella determinata situazione storica non è da attribuirsi
alla ideologia marxista ma è “adottata da ogni potere militare
negli estremi di emergenza, con la requisizione anche senza indennizzo
che ogni legge marziale e forza armata consente: anche classi dominanti
e controrivoluzionarie, da Stati borghesi liberali o fascisti, dagli hitleriani
ad esempio in casa e fuori”.1
Comportamento questo che al di là di tutte le possibili giustificazioni
ci fa rimanere perplessi davanti alla determinazione con la quale i soldati
dell’armata rossa chiedevano le derrate alimentari ai contadini,
alimentando quel non consenso che vide alla fine della guerra civile 245
rivolte antisovietiche.2
I metodi adottati e le soluzioni proposte per risolvere il problema degli
ammassi saranno in gran parte ripresi nei primi anni trenta di fronte
alle difficoltà venutesi a creare durante la collettivizzazione
forzata delle campagne e dai piani d’industrializzazione del periodo
stalinista. Perplessità che permangono nel trovarsi di fronte ad
Ekaterinemburg, a Krostrand, alle fucilazioni effettuate al fronte, tutto
si fece per difendere la Rivoluzione.
Ma non solo nella sua caratteristica militare lo Stato sovietico manifestò
dei metodi che potevano presentare delle perplessità, ma anche
nelle sue forme di espressione politica sorgono dei dubbi. Ad esempio
all’VIII congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica
(PCUS) si ratificarono i metodi di conduzione politica del partito bolscevico
il quale scelse una forte centralizzazione, vietando ogni opposizione
alle sue decisioni, caratterizzando così la fisionomia politica
di quasi tutta la dirigenza sovietica segnando probabilmente la storia
successiva.
Dirigenza che venendo dalla esperienza zarista non fu mai educata in una
concezione democratica.
Dopo aver visto che la politica del comunismo di guerra aveva si respinto
le armate bianche ma aveva anche accresciuto il malcontento della popolazione
delle campagne non portando certamente nessun apporto favorevole per lo
sviluppo del socialismo, fine perseguito fino all’ultimo dalla dirigenza
sovietica legata a Lenin, e dell’assetto economico complessivo fu
adottata la NEP. Quindi prima di raggiungere la realizzazione di una società
a conduzione economica socialista bisognava sviluppare un livello di industrializzazione
che avrebbe dovuto eguagliare il sistema di sviluppo capitalistico. Per
raggiungere tale scopo “[...] nel 1921 egli [Lenin] vedeva per il
governo sovietista la necessità non di ritornare al 1905, non di
ammettere la classe contadina al governo, ma di fare delle concessioni
ai nemici [...] nello scopo di raggiungere la costruzione economica [...]”3
La NEP cercò di ristabilire quegli equilibri economici capaci di
far sviluppare l’URSS verso una economia di mercato. Questa seppur
controllata dallo Stato, il quale impediva alle piccole imprese di svilupparsi
in maniera concorrenziale con esso, lasciava che la crescita economica
venisse trascinata sia dalla produzione delle campagne, che avevano ottenuto
la libera gestione dell’appezzamento di terra, e sia da capitali
stranieri, invitati dallo stesso Lenin a scambiare le materie prime dell’Unione
sovietica con i macchinari delle nazioni con tecnologia avanzata. Fu in
sostanza un ripiegamento alle reali aspettative della rivoluzione la quale
attendeva la Germania, che con la sua capacità tecnica e produttiva,
poteva dare una forte spinta alla “edificazione del socialismo”.
I contadini ricchi beneficiarono di questa nuova situazione, dopo aver
pagato una tassa allo Stato, che rinvestiva nella industria, potevano
immettere sul mercato le loro eccedenze ricavandone un profitto, capace
di alimentare la produzione nelle città, attraverso l’aumento
di richiesta di beni di consumo e di macchinari per la produzione agricola.
Quindi la NEP aumentando l’accumulazione nelle campagne, generando
una richiesta che andava anche a beneficio della produzione industriale
riuscì a diminuire il divario sociale ed economico fra città
e campagna. Riproponeva in sostanza lo stesso sviluppo economico che gli
altri paesi ormai definitivamente sviluppatesi verso la completa apertura
dei loro mercati, avevano sperimentato ed attuato già dalla seconda
metà del ‘600. Come fu per lo sviluppo capitalistico inglese,
dove furono messe a coltura grandi estensioni di terra per la produzione
di derrate agricole legate ad un’iniziale produzione industriale,
che seppur strutturata ancora nella piccola comunità famiglia contadina
fu capace di accrescere quella produzione che dette la possibilità
di creare quella accumulazione che fu rinvestita in sistemi produttivi
più competitivi. Proprio gli stessi leninisti auspicavano uno sviluppo
di tutte quelle caratteristiche che furono propri dei paesi industrialmente
più avanzati; scrivevano sul Prometeo, “[...] Questa politica
del proletariato si deve svolgere invece nella linea prospettata dalla
sinistra [intesa come gruppo politico facente parte del PCb, distinta
dalle posizioni della destra dello stesso gruppo politico] di un’accelerazione
dello sviluppo industriale, di un appoggio all’industrializzazione
dell’agricoltura, ai contadini poveri per determinare un accentramento
– anche nelle campagne - verso il polo socialista e per incamminare
le masse contadine verso il lungo processo della loro proletarizzazione
[...]”4.
Compito della vecchia dirigenza leninista fu quello di sviluppare il capitalismo,
controllato dallo Stato, nella loro Unione Sovietica tecnologicamente
arretrata. Controllo dello Stato che era effettuato con una legislazione
dispotica nei confronti dei proprietari in quanto questi non dovevano
superare un certo numero di dipendenti salariati e non erano messi in
condizioni di esprimere la loro opinione. Restrizioni che naturalmente
frenavano le capacità di sviluppo che si stavano cercando di mettere
in atto.
Una più ampia economia di mercato fu attuata nella seconda fase
della NEP dove, nel 1925, fu lanciata la parola d’ordine, rivolta
ai contadini, di Bucharin “arricchitevi”; da questo momento,
fino alle repressioni del 1929 – 1930, il kulachi, ebbe opportunità
imprenditoriali, capaci di sfruttare i contadini che non avevano possibilità
di coltivare grandi estensioni di terreno. Iniziando a trascinare tutta
la produzione, agricola ed industriale, per lo sviluppo dell’intera
Unione sovietica.
Accorgimenti politici ed economici che la dirigenza stalinista fece propri
fin da quando le posizioni contrapposte di Bucharin e di Trotski, l’uno
per la espansione capitalistica nelle campagne l’altro per lo sviluppo
della grande industria, non furono annullate. Le necessità messe
in evidenza dalla NEP furono confuse deliberatamente dagli stalinisti
con le concezioni economiche del marxismo, facendo della statalizzazione
il punto fondamentale del comunismo. La NEP era stata concepita come forma
liberalizzatrice che poteva essere economicamente valida nella Russia
post zarista. Così fu concepita da Lenin ed accettata dagli oppositori
dello stalinismo in Italia:
“Il capitalismo è un male in rapporto al socialismo. Il capitalismo
è un bene rispetto al periodo medioevale, in rapporto alla piccola
produzione, in rapporto al burocratismo legato allo sparpagliamento dei
piccoli produttori”5 e per lo sviluppo della prospettiva futura,
si cercava un avanzamento verso una produzione più moderna:
“... Questa condizione è l’elettrificazione. Se noi
costruiremo decine di centrali elettriche regionali... se ci procureremo
una quantità sufficiente di motori elettrici, ed altre macchine...
allora non vi sarà bisogno di gradini intermedi, di anelli transitori
tra il patriarchismo e il socialismo... Ma noi sappiamo benissimo che
questa condizione da sola ha bisogno per lo meno di dieci anni soltanto
per i lavori più urgenti, e che a sua volta, si può pensare
alla riduzione di questo termine soltanto nel caso di una rivoluzione
proletaria in paesi quali l’Inghilterra, la Germania, l’America”.6
La NEP cercava di rafforzare l’industrializzazione nella Russia
sovietica ma essenzialmente si preoccupò di eliminare tutti quei
residui medioevali che la Russia zarista tentò di superare con
le riforme di Vitte e di Stolypin.
Collegare le potenzialità produttive della Russia al mercato mondiale,
collegamento che fu da prima tentato con la politica adottata nel 1861
la quale nella eliminazione della servitù della gleba vedeva uno
dei prerequisiti per lo sviluppo del capitalismo in Russia. Ma condizioni
di produzione agricola e parassitismo della nobiltà, la quale non
seppe reinvestire le indennità della terra, pagate dagli stessi
contadini, in beni produttivi capaci di rivalutare il proprio patrimonio.
Vitte, dopo il colpo subito dalla autocrazia zarista nella guerra di Crimea,
si rese conto che le nuove campagne militari non era possibile vincerle
senza una industria moderna. Tentò la via dello sviluppo industriale,
con la creazione di banche in collaborazione con altri paesi; la banca
Russo - Persiana e la banca Russo – Cinese, con la costruzione della
ferrovia, collegando così la Russia non soltanto da canali e da
fiumi che per la maggior parte dell’anno erano impraticabili per
il gelo, con le ferrovie della Cina Orientale e della Transiberiana. In
questo periodo in effetti la produzione di base aumentò. Tra il
1909 e il 1913 la produzione di ghisa grezza aumentò da 175 a 283,
quella di ferro ed acciaio da 163 a 246, quella del rame da 1,3 a 2 e
il carbone passò da 1591 a 2214.7 Con le nuove leggi sul fisco
costrinse il contadino a vendere quello che ricavava dalla lavorazione
del suo appezzamento di terra alimentando quel mercato delle esportazioni
capaci di far fronte alle necessità da parte della Russia di valuta
straniera. Ma concezioni parassitarie all’interno della corte e
concezioni patriarcali all’interno della comunità di villaggio,
mir, resero questa impresa impossibile, frenarono il possibile sviluppo
industriale costringendo Vitte alle dimissioni. Lo stesso Vitte se pur
aveva una nuova concezione economica rimase fedele allo zarismo ed alla
sua concezione politica. Gestione politica responsabile della mancata
applicazione di tutte quelle strutture economiche che nella libera espressione
in un parlamento liberamente eletto dovevano trovare il loro massimo appoggio.
Russia con potenzialità enormi, si pensi ai bacini minerari che
ancora oggi possiede, non resse con le altre nazioni, con capacità
produttive competitive sul mercato mondiale, il confronto sul piano politico
ed economico, castrati da una Russia antica di burocrati, di preti intriganti,
di milioni di analfabeti e di militari ambiziosi, cadendo alla prima carestia
sconfitta nella guerra contro il Giappone, fu incapace di gestire un cambiamento
sociale e politico come quello che gli si presentò nel 1905. Da
notare che questa situazione, non uguale, almeno nelle guerre, ma con
tutto un apparato burocratico militare che con le sue concezioni dogmatiche
è riuscito ad eguagliare la resistenza ortodossa della Russia zarista,
la ritroviamo nella Russia degli anni ’90 la quale non ha saputo
reggere il confronto competitivo che le nuove tecnologie, dei paesi che
avevano saputo dare delle risposte concrete alla evoluzione dei mercati
mondiali, ormai imponevano, ed ancora non riesce ad esprimere una soluzione
politica confacente alle nuove esigenze.
Stolypin fu il primo ministro capace di incidere notevolmente, con le
sue leggi, sulla organizzazione agricola, arcaica, delle comunità
di villaggio. Creando grandi appezzamenti agricoli in luogo delle piccole
proprietà, messe a disposizione delle famiglie dalla ridistribuzione
delle terre attuata dal mir. 8 Facendo diminuire il totale delle famiglie
attive nella comunità di villaggio ottenne che sette milioni di
queste famiglie divennero proprietarie di un appezzamento capace di produrre
quelle necessarie eccedenze da immettere sul mercato. Obbligando, anche
con la violenza, migliaia di contadini, i quali erano rimasti con piccoli
terreni insufficienti a dare alle loro famiglie di che vivere, a spostarsi
dalle loro residenze di origine verso le città, qui diventarono
manovalanza a basso costo nelle fabbriche ed in questa situazione mancava
per loro quel supporto politico capace di dar espressione e risoluzione
ai loro innumerevoli problemi. Lo zarismo non fu più in grado di
controllare il processo che lui stesso aveva creato. Si crearono delle
sacche di malcontento che dettero consenso, durante una prima guerra mondiale,
condotta con mezzi a dir poco insufficienti, al partito bolscevico capace
di spazzare via la Duma controllata dallo zar con un colpo militare.
Data l’arretratezza con la quale la dirigenza bolscevica dovette
inevitabilmente fare i conti, la NEP poteva essere una risposta economicamente
valida, andandosi ad inserire in un possibile sviluppo che caratterizzò
l’avanzamento produttivo di altre nazioni. I bolscevichi ereditarono
dalla Russia zarista una struttura industriale coltivata in piccole isole
spesso scollegate fra di loro, l’assenza di una borghesia nazionale
indipendente dal capitale straniero e dall’autocrazia, estrema arretratezza
economica e tecnica dell’agricoltura, al cui interno lavorava l’87%
della popolazione attiva.
Si presentò una necessità economica che doveva cercare di
risolvere la complessità dell’arretratezza. Ed il gruppo
dirigente riuscì ad impostare, con un rigido controllo statale
una economia capace di riportare la Russia ai suoi livelli di anteguerra.
Controllo statale che fu caratteristico di molte società in via
di sviluppo o quantomeno in difficile congiuntura economica generata o
dalle guerre o da crisi economiche .
Ma la volontà di passare da una organizzazione sociale ad un’altra
generò conflitti politici che videro prima i sostenitori della
comunità di villaggio, i populisti, soccombere alle necessità
di mercato ed alle aspirazioni del contadino il quale non nell’organizzazione
patriarcale del mir vedeva un possibile miglioramento economico e sociale
alla sua misera esistenza, ma nella proprietà individuale che solo
la NEP riuscì a garantire, per la prima volta, a chi si trovava
nella possibilità di coltivare discrete estensioni territoriali
e di pagare lavoro salariato.
In questo punto possiamo inserire la posizione politica dei bordighisti
i quali insieme a Lenin concepivano la NEP come elemento essenziale dello
sviluppo del capitalismo in Russia e non certo del socialismo; concezione
sempre negata da chi esaltando le posizioni di Stalin ha visto nel capitalismo
controllato dallo stato una società fondata sul benessere e sulla
giustizia.
Proprio Amaedeo Bordiga elabora nella sua tesi politica il concetto leninista
dello sviluppo capitalistico in un paese arretrato non essendo possibile
“passare al comunismo adesso nelle presenti circostanze, accanto
all’occidente capitalista”. Ed ancora all’XI Congresso
del partito comunista dell’URSS, il 27 marzo del 1922, Lenin ribadisce
“è nostro compito portare a termine la rivoluzione borghese”.
Quindi di rivoluzione si trattava ma non certamente di quella socialista
e tantomeno comunista. Ed ancora Bordiga; “Lenin mostra tutti i
lati originali del capitalismo di Stato da sviluppare in Russia. E’
una situazione mai vista nella storia, egli dice. < Il nocciolo della
questione sta nel comprendere che questo è il capitalismo che possiamo
e dobbiamo permettere, che possiamo e dobbiamo mantenere entro certi limiti,
perché questo capitalismo è (attenti) necessario alle masse
contadine, e (più attenti) al capitale privato, il quale deve commerciare
(udite!) in modo tale da soddisfare i bisogni dei contadini>”.9
Concezione economica che potrebbe essere accettata in quanto vede in prospettiva
lo sviluppo industriale senza creare dei grandi conflitti sociali, ma
che genera dei dubbi nella prospettiva politica in quanto non tiene in
considerazione l’espressione di quei gruppi emergenti che da quella
nuova situazione, inevitabilmente in Russia, si andavano delineando. Interessi
che generarono timori nella dirigenza al potere, la quale rispose al X
Congresso, in pieno periodo leninista, del partito comunista bolscevico
(PCb) con una legge che prevedeva, ad una maggioranza dei due terzi dei
membri del comitato centrale (CC) di espellere dal partito, “unico
al potere”, eventuali gruppi frazionisti. Ed ancora in un documento
ritrovato presso l’Istituto per la storia sociale di Amsterdam da
E. H. Carr nel 1950, dove si conferma che all’interno del gruppo
bolscevico al potere vi fossero già nel 1923 dei gruppi di persone
dissenzienti verso le decisioni autoritarie del comitato centrale CC.
Espressione politica che venne fuori quando un accentuato squilibrio nel
rapporto tra i prezzi dei manufatti industriali e quello dei prodotti
agricoli, la cosiddetta “crisi delle forbici”, generò
il formarsi di un gruppo il quale mandò un documento, detto “piattaforma
dei 46”, il quale conteneva aspre critiche nei confronti della politica
della maggioranza del comitato Centrale:
“La libera discussione all’interno del partito è praticamente
scomparsa, l’opinione pubblica del partito è soffocata. Oggi
non è il partito, non è la sua massa generale ad avanzare
e scegliere ... Al contrario, la gerarchia segretariale, la gerarchia
del partito, si è ormai abituata a scegliere in modo autoritario
i partecipanti alle conferenze ed ai congressi, che stanno diventando
in misura sempre maggiore le assemblee esecutive di questa gerarchia.
Il regime, istituito all’interno del partito, è assolutamente
intollerabile [...]10 .
Troviamo in nuce, nel periodo prima di Stalin, un controllo da parte della
nomenclatura russa che ha tutte le caratteristiche di un partito, in fondo
l’unico al potere, dispotico.
La concezione che andava contro la frazione caratterizzò la fisionomia
antidemocratica di tutti i partiti comunisti legati alla Russia, che con
il controllo supremo del comitato centrale (CC) russo eliminarono ogni
espressione “dissidente” all’interno dei loro partiti
e all’interno della Internazionale.
Note
1 Amaedeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 15 – 16
2 Loris Marucci, Il commissario di ferro di Stalin, Einaudi Torino, pag
33 - 34
3Prometeo, sulle questioni Russe, 15 ott. 1928
4Prometeo, sulla situazione Russa “il documento d’accusa”,
1 maggio 1929
5 Amaedeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 56
6 Amaedeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 57
7 Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, Bompiani, Milano, pag.
426
8 Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, Bompiani, Milano, pag.
415 - 416
9 Amaedeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 89
10 L.Marcucci, Il commissario di ferro di Stalin, Einaudi Torino, pag.54
1.
Bordiga e la Russia sovietica
Bordiga e i bordighisti svilupparono una posizione politica che si differenziava
dall’anarchismo il quale vede in ogni forma di Stato una forma di
oppressione e dalle teorie trotskiste che nella burocratizzazione dello
Stato sovietico hanno elaborato tutto la loro analisi antistalinista.
Essi anche se continuano a non prendere le distanze da tutto ciò
che riguarda il periodo leninista della storia russa, compreso il “comunismo
di guerra”; “reso possibile e necessario dalla situazione
che da un lato era di aperto combattimento contro gli assalti degli eserciti
controrivoluzionari, dall’altro era di attesa degli sviluppi della
lotta rivoluzionaria europea”.1
Identificarono la nuova economia politica come una forma di capitalismo
gestita dallo Stato che si doveva adottare dopo il fallimento della rivoluzione
socialista in Europa. Lo “stato operaio” doveva realizzare
quella crescita economica che ogni stato capitalista avrebbe dovuto intraprendere
in una situazione come quella Russa. Nelle tesi di aprile Bordiga vede
delinearsi la concezione leninista di sviluppare il capitalismo in un
paese arretrato per poi costruire una economia a carattere socialista;
“...nessun compromesso politico con la borghesia da parte del partito
del proletariato nel corso della rivoluzione Russa, i cui compiti economico
– sociali restano però di carattere capitalistico fino alla
vittoria del proletariato occidentale”.
Ed in base a questa costruzione, del capitalismo per il socialismo, che
la teoria bordighista trova la specificazione politica della differenziazione
fra capitalismo di stato e socialismo.
Socialismo che si poteva realizzare soltanto se la rivoluzione si sarebbe
attuata nel resto dei paesi progrediti; soltanto così si poteva,
facendo riferimento rigorosamente al capitale, trasformare il “valore
di scambio in valore d’uso”.
Identificazione nella Russia sovietica del capitalismo di Stato, quindi
a regime capitalistico dove vi troviamo tutte quelle situazioni perfettamente
riscontrabili in ogni altro sistema dove è la “proprietà
privata” a gestire i mezzi di produzione; “... Finché
il prodotto sarà una merce, il produttore sarà uno sfruttato.
La formula corrente di socializzazione, ossia di soppressione della proprietà
privata dei mezzi di produzione, va innanzi tutto inseparabilmente estesa
ai mezzi di scambio, e per questi non si debbono solo intendere i mezzi
di materiale trasporto della merce dalle fabbriche ai luoghi di consumo,
ma tutta la specifica organizzazione del commercio borghese all’ingrosso
e al minuto non si deve confondere socializzazione con statizzazione,
in quanto la statizzazione è attuabile perfettamente in regime
capitalistico. Lo stato borghese non espropria ma acquista, contro indennità,
grandi aziende private (ferrovie, miniere ed altro) e le gestisce con
la stessa tecnica delle aziende capitalistiche private anche se per avventura
in qualche caso ne colmi il passivo per motivi politici con altre risorse
del suo bilancio, i lavoratori di tali aziende non cessano di essere salariati
e sfruttati. La generalizzazione di questo sistema, che, in certo senso,
va attuandosi con l’evolversi dell’imperialismo monopolistico,
conduce non a una prima forma di socialismo, ma al capitalismo di Stato”2
.
Ed ancora nel libro struttura economica e sociale della Russia d’oggi
scritto nel 1966 Bordiga sottolinea la vera natura capitalistica della
Russia, parafrasando le teorie marxiste:
“Quanto sarebbe stato utile il ricordare ad ogni passo che non sarà
mai consentito parlare di socialismo se non si è raggiunta la fase
in cui non si ha più commercio ma distribuzione dei prodotti secondo
un piano generale ossia senza calcolo di equivalenza di due prodotti a
valori messi di faccia.
Sarebbe bastato questo ad impedire la peste dei futuri anni, consistente
nel chiamare socialismo una distribuzione borghese”3 .Dando allo
sviluppo industriale, tentato dalla NEP, carattere transitorio che in
un futuro potrà portare la Russia verso il socialismo, l’importante
per ora era di “non scambiare questa tappa per una tappa socialista”.
Quello che chiedeva Bordiga era chiarezza ideologica, verso una nazione
che nonostante fosse stata costretta, date le circostanze che si vennero
a creare in Europa e data l’arretratezza della sua produzione agricola
ed industriale, ad assumere un controllo statale della sua economia non
perdeva di vista, almeno fino alla morte di Lenin, il suo scopo rivoluzionario
di trasformazione dell’intera organizzazione economico-sociale in
quanto la NEP doveva essere adottata per un periodo di transizione, aspettando
che si fossero sviluppate le rivoluzioni socialiste nei paesi più
progrediti e nello stesso tempo creare le basi del socialismo in Russia,
sviluppando una produzione capace di far fronte ai bisogni della sua popolazione.
Interessante è vedere anche come Bordiga criticava la politica
stalinista che si ostinava a sostenere che in Russia esisteva una economia
a conduzione comunista, con gli strumenti messi a lui a disposizione dalla
analisi marxista del “Capitale”. Sostenendo che le leggi della
caduta del saggio del profitto sono valide anche in Russia. Tale legge
vede il decrescere della percentuali di ammortamento che l’industria
deve mettere inevitabilmente da parte per sostituire gli utensili usurati
o sostituire le vecchie macchine con macchinario a tecnologia avanzata.
Questo è normale che accada in qualsiasi paese che si trovi a concorrere
con le proprie merci su un mercato mondiale tendenzialmente sempre pronto
alla trasformazione del suo metodo di produzione per diminuirne i tempi
e vendere a minor prezzo. Anche in Russia è avvenuto, inevitabilmente,
questo fenomeno economico che Marx chiama caduta del saggio del profitto.
Bordiga riportando i dati della accumulazione russa fa notare che la maggiore
espansione si è avuta dopo la guerra civile, conclusasi nel 1921,
con un incremento rispetto alla accumulazione pre bellica del 43%, che
andò diminuendo fin dopo la seconda guerra mondiale dove si registrò
una crescita del 23% 4. Tale aumento è determinato dai nuovi macchinari
che dopo situazioni tragiche qualsiasi paese è costretto a rimettere
in piedi tutto l’apparato produttivo comprando sul mercato quello
che di meglio può trovare.
Scrive Bordiga a tal proposito; “L’industrialismo che nasce
più in ritardo, organizza i suoi impianti, anche se quantitativamente
limitati, sul migliore esempio qualitativo che la tecnica internazionale
e la scienza applicata, su cui nel mondo moderno non esiste più
praticamente segreto e monopolio tecnologico, pone a disposizione, e in
genere forma impianti tutti nuovi e moderni e di rendimento maggiore di
una forte aliquota di quelli di altri paesi che ancora funzionano nella
forma della non recente origine e con carattere di inferiorità
e di minore resa”5 .
Quindi non ci deve essere nessuna esaltazione dei ritmi dell’incremento
russo perché lo stesso sviluppo lo troviamo in tutti gli altri
paesi che progredirono verso la loro completa industrializzazione operata
a discapito di milioni di lavoratori sottratti al loro vecchio lavoro
agricolo.
Incremento produttivo: 6
Inghilterra Francia Germania USA
1859 - 1883 3,6 1859 – 1883 4,2 1859 – 1883 4,6 1859 –
1883 7,1
1883 - 1913 2,0 1883 – 1913 2,7 1883 – 1913 4,2 1883 –
1913 6,1
1913 – 1956 1,5 1913 – 1956 1,0 1913 – 1956 1,6 1913
– 1956 3,6
Non era in corso in Russia l’edificazione del “socialismo
in un solo paese” ma una accumulazione originaria capitalista, sulla
base di una massiccia estorsione di plusvalore.
Bordiga prendendo come punto di riferimento le impostazioni marxiste,
nelle quali, viene criticato lo sviluppo del capitalismo, rivolge tutta
l’analisi presa in esame da Marx sulla Russia giudicandola non una
società a conduzione socialista ma uguale a qualsiasi altra nazione
che tranquillamente dichiari di essere per la capitalizzazione dei suoi
profitti. Ma a differenza degli altri stati che hanno saputo ridistribuire
parte dei loro profitti ed hanno soprattutto saputo immettere sul mercato,
anche se sempre con la logica del miglior guadagno, beni di consumo per
tutta la popolazione, in Russia tutto ciò non è stato fatto
e gran parte della edificazione industriale è andata nella produzione
degli armamenti.
La produzione “socialista“ non si preoccupava minimamente
del consumatore. Di fatto, il solo consumatore al quale venivano esauditi
i desideri erano le forze armate, sempre privilegiate nell’assegnazione
di fabbriche, macchinari ed operai specializzati destinati alla produzione
militare.
Basti vedere l’enorme potenziale di distruzione nucleare messo su
dalla Russia e confrontarlo con quello americano al 1987 per rendersi
conto di quanto fu speso per il suo arsenale.
Testate nucleari strategiche stimate: 7
USA URSS
Testate basate a terra 2118 6420
Testate imbarcate 5536 2787
Testate su bombardieri 2520 680
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Nulla o quasi fu destinato all’apertura verso produzioni per i beni
di consumo, rimanendo così fuori quel mercato globale che richiedeva
una continua attenzione verso le nuove tecnologie – computer, meccanica,
elettronica, telecomunicazioni ecc. – non facendo più in
tempo nel mettersi al passo con le altre nazioni. E’ anche vero
che una società aperta alle innovazioni tecnologiche doveva essere
una società aperta senza censura, senza centralizzazione del partito,
senza rigidi controlli, doveva in pratica rinunciare a tutto il suo apparato
politico ed economico ormai reso obsoleto. La Russia si trovò fino
agli anni sessanta in forte crescita economica grazie allo sfruttamento
esasperante della forza lavoro ma, successivamente, fu incapace di rinnovamento
trovandosi a non poter sfruttare completamente le proprie risorse minerarie
in quanto venivano estratte con macchinari vecchi, aumentando così
il prezzo per estrazione e perdendo competitività sul mercato8.
Rapidamente il suo livello di produzione si è abbassato tanto da
far registrare un aumento della mortalità infantile e un abbassamento
della vita media per abitante. Solo dal 1988 sembra che con la nuova dirigenza
politica abbia ritrovato l’interesse di ritornare su parametri veramente
progressivi. Con Gorbaciov rilanciando con la parola perestroika la ristrutturazione
della produzione. Cercando di limitare gli organi statali a semplici funzioni
di indirizzo e di coordinamento, non occupandosi più della gestione
operativa lasciando ampie libertà di scelta a produttori privati.
Il passaggio dal capitalismo al socialismo non fu reso possibile perché
non fu dato lo spazio a chi si oppose alla tendenza, poi risultata vincente,
di identificare il sistema monopolistico del capitalismo di Stato con
il comunismo.
“... gli allarmi che gruppi del partito dettero nei congressi nazionali
e internazionali vennero messi a tacere e repressi in nome della disciplina
e dell’unità...” e successivamente “il fenomeno
si aggravò con l’aperta persecuzione ai più provati
vecchi bolscevichi, schierati contro la politica dominante, che vennero
– capi e gregari – perseguitati, processati, giustiziati,
diffamati come agenti controrivoluzionari”9.
Quindi nella “patria del socialismo” permanevano sistemi economici
tipici della produzione di mercato e sistemi politici tipici di ogni dittatura
che quei sistemi economici doveva difendere ad ogni costo. Ed è
questo che i partiti comunisti hanno nascosto ai loro elettori facendogli
credere, nel concetto della ferrea disciplina di partito che nella “grande
madre Russia” l’operaio non era trattato come negli altri
“paesi borghesi”, mentre i dati di fatto dimostravano e tuttora
continuano a dimostrare con documenti di archivio che la realtà
era ben diversa. Archivi che a tutt’oggi non sono completamente
a disposizione di tutti, episodi sgradevoli per chi lavora nella ricerca
di documentazione dimostrante quello che in Russia è stato commesso.
Scrivo a ragion veduta perché mi è stato impedito di vedere
alcuni documenti, riguardanti il gruppo bordighista, presso l’Istituto
Gramsci di Roma dicendomi che dietro precisi accordi con i dirigenti archivisti
russi alcune serie archivistiche non potevano essere consultate pena la
recessione di ogni contratto tra loro e il su indicato Istituto. Ecco
cosa ribadiva Bordiga nel “lontano” 1946 a proposito della
condizione degli operai russi; “... in quali rapporti di economia
non capitalistica si trova l’operaio della fabbrica russa? Egli
come l’operaio dei paesi borghesi, non dispone dei prodotti del
suo lavoro [...] e non cessa di essere retribuito con moneta, mediante
la quale deve acquistare i prodotti necessari al suo consumo. Il suo tenore
di vita è limitato ed egli non vede i suoi prodotti divenuti prodotto
sociale anziché merce capitalista; resta un venditore di forza-lavoro
ed una parte di questa gli viene sottratta [...]” 10 ed anzi rispetto
ad alcuni paesi “borghesi” la vita degli operai e dei contadini
è resa assai più difficile ed opprimente facendo di questa
oppressione una ideologia da magnificare e lodare verso tutti i lavoratori
del mondo; “lo stakanovismo va nel senso opposto a quello del collettivismo
economico che deve eliminare la tensione dello sforzo lavorativo, riducendo
progressivamente tempi di lavoro ed intensità di impegno fisico
e nervoso dell’operaio, in modo che il lavoro cessi di essere una
condanna e diventi una contribuzione sociale tanto necessaria alla collettività,
quanto utile a ciascun individuo.” 11
Già da prima degli anni quaranta la sinistra bordighista denunciava
la condizione dei lavoratori russi tramite un’articolo scritto da
Trotsky sul Prometeo; “[...] L’opposizione di sinistra già
dai primi momenti aveva previsto queste difficoltà rivendicando
come unica soluzione quella di un miglioramento costante delle condizioni
materiali: salari, alloggio, vitto, della massa in particolare meno retribuita
unico mezzo tendente ad un miglioramento della produzione della qualità
e della quantità. Ancora oggi in una situazione peggiorata noi
riteniamo che il problema dei ritmi e della quantità della produzione
si confonde con quello del miglioramento costante delle condizioni materiali
e morali della grande massa; mentre l’applicazione del metodo coercitivo
imposto dalla burocrazia non solamente empirà il problema della
produzione ma soprattutto, e questo è il più pericoloso,
minerà le basi sulla quale riposa la dittatura del proletariato
[...]”12 Lavoratori che non ebbero neanche la possibilità
di rivendicazioni sindacali, in quanto i rappresentanti dei lavoratori
“sono assorbiti ed inquadrati nell’impalcatura burocratica
statale, che detta loro gerarchicamente le condizioni di trattamento degli
operai”13. Rivendicazioni in questa situazione ve ne furono ma furono
soffocati nei processi degli anni ’30. Ed anzi le votazioni si dovevano
svolgere con voto palese; “[...] Tutti i documenti che abbiamo ricevuto,
dimostrano che la parola d’ordine del voto secreto nel partito e
nei sindacati, può e deve essere messa in avanti. [...] per il
periodo attuale la parola d’ordine del voto segreto nel partito
e nei sindacati è vitale perché essa mette in luce la pressione
di classe sugli operai.[...] Lo scrutinio pubblico è stato istituito
perché i nemici non possano votare contro la dittatura del proletariato
. La dualità del potere ha fatto si che gli operaio non osano votare
per la dittatura [del proletariato] per timore della pressione esercitatesi
attraverso l’apparato [...]” La lettera sempre di Trotsky
seppur rilevando delle contraddizioni per quanto riguarda la gestione
del voto in un paese retto dalla “dittatura del proletariato”
rende abbastanza l’idea di come questa gestione del voto sia stata
controllata dall’apparato statale.14 Una politica quella russa tesa
all’accrescimento, come i piani quinquennali dimostrano, della produzione
della industria pesante, che trovò la sua completa attuazione con
la spoliazione e la violenza che lo stalinismo attuò nei confronti
dei contadini, costretti di fronte a tale sopraffazione, a lasciare le
loro terre per le fabbriche delle città; si calcola che il movimento
complessivo della forza lavoro fu di trenta milioni di persone molte delle
quali morirono sotto la repressione del partito unico al potere. Politica
che, orientata soltanto in quel settore, fu capace di produrre soltanto
per l’industria bellica, proprio come negli anni ’30 fascismo
e nazismo operarono nelle loro economie nazionali con un forte controllo
statale; “...La definizione dell’economia russa attuale, in
conclusione, non è quella di socialismo, ma di un vasto e potente
capitalismo di stato, con distribuzione di tipo privato e mercantile,
limitata da controlli in tutti i campi dall’apparato burocratico
centrale” 15. Nulla lasciando a chi lavorava neanche, come sopra
è stato sottolineato, la rappresentanza sindacale per rivendicare
i propri diritti; “[...] I piani economici devono essere revisionati
sotto l’angolo del miglioramento reale e sistematico della conduzione
materiale e culturale della classe operaia della città e della
campagna. Bisogna riportare i sindacati al loro compito fondamentale,
essere l’educatore collettivo, non il parassita, bisogna cessare
di soffocare il proletariato tanto in Russia che nel resto del mondo [...]”16
E senza produrre beni di consumo per la popolazione, o se prodotti, come
il grano, erano destinati per la maggior parte alla esportazione di modo
che il regime potesse avere valuta estera a disposizione per la sua industria.
Alimentando così il malcontento fra la popolazione “[...]
La massa contadina è malcontenta. Malcontenta è anche la
massa operaia. Malcontenta per i salari troppo bassi, per la scarsezza
dei prodotto manufatti, malcontenta soprattutto per la penuria dei prodotti
alimentari. Con ciò entriamo nel vivo della questione : nel problema
fondamentale dell’approvvigionamento operaio. Che la Russia abbia
necessità di esportare i suoi prodotti agricoli per importare macchinario,
è cosa pacifica. [...] Ma perché certi prodotti di scarso
rendimento finanziario e di cui la classe operaia risente penuria; sigarette,
fiammiferi, sapone. Per questa constatazione la stampa centrista ha menato
can-can. Hanno sempre accusato noi, i cosiddetti bordighiani, di essere
dei dottrinari ed estraniati dalla vita reale delle masse. Siamo scesi
nel pratico. Nessuno potrà obiettare che la penuria del sapone,
dopo una giornata di lavoro, rappresenti per l’operaio una privazione
molto sentita. [...] Si potrebbe aggiungere le uova per i figli degli
operai e così di seguito. [...]”17 In una lettera dell’8
– 2 – 1931 presa dalla corrispondenza fra bordighisti, che
l’Università la Sapienza ha messo a disposizione tramite
l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, un certo
Massimo descrive la situazione in Russia durante l’attuazione del
primo piano quinquennale“[...] la politica attuale in Russia non
si accompagna affatto con un elevamento delle condizioni materiali del
proletariato in relazione ai progressi dell’industrializzazione,
e non costruisce affatto delle effettive organizzazioni di produzione
in corrispondenza alla campagna e all’azione contro i Kulak. Si
industrializza per accrescere il quantitativo tecnico si collettivizza
per allineare formazioni esteriormente collettivistiche ma che –
per mancanza del sottostrato fondamentale -, non sono efficaci organismi
produttivi e sono destinati a sgretolarsi domani, mentre oggi non rispondono
nemmeno alle necessità del momento[...]”18
Un’altra forma di spoliazione della capacità di acquisto,
determinata dalla attuazione del piano quinquennale, fu quella dell’aumento
dell’inflazione e del non allineare il salario a quella situazione,
“[...] E’ pacifico che sono state le necessità economiche
conseguenti all’attuazione del piano quinquennale che hanno obbligato
questo getto continuo di rubli carta, e questa necessità entrava
in conto nel preventivo. Ma si era anche ritenuto, ed in ciò sta
l’errore – che questo potesse essere accompagnato da una diminuzione
del costo di produzione evitando così l’altra necessità
di un aumento generale dei salari. Invece, a conti fatti, in molti rami
dell’industria non solo non si è verificata riduzione alcuna,
ma invece un marcato aumento. Di conseguenza necessità di disporre
nuove somme di denaro, ed accentuazione dell’inflazione.[...] come
purtroppo, se pur gli operai ricevono i prodotti a prezzo fisso nelle
cooperative, ciò è solo per alcuni generi di prima necessità.
Ed anche questi, in molti casi, sono insufficienti e per di più
dati in ritardo quando non vengono per qualche mese a mancara addirittura.
Carne, zucchero, uova vengono molte volte ricevute non nella misura prevista
dalla tessera, e non resta altra via, per chi può di cercarsela
di procurarsela altrove. Certamente queste deficienze sono negate dai
nostri centristi che, scandalosamente per dei comunisti, godono a Mosca
delle tessere speciali [...]”19 Dati significativi ce li fornisce
anche Jean Ellesintein, da prendere in seria considerazione in quanto
l’autore vede nelle tabelle forniteci20 l’enorme sacrificio
che la popolazione della Russia dovette affrontare per “l’edificazione
del socialismo” preoccupandosi di difendere i propri confini “dall’assalto
della borghesia”
1913 1922 1928 1940 1945 1953
Carbone 28,4 11,4 35,9 165,9 149,3 320,4
Petrolio 9,4 3,8 10,9 31,1 19,4 52,8
Elettricità 2,0 1,1 5,0 48,3 43,2 134,8
Acciaio 4,3 1,4 4,2 18,3 12,3 38,1
Cotone 1,9 0,7 - 3,9 1,6 5,3
Bovini 54,1 - 60,0 47,8 47,6 56,6
Popolazione 159,2 - - 134,1 171,0 188,0
“Si pensi che possedeva la bomba A nel 1949 e la bomba H nel 1953.
Nel 1957 lanciò il primo Sputnik, […]. Per salvaguardare
l’indipendenza dell’URSS non v’era altra scelta. La
socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio la rendeva possibile
purché gli investimenti fossero concentrati in taluni settori e
non in altri”. Lasciando, per quanto riguarda i beni di consumo,
a tutt’oggi, la Russia nella situazione nella quale Ellesintein
ce la descriveva nel 1975 21.
URSS USA
Radio 66 974
Frigoriferi 5 288
Televisori 4 318
Lavatrici 1 216
Elettrodomestici 2 211
Automobili 2 300
Note
1 Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 359
2 Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 362
3 Amaedeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 89
4 Liliana Grilli, Amaedeo Bordiga capitalismo sovietico e comunismo, La
Pietra, Milano, pag. 74 - 75
5 Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 241 - 242
6 Liliana Grilli, Amaedeo Bordiga capitalismo sovietico e comunismo, La
Pietra, Milano, pag. 76
7 Paul Kennedy, ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano,
pag.681
8 Paul Kennedi verso il xx secolo, Garzanti, Milano, pag.299
9 Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 366
10Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 370
11 Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 370
12 Prometeo, Stalin e le sue concioni, 19 luglio 1931, L. Trotsky
13 Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
Contra, Milano pag. 371
14Prometeo, Sulla situazione Russa “Il documento d’accusa”,
1 maggio 1929 Totsky
15 Bruno Bongiovanni, l’antistalinismo di sinistra e la natura sociale
dell’URSS, Feltrinelli, Milano, pag. 371
16Prometeo, I problemi dello sviluppo dell’URSS, 23 agosto 1931
L. Trotsky
17Prometeo, La recente svolta nell’economia sovietica, 6 Novembre
1932
18 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
19Prometeo, 6 novembre 1932. La crisi dell’economia Russa
20 Jean Ellesistein, storia del fenomeno staliniano, Editori Riuniti,
Roma pag. 201
21 Jean Ellesistein, storia del fenomeno staliniano, Editori Riuniti,
Roma pag. 20
2.
Agricoltura
Il tentativo di sviluppare il capitalismo in Russia tramite il controllo
statale della NEP doveva essenzialmente passare, in un paese dove l’agricoltura
occupava l’87% della popolazione, per le campagne.
I contadini che ancora erano legati ad una gestione patriarcale del loro
appezzamento, dove la legge della comune contadina predominava, perpetuando
una produzione agricola arretrata, insistendo a battere strade tradizionali,
rinunciarono a qualsiasi innovazione che potesse garantire loro una migliore
redditività della terra, nello stesso tempo, la comunità
di villaggio, ostacolava la mobilità della forza lavoro che si
voleva trasferire in città non permettendo ai contadini di abbandonare
i loro appezzamenti in modo che la comunità avesse sempre a disposizione
lavoratori sufficienti per far fronte agli obblighi verso lo stato. Anche
se le riforme di Stolypin potevano, violentemente, aver ottenuto il risultato
di far uscire molti contadini dalla comunità di villaggio creando,
con la legge del 1910, proprietari privati che potevano lavorare su poderi
compatti anziché su terreni sparsi sottoposti alla ridistribuzione
del mir, prima la guerra mondiale, che vide coinvolti inevitabilmente
gli stessi contadini, poi la guerra civile, con le sue requisizioni forzate,
annullarono l’iniziale trasformazione della gestione finanziaria
della agricoltura. Si segnalarono rivolte che denunciavano il palese malcontento
dei contadini; e la istituzione, voluta dalla stessa nomenclatura politica
al potere, della nuova economia partì proprio per far fronte al
diminuito consenso che veniva dai contadini russi. Consentendo all’agricoltore
di vendere le proprie eccedenze sul mercato dopo aver pagato una tassa
allo Stato, si ristabilì una struttura sociale che vedeva il contadino
ricco, possessore di terra e di mezzi sufficienti per produrre eccedenze,
di appropriarsi di quel mercato che dette la possibilità a lui
di arricchirsi e nello stesso tempo di stimolare con la sua domanda beni
di consumo, sia per far fronte a bisogni personali e sia per apportare
migliorie nella lavorazione del suo appezzamento.
Certamente le condizioni di vita e di produzione ancora nel 1928 non potevano
considerarsi eccellenti e il trascinamento della produzione agricola della
industria era ancora lontano dall’avvenire .
La terra veniva per lo più lavorata con un vecchio aratro di legno,
la soha, risalente ai tempi dei faraoni. Le bestie da tiro erano ancora
una rarità. Le carestie causavano ancora la morte di molte persone
1 .
La liberalizzazione delle campagne e il conseguente sviluppo del capitalismo
portava ad una inevitabile differenziazione fra i contadini che data la
situazione molto spesso si differenziavano per i loro livelli di diversa
povertà, fra chi aveva una mucca e chi non la possedeva potevano
esserci delle differenti opportunità in quella situazione di estrema
povertà. Comunque, anche con i suoi limiti rintracciabili nella
mancata opportunità di espressione politica data al contadino ricco
il quale si sentiva considerato come un nemico dello stato sovietico che
gli impediva di votare se raggiungeva un numero di venti persone che lavoravano
nel suo terreno, questa situazione portò molti contadini a frenare
le proprie attività imprenditoriali.
Seppure questa situazione non portò tutti quei vantaggi auspicati
dalla teoria questa aveva almeno avuto il merito di aver dato al contadino
la possibilità di avere un proprio appezzamento, aspirazione realizzatasi
almeno per alcuni con la istituzione della NEP. Ma nel 1927, proprio quando
si incominciava a vedere dei risultati positivi, la terre sottoposte a
coltura già incominciavano a superare, seppur di poco, la produzione
prebellica, il XV congresso del partito comunista russo, quello che espulse
Trotsky e Zinoviev iniziò la campagna contro i kulaki, decretando
la fine della NEP e l’inizio della industrializzazione forzata con
il primo piano quinquennale. Nel 1928 si applicò, contro i contadini
ricchi, l’art 107 del Codice penale che prevedeva, contro chi “speculava”
con la propria produzione di cereali, la confisca dei propri beni 2. A
giugno dello stesso anno venne inasprita la pressione sugli “speculatori”,
con l’applicazione dell’art. 61 dello stesso codice penale
colpendo tutti quelli che non avessero consegnato i cereali allo Stato
con oltre alla confisca dei loro beni anche con pene detentive fino a
due anni e la deportazione in terre inospitali. Il baniaky, il contadino
povero fu chiamata a collaborare con le autorità. Contro questo
inizio di oppressione, da parte della politica stalinista ormai orientata
alla edificazione dei colcos (aziende collettive) per far fronte alla
mancanza di grano e creare parallelamente aziende statali (sovcos), Bucharin
espresse la sua convinzione che i colcos non erano in grado di fornire
sufficiente grano, nell’immediato, perché lo Stato non era
in grado di fornire immediatamente i materiali necessari, ed a suo avviso
bisognava rilanciare l’azienda individuale, normalizzando così
anche i rapporti con i ceti rurali ed incentivando la proprietà
individuale capace di accrescere una domanda interna che poteva andare
a favore della produzione industriale.
Stalin non dette minimamente alcun credito a quello che l’opposizione
diceva, attuando nelle campagne dal 1929 al 1930, con metodi che ricordavano
il comunismo di guerra, la collettivizzazione forzata che tanta disperazione
e morte seminò tra i kulachi costretti o ad entrare nei colcos
o ad emigrare nelle città industriali.
La produttività per i beni di consumo andò rapidamente diminuendo.
L’attuazione dei piani quinquennali, volti soprattutto all’accrescimento
della grande industria, portò l’agricoltura al completo disfacimento;
i kulaki furono uccisi o internati nei campi di concentramento, l’Ucraina
fu devastata da una spaventosa carestia, i contadini preferirono mangiare
le proprie mucche e i propri cavalli piuttosto che consegnarli al Kolchoz.
Inevitabili furono le critiche degli antistalinisti italiani che espressero
attraverso l’analisi di Bordiga il loro disappunto per l’operato
di Stalin e del suo gruppo.
Punto centrale della critica di Bordiga alla edificazione di aziende collettive
e statali fu innanzitutto la non identificazione di queste con il socialismo,
ma fu criticata anche la eliminazione dello sviluppo capitalistico nelle
campagne, sostenendo anzi che dopo le stragi compiute nei confronti dei
kulaki furono dati degli appezzamenti di terreno e un numero limitato
di animali da cortile e animali per lavorare la terra ad uso privato a
tutti coloro che “avevano accettato” di lavorare nel colcos.
Tutto ciò non poteva stimolare il proprietario dell’appezzamento
concesso dallo Stato ad un miglioramento della propria produzione. Perché
con una estensione di un ettaro non ci si poteva certamente mettere in
competizione con un mercato nazionale, ma anzi fece regredire la produzione
ad un semplice possedimento individuale per far fronte ai soli bisogni
personali; “... ciò prova che nella campagna russa non vive
la rivoluzione socialista, non solo, ma nemmeno vi è riuscita ad
allignare la rivoluzione capitalistica, che nelle città e nelle
industrie ha proceduto a passi giganti . Questo divario è di tutte
le rivoluzioni borghesi, in cui il capitale si impadronisce di tutto il
potere. Ma in Russia esso non è riuscito a soggiogare e battere,
nemmeno politicamente, le forme di piccola produzione...” 3
Stalin creò un ibrido fra salariato, nel colcos, e piccolo proprietario,
nel suo appezzamento, con il risultato che nel colcos non aveva nessun
interesse a produrre e nella sua proprietà nessuna possibilità,
una volta soddisfatti i bisogni alimentari della sua famiglia, di progredire,
così abbiamo una proprietà privata gestita dalla comunità
famiglia la quale non paga allo stato nemmeno una imposta per tutti i
benefici che gli ha anticipato, tranne che quello di vendergli il grano
al di sotto del prezzo di mercato, divenendo così classe, nella
terminologia marxista, parassitaria, “sono palesemente parte del
prelievo sociale – statale di plusvalore fatto a carico del proletariato
industriale e sono in relazione al basso tenore di vita nelle città”4.
Il colcosiano riesce ad avere i benefici dello Stato grazie, e non può
essere altrimenti, al lavoro degli operai nelle fabbriche; “Lo Stato
capitalista russo mettendo alla frusta i lavoratori dell’industria
ha investito un capitale colossale nelle campagne:” e come se non
bastasse “la resa di un tale capitale è stata inferiore a
quella che avrebbe ottenuto un’economia agraria di impresa privata
...” 5.
La bassa produzione del colcos ha determinato successivamente la bassa
immissione di derrate alimentari nelle città costringendo gli operai
a lavorare nelle fabbriche anche per il colcosiano ed a fare le file davanti
i negozi per dar da mangiare alla propria famiglia, grande paese doveva
essere la Russia nei periodi dei piani quinquennali; il contadino poteva
consumare quello che produceva e in più percepiva il salario in
base alle giornate lavorate nel colcos, mentre l’operaio che viveva
in città vedeva diminuire la sua razione alimentare, posta in razionamento
e nello stesso tempo doveva aumentare la produttività nella fabbrica
dove lavorava.
Ancora Bordiga insiste nell’attaccare la forma di conduzione agricola
inventata dal gruppo dirigente stalinista dichiarando che “La comune
agricola (il Mir) deve invece considerarsi la forma più spinta,
anche rispetto al moderno colcos, che ha preso origine dall’artel,
nome della corporazione contadina del medioevo, col quale nome, scambiato
a piacere con quello di colcos, lo statuto ufficiale designa la stessa
forma attuale.” 6 Nella comune tutto veniva distribuito in parti
uguali nel colcos si riceve un compenso in denaro e poi si ritorna sul
proprio campicello per assicurarsi di che vivere.
Basso rendimento dell’agricoltura soprattutto se, rapportato negli
anni con l’aumento della popolazione, opinione in contrapposizione
con i dati messi a disposizione dai sovietici i quali mettono in rapporto
la crescita della produzione agricola non in rapporto alle migliorie apportate
sui terreni lavorati, che d’altronde non furono mai rilevanti, ma
con l’estensione dei terreni messi a coltura. Ed ancora al XX congresso
del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) nel 1956 si parlò
di orientare gli investimenti sulla industria leggera. Ma i fini per raggiungere
tale scopo furono posti sull’esigenza di aumentare i redditi dei
colcosiani e di diminuire le tasse sul piccolo appezzamento dato loro
in concessione per far fronte alle loro esigenze familiari. Scopo di tale
politica era quello di stimolare la produzione agricola accompagnato da
un aumento delle terre coltivabili. 7 Proprio la necessità di estendere
le coltivazioni ad altre terre, senza tener conto delle capacità
delle nuove tecnologie, dimostra lo scarso interesse da parte delle autorità
russe verso l’aumento dei beni di consumo, ottenibili non con l’estensione
di terre messe a coltura ma con l’immissione, nel lavoro agricolo,
di macchinari capaci di produrre le eccedenze per il un normale incremento
produttivo.
Perpetuando ancora nell’errore di pensare di essere la società
più perfetta che potesse esistere al mondo non furono portate migliorie
in nessun settore, tutto rimase uguale a prima.
Note
1 Moshe Lewin, Contadini e potere sovietico1928–1930, Franco Angeli,
Milano,
pag. 32
2 Moshe Lewin, Contadini e potere sovietico 1928 – 1930, Franco
Angeli, Milano,
pag. 32
3 Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
Contra, Milano, pag. 151
4 Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
, Contra, Milano, pag. 145
5 Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
, Contra, Milano, pag. 148
6Amaedeo Bordiga, struttura sociale ed economica della Russia d’oggi,
, Contra, Milano, pag. 161
7 Fabio Bettanin, pro e contro Stalin, Franco Angeli, Milano, pag.133
3.
Isolamento politico ed eliminazione delle opposizioni
Il 1923 segnò il declino politico di Bordiga. Nel febbraio viene
arrestato. Nel giugno la dirigenza del partito fu sostituita per ordine
dell’Internazionale da Togliatti, Terracini e da Scoccimarro. A
questo punto doveva reclamare il suo posto nell’Esecutivo avuto
con regolare votazione a Roma nel 1922. Ma si sarebbe voluto da lui l’adeguamento
alle condizioni imposte dall’Internazionale, la quale vedeva ancora
nella tattica del fronte unico con il PSI l’unica vera opposizione
al fascismo. Bordiga nel 1923, dopo aver rifiutato qualsiasi incarico
all’interno del comitato esecutivo (C.E), fondò a Napoli
la rivista di cultura sociale il “Prometeo”. Nel Prometeo
non appaiono, inizialmente, forti dissidi anzi in alcuni punti c’è
una esaltazione e un difendere a tutti i costi l’operato politico
della Russia come a proposito degli accordi commerciali con l’Italia;
“L’URSS riconosce il governo di Mussolini. Le conseguenze
non sono quelle di imborghesire la Russia, come certa stampa va affermando,
essa è governata da uomini che mantengono fede al comunismo.”
1 . Nel Prometeo del marzo del 1924 “morte di Lenin” si ricorda
la necessità della NEP riportando articoli di Lenin che mettono
in evidenza il carattere capitalistico della nuova economia cercando di
portare della chiarezza politica all’interno del partito; “se
la nascita della rivoluzione in Germania ritarda ancora, spetta a noi
il compito “di imparare” dal capitalismo di stato dei tedeschi
di compiere tutti gli sforzi per trapiantarlo nel nostro stato sovietista
[...] adottare questo prodotto della civiltà occidentale da parte
della barbara Russia, di non rifuggire nessun mezzo barbaro nella lotta
contro la barbarie”.2
Anche se non si verifica la rottura definitiva con le posizioni dell’Internazionale
nel giornale traspare quello sforzo di affrontare questioni di principio
che caratterizzeranno tutto l’operato della opposizione dei “sinistri”
italiani. Come nell’articolo apparso sul Prometeo del 15 maggio
1924 dove si cerca di mettere in evidenza l’inopportunità
del sistema maggioritario all’interno della internazionale comunista
con l’obbligo di uniformarsi disciplinatamente alle decisioni prese;
“Il criterio della disciplina per la disciplina , viene in date
situazioni, adoperato dai controrivoluzionari e serve per ostacolare lo
sviluppo che conduce allo sviluppo del vero partito rivoluzionario”
ribadendo la necessità della chiarezza della reale situazione politica
ed economica “la nostra opinione su tale problema è che non
si possa risolvere dell’organizzazione e della disciplina nel seno
del movimento comunista senza tenersi in stretto rapporto con le questioni
di teoria , di programma e di tattica”.3
Le decisioni prese dal comitato esecutivo (C.E.) della internazionale
comunista (IC) erano già diventate pressioni invalicabili per il
gruppo che si opponeva ad esse. In particolare per il fronte unico si
ebbe una riunione, dopo le elezioni del fascismo, dove alla fine Repossi
e Fortichiari, gli unici rimasti in libertà dopo gli arresti del
’23, avevano si dato il loro consenso alle decisioni prese dall’internazionale
comunista, ma avevano espresso perplessità a proposito della unione
con il PSI e per questo vennero convocati ad un colloquio con Humbert
Droz, uomo di fiducia dell’Internazionale chiamato più volte
in Italia per far allineare i dissidenti, il quale pretese un’accettazione
incondizionata e disciplinata verso le posizioni assunte da Mosca.
Per chiarire l’orientamento che il partito comunista d’Italia
(PCd’I) doveva assumere in quel momento fu convocato a Como un convegno.
La sinistra continuò a sostenere le posizioni approvate a Livorno
e a Roma, ribadendo che il fascismo era un modo di agire della classe
capitalistica e non bisognava esporsi ad esperienze frontiste “
atte soltanto a fare il gioco della borghesia e a seminare zizzania fra
le file del proletariato”. Il voto finale di Como riportò
la vittoria schiacciante dei sinistri con 41 voti a loro favore, 10 alla
destra (Tasca) e soltanto 8 al centro di Togliatti e di Gramsci4. Nonostante
l’esito inequivocabile del convegno non ci furono cambiamenti da
parte del centro, ed il partito rimase nelle mani della minoranza retta
da Mosca.
Al V congresso dell’Internazionale Bordiga prese la decisione di
attaccare direttamente la dirigenza russa, accusandola di non far partecipare
i partiti europei alle problematiche che si erano andate a creare in seno
al partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS).
Togliatti dovette intervenire e prendere, davanti all’assemblea
le distanze, questa volta definitive, dalla politica dei sinistri. Accusò
Bordiga di aver avuto una posizione intransigentemente marxista nella
gestione del partito, causando apatia e distacco politico degli operai,
proponendo in sostanza la chiusura del periodo del partito di quadri rivoluzionari
dando inizio al partito di massa.
Ancora nel congresso di Napoli Bordiga ribadì le posizioni del
suo gruppo verso la politica dell’Internazionale Comunista; “Antitesi
fondamentale non è fascismo antifascismo, ma resta per noi immutata
la vecchia antitesi dominio del capitalismo – dominio del proletariato
[...]”5. Questo intervento decretò la rottura politica con
Gramsci il quale sapendo che a Napoli i sinistri avevano la maggioranza
evitò, e fu la prima volta e non l’ultima che il PCI usò
questo metodo a dir poco autoritario, di fare la votazione finale. Subito
dopo il Prometeo fu improvvisamente soppresso 6. Ormai ogni forma di opposizione
nel PCI era stata annullata, l’imposizione del PCUS diventò
man mano sempre più determinante nelle discussioni all’interno
della Internazionale e di ogni partito comunista europeo.
Cresceva intanto a Mosca la pressione di Stalin. Il georgiano si avvaleva
senza ormai nessun scrupolo della acquisita carica di segretario del partito
bolscevico, del quale stava diventando il dominatore, per manovrare gli
organi direttivi di tutti i partiti aderenti. La campagna sempre più
aspra contro Trotski, condotta sia con la diffamazione, sia con lo sfruttamento
di vecchi dissensi, mirava a distruggere l’influenza che poteva
avere sulle decisioni del comitato centrale.
La stessa sorte toccherà ai dirigenti del vecchio partito comunista
d’Italia (PCd’I) che forti ancora delle decisioni prese a
Livorno per dare il definitivo senso storico al loro partito, venivano
ora estromessi con scuse ridicole, anche dalle segreterie delle federazioni
elette dalla maggioranza nei congressi provinciali. A Napoli Bordiga veniva
sostituito con il pretesto che la polizia gli avrebbe impedito di lavorare.
Fortichiari veniva destituito perché “aveva mansioni speciali
in campo nazionale” uguali interventi truffaldini venivano applicati
alle federazioni di Torino, Roma, Alessandria, Cremona ed in altre città
.7 Il delegato italiano Mauro Scoccimarro in sostituzione di Togliatti
partecipò a Mosca all’Esecutivo allargato dell’Internazionale
dando ampie assicurazioni agli staliniani sull’ormai consolidata
e ampia prevalenza della corrente Gramsci – Togliatti nel partito
italiano.
Si formò il comitato d’intesa per far fronte alla situazione
politica con Damen, Fortichiari, Repossi, Girone (redattore dell’Unità),
Gullo, Perrone, Venegoni. Scattò immediatamente una campagna diffamatoria
e intimidatoria contro queste persone 8.
Così si scriveva sull’Unità il 2 luglio 1925; “[...]
per assicurare la completa libertà di discussione ideologica in
previsione del Congresso del Partito. Esso condanna in modo assoluto ogni
organizzazione di frazione all’interno del Partito e approva le
misure prese dal CC per lo scioglimento del Comitato d’Intesa che
costituisce il nucleo di una frazione disgregatrice del Partito”.9
Così rispondevano, sempre sull’Unità del 18 luglio
1925, i firmatari del C.d’I., facenti parte della frazione di sinistra
del PCI, come loro stessi si firmarono nei loro giornali e nei loro documenti;
“noi accusati di frazionismo e scissionismo dinanzi ad una eventualità
di una rottura con il partito sacrificheremo all’unità di
esso le nostre opinioni, eseguendo una intimidazione che riteniamo ingiusta
e dannosa al Partito”
Immediatamente il 19 luglio con tre righe l’Unità informava
che il Partito aveva sciolto il Comitato d’Intesa “Un documento
indegno di comunisti
firmato da Bordiga, Damen, Fortichiari, Repossi, Girone, Gullo, Perrone,
Venegoni.. Si accusa il PCI di non tener conto delle loro posizioni”
e per garantire la democrazia all’interno del partito si intima
loro di “non opporsi con il frazionismo” e di tenere alla
unità del Partito. 10
Oltre all’intervento del partito comunista italiano, sui sinistri
si fece avanti anche Mosca mandando il rappresentante della Internazionale
a Milano, dove convocò i responsabili del C.d’I. e li minacciò
senza mezzi termini di sciogliere al più presto il comitato altrimenti
avrebbero ricevuto un provvedimento pubblico di espulsione dal partito.
Posta la condizione che tutti i provvedimenti disciplinari contro i sinistri
fossero stati annullati e si sarebbe accordata la facoltà di discutere
liberamente gli argomenti dell’imminente Congresso i promotori dichiararono
sciolto il Comitato d’Intesa. Le garanzie assicurate da H. Droz
non vennero mantenute dall’agente dell’Internazionale e dal
partito11.
La bolscevizzazione, cioè la sottomissione incondizionata delle
frazioni alle decisioni della Internazionale era ormai da definirsi prassi
normale dei partiti affiliati a Mosca.
Scoccimarro sull’Unità del 28 giugno 1925 “La nostra
parola d’ordine della bolscevizzazione è legata alle decisioni
del V Congresso, dalla quale essa prende il suo significato di lotta contro
l’opportunismo (dei sinistri) sino alla sua eliminazione completa
dalle nostre file” e rincarando la dose di cieca aderenza alla linea
congressuale, si da la possibilità agli oppositori della linea
di correggersi ma non di continuare a esprimere la propria opinione “La
bolscevizzazione non significa l’esclusione dalle file del Partito
di tutti i compagni che non sono interamente d’accordo su tutte
le questioni delle direzioni dei vari partiti. Nell’IC vi deve essere
sempre la possibilità di riconoscere gli errori commessi e di correggersi
da essi”. 12
La preparazione al congresso di Lione venne fatta dal PCI in modo tale
che la sinistra venne rappresentata soltanto da Bordiga. Presenti invece
tutti quegli elementi del Partito comunista e della Federazione giovanile
comunista che al cento per cento garantivano il dovuto zelo alla linea
di Gramsci e Togliatti. La sede della conferenza non fu presa a Milano,
come aveva proposto la federazione di quella città, e giustamente
Fortichiari fa notare che quella sede non poteva far comodo ad un partito
il quale voleva garantito il voto di maggioranza e Milano garantiva ancora
il suo consenso alla sinistra 13.
Anche Berti che certamente alle posizioni dei bordighisti non ha mai aderito
ha scritto “ se la conferenza di Como fu preparata troppo poco,
anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il Congresso di
Lione [...] fu, forse, preparato un po’ troppo nel senso che preliminarmente
la Conferenza di dicembre separò il grano dal loglio e fece in
modo che a Lione l’estrema sinistra bordighiana venisse rappresentata
in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel Partito”14.
Il centro di Togliatti e di Gramsci e la destra di Tasca ottennero il
90,8 per cento dei voti la sinistra ottenne il 9,2 15.
Nel 1926 Bordiga andò a Mosca per partecipare al VI esecutivo allargato
dell’IC. Stalin aveva ormai preso il controllo su tutte le decisioni
che venivano prese all’interno del suo partito e sembra anche sui
partiti facenti parte dell’IC, senza lasciare nessuno spazio ai
suoi antagonisti.
Al VI esecutivo allargato dell’internazionale comunista si discusse
sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti, che già abbiamo visto
come venne accolta in Italia, e sulla lotta contro Trotsky. In questa
situazione Bordiga volle avere una discussione separata insieme a tutta
la delegazione italiana, direttamente con Stalin, documento dell’archivio
Tasca riportato da Berti , il quale partecipò all’incontro
come rappresentante della Federazione giovanile, nel suo libro i primi
dieci anni del PCI. Le cose andarono così: Ercoli (Togliatti) riportò
in una riunione, il giorno prima dell’incontro con Stalin, una tesi
politica di Zinov’ev presentata all’esecutivo allargato. Bordiga
prese la parola ed espresse il suo disappunto verso le posizioni di Zinov’ev
in quanto esse non facevano alcun riferimento alla situazione politica
interna della Russia e, tantomeno, alle sue prospettive di sviluppo verso
il socialismo, dopo aver espresso il suo parere si alzò e se ne
andò dicendo che non aveva alcun motivo per rimanere. Togliatti
preoccupato dall’atteggiamento avuto da Bordiga organizzò
immediatamente per il giorno successivo l’incontro con Stalin. L’attacco
frontale rifletté tutti i punti fondamentali che Trotski andava
esponendo – sembra che ci fu un colloquio fra Trotschi e Bordiga
prima dell’incontro con Stalin – come oppositore alla linea
del CC.
Dopo una spiegazione sulla situazione dei contadini alla quale furono
date delle concessioni per meglio sviluppare i loro interessi privati,
che dal 1929 gli verranno violentemente negati, si passò a porre
domande sul malcontento operaio: “che valore ha” chiede Bordiga
“l’opposizione operaia a Leningrado?” e subito ebbe
una risposta tipica dello stalinismo “Non si tratta di operai ma
di uno sparuto gruppo di dirigenti” continuando cercando di incalzare
con la sua risposta anche la sua opposizione interna “rassomigliano
al gruppo che alla vigilia dell’ottobre 1917, prima dell’insurrezione,
non credeva alla riuscita dell’insurrezione e si pose contro le
decisioni del Comitato centrale scrivendo apertamente che quell’insurrezione
era impossibile”. Replica subito Bordiga facendogli notare che forse
in quel gruppo era presente anche lui “Nel 1917 il compagno Stalin
non era anche lui contro Lenin? Anche sulla questione della pace nel 1919
– Brest Litoski – non è stato egli in disaccordo con
Lenin?” a questo punto ricorda Berti “Stalin rifletté
più a lungo del solito prima di rispondere, poi rispose che non
nell’ottobre del 1917 ma prima delle tesi di aprile di Lenin e particolarmente
nel marzo 1917, quando si discuteva sul carattere della rivoluzione in
Russia, egli aveva avuto su quella questione delle esitazioni, ma dall’aprile
in poi egli si era trovato d’accordo con Lenin così com’era
stato d’accordo con Lenin nel 1919 contro la continuazione della
guerra” nel verbale, questa dichiarazione di disaccordo con Lenin
nel 1917, fu eliminata al suo posto fu inserita la seguente dichiarazione
“No io non fui in disaccordo con Lenin. Tutti eravamo contro la
continuazione della guerra [...]” chi doveva fare della personalità
un culto non poteva aver avuto delle esitazioni proprio nel momento cruciale
della rivoluzione.
La discussione continuò inevitabilmente toccando la fallita insurrezione
tedesca che Bordiga attribuiva alla politica dei fronti unici imposti
dalla dirigenza sovietica la quale dava la colpa a Trotsky.
Successivamente Togliatti chiese se le questioni discusse al congresso
potevano coinvolgere le prospettive riguardanti gli sviluppi dell’internazionale
comunista, Stalin risponde “Le nostre prospettiva sono quelle in
generale dell’Internazionale comunista”. Questa risposta fa
immediatamente intervenire Bordiga che conosce bene quali prospettive
la internazionale comunista ha riservato alle opposizioni, con decisione
domanda: “Il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione
russa e dei problemi interni del Partito russo è legato allo sviluppo
del movimento operaio internazionale?” Stalin “Questa domanda
non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista
potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto”.
Continua Bordiga portando avanti la problematica dello sviluppo del socialismo
in Russia “il compagno Stalin dica che cosa accadrà in Russia
se non si verifica entro un certo periodo di tempo la rivoluzione proletaria
in Europa” Stalin da qui una prima risposta su quella presa di posizione
che successivamente si esprimerà nel socialismo in un solo paese
“Se sapremo ben organizzare l’economia russa , essa è
destinata a svilupparsi, e con essa è la rivoluzione che si sviluppa.
Il programma del nostro partito dice che noi abbiamo il dovere di diffondere
la rivoluzione nel mondo con ogni mezzo e noi lo faremo. Non è
affatto escluso che se la borghesia non ci attacca prima non saremo noi
costretti ad attaccarla. Certo la borghesia ha lasciato passare, per attaccarci
il momento buono, quando noi eravamo deboli. Oggi siamo più forti.
[...] la marcia su Varsavia fu un errore tattico e non di principio.”
Dopo questa dichiarazione che non lasciava più nessuno spazio alle
posizioni internazionaliste Bordiga incalza “Ritiene il compagno
Stalin che nel determinare la politica del Partito russo sia necessaria
la collaborazione degli altri Partiti comunisti i quali rappresentano
l’avanguardia del proletariato rivoluzionario?” Stalin: “Senza
dubbio è necessaria e noi la desideriamo. A questo scopo il nostro
Congresso ha approvato la risoluzione secondo la quale i grandi Partiti
della I.C. devono collaborare in modo effettivo alla dirigenza della Internazionale”
Bordiga più specificatamente: “Questa collaborazione dovrebbe
già avere luogo per la recente discussione. Le questioni trattate
dal Congresso russo dovrebbe quindi essere trattate all’attuale
Esecutivo dell’I.C.?” Stalin a questo punto risponde seccato
“Occorre osservare che queste questioni sono essenzialmente russe.
Inoltre i partiti occidentali non sono ancora preparati a discutere di
esse Per questo la centrale del PCR ha inviato ai partiti dell’I.C.
una lettera in cui si chiede che non venga trasportata la discussione
recente russa negli altri partiti. Questa risoluzione è stata approvata
anche dalla opposizione ed è stata fatta sua dal presidium dell’I.C.
Noi abbiamo fatto ciò anche per evitare che si ripetesse ciò
che è avvenuto per le recenti discussioni con Trotsky, le quali
vennero trasportate in alcuni partiti in modo artificiale e meccanico”.
Bordiga: “ Non credo che questi argomenti abbiano un valore decisivo.
Anzitutto, se si voleva non discutere delle questioni russe a questo Allargato,
doveva essere l’Allargato stesso a decidere in questo senso. In
secondo luogo i problemi che sono stati toccati nella discussione russa
non possono essere considerati come solamente russi,. Essi interessano
i proletari di tutti i paesi. Infine il fatto che l’opposizione
abbia acconsentito non ha alcun valore”.
Stalin: “[...] bisogna badare alla sostanza delle cose. La posizione
che ha il Partito comunista russo nell’Internazionale è tale
che non si può pensare sia possibile risolvere con la procedura
i problemi che toccano i rapporti fra il Partito russo stesso e la Internazionale
e gli altri Partiti Certamente la posizione del Partito russo stesso all’interno
dell’Internazionale è privilegiata. [...] Sappiamo che quando
i compagni russi parlano nel Presidium è difficile che i compagni
degli altri Partiti li contraddicono e questo anzi non ci fa piacere.
Noi abbiamo anche altri privilegi, quello ad esempio che l’Internazionale
risiede a Mosca, quello di aver vinto la rivoluzione. Noi siamo però
pronti a trasportare la sede dell’Internazionale in un altro paese
non appena la rivoluzione sarà stata altrove vittoriosa.”
E sembra a questo punto rivolto a Togliatti “ Come si vede non si
tratta di un errore di procedura . Inoltre la difficoltà di procedura
è un a questione assai piccola in confronto delle difficoltà
alle quali ci troveremmo se riaprissimo la discussione russa al Plenum
dell’Allargato. Questo infatti vorrebbe dire riaprirla nel Partito
russo. [...]”16. Dopo il colloquio avuto con Stalin Bordiga fece
il suo discorso al Plenum dell’internazionale comunista. Criticò
la bolscevizzazione, la pretesa assurda a suo parere di eguagliare la
posizione pre rivoluzionaria della Russia con quella dei paesi occidentali
e accusò i tre partiti comunisti più grandi dell’Europa,
tedesco, francese e quello italiano sulla pretesa di uno spostamento delle
classi intermedie in favore della classe operaia. In particolare sull’operato
del Partito italiano nella questione di Lione chiedendone l’annullamento
all’Esecutivo dell’Internazionale.
Ma la requisitoria più importante la fa contro il Partito russo,
prima si chiede se è formato ancora “dalla vecchia guardia
leninista” lasciando trasparire, nel suo discorso, i contrasti che
tra questa e i nuovi dirigenti stavano all’ora emergendo, poi affronta
nel suo discorso la tematica della mancata possibilità, all’interno
dell’internazionale comunista, di qualsiasi possibilità di
opposizione politica “[...] Mentre, dalle diverse parti, si invoca,
con altrettanto vigore, il diritto di parlare in nome del bolscevismo,
si accusano i dissenzienti da allontanarsi dal vero leninismo” e
subito dopo arriva ad attaccare i dirigenti del “Partito egemone”,
attacco che non verrà più ripetuto dalla tribuna dell’internazionale
comunista “La nostra organizzazione è simile ad una piramide
ed essa deve esserlo perché da tutte le parti si deve confluire
ad una cima comune. Ma questa piramide riposa sulla sua cima e il suo
equilibri è troppo instabile. Bisogna capovolgerla”17 .
Ed ancora, forse per primo nel 1926, accusa “In questi ultimi tempi
si pratica nei partiti uno sport che consiste nel colpire, intervenire,
spezzare, aggredire; ed in questi casi i colpiti sono spesso degli ottimi
rivoluzionari. Trovo che questo sport di terrore all’interno del
partito non ha nulla in comune con il nostro lavoro” incalzando,
Bordiga, fa presente, che nelle società dove viene applicato sistematicamente
il codice penale sta succedendo qualcosa di losco, da questa regola non
esclude la Russia 18. Togliatti dopo l’intervento del suo antagonista
politico all’interno del suo Partito, ricordandosi anche del monito
lanciatogli da Stalin nel colloquio sopra riportato, di fronte alla Internazionale,
si preoccupò di prenderne subito le distanze da quelle posizioni
politiche; “[...] Ciò che non dobbiamo mai permettere è
il tentativo di allontanarci in qualche modo dai nostri principi, che”
sottolineando adesione al principio della bolscevizzazione “non
sono altro che il leninismo, la tattica elaborata dal Partito comunista
russo sulla base delle sue esperienza rivoluzionarie”19.
Eppure lo stesso Togliatti sapeva del testamento di Lenin nel quale venivano
messi in rilievo i limiti ed i metodi politici di Stalin, poteva informare,
anche lui, tutti, della realtà russa, ma non lo fece. Divenendo
lui e il suo gruppo dirigente i maggiori fiduciari del partito russo coprendo,
non vedendo e non parlando delle malefatte che sotto i loro occhi, soprattutto
per chi durante il periodo fascista dovette rifugiarsi in Russia, accadevano.
Si potrebbe spiegare, ed umanamente capire, con il fatto che trovandosi
in Russia erano sottoposti ad un continuo ricatto, ma una volta tornati
in Italia hanno continuato a tacere mantenendo il “mito Stalin”
per proteggere i loro immediati interessi elettoralistici e parlamentari
continuando ad essere nel dopoguerra quel “partito della Russia”
che cercava di collegare gli affari economici italiani ai possibili investimenti
nella “Patria del socialismo reale”, si veda la vicenda della
città Togliattigrad dove la FIAT impiantò le sue fabbriche,
e il partito comunista italiano fu uno dei massimi sostenitori di questa
operazione.
Subito dopo il discorso di Bordiga al VI Plenum allargato dell’internazionale
comunista la sinistra italiana cominciò ad organizzare la sua reazione,
contrastata dalle continue pressioni messe in atto dalla polizia italiana
e dalla contrapposizione politica messa in atto dai dirigenti del patito
comunista italiano, cercando di unificare le varie posizioni presenti
nel gruppo dei sinistri. Da una lettera che Ambrogi scrive a Perrone nel
gennaio del 1927 si sente la necessità di unire tutta l’opposizione
delle frazione di sinistra contro le posizioni russe. Informando che in
Russia Trotsky, Zinov’ev e Kamaniev “Costituiscono una unità,
secondo le affermazioni di Trotsky. – nella discussione che ci fu
all’interno del Partito russo dopo la seduta dell’allargato
– Essi non sono disposti ad abbandonare la lotta” Ammettendo
che esistono troppe correnti della sinistra “si potrebbe raggruppare
intorno a sé ed unificare lo svolgimento ideologico delle opposizioni
oggi disperse ed impotenti. Determinando nell’Internazionale un
vasto movimento organico ed efficiente”20.
Al seppur, ancora debole, antagonismo che la sinistra voleva far risentire
all’interno della Internazionale risponderà efficacemente
la reazione degli stalinisti italiani, ben istruiti dal centro russo,
giudicando, in perfetta linea, Trotsky come un “eretico” ed
ormai ritenendo la NEP non più attuabile “in un paese che
si propone per lo sviluppo del socialismo in un solo paese. Bisogna sviluppare
l’industria di stato” ed ai contadini agiati “non si
può più proporre l’alleanza con il proletariato. Bisogna
proporsi di neutralizzarli”21
I bordighisti denunciarono già dall’ora la drammatica situazione
politica, sociale ed economica della Russia sovietica, espressa nei loro
giornali, nelle assemblee e nelle riunioni dello stesso partito comunista
italiano. La loro opposizione fu determinata dalla loro profonda onestà
politica la quale seppe fare subito chiarezza sulla propagandata deformità
della realtà russa.
L’elettività dei rappresentanti delle federazioni non divenne
più prassi normale, il Comitato federale di Milano, normalmente
roccaforte della sinistra venne composto “con la meticolare esclusione
di chiunque avesse espresso opinioni di sinistra”, e Perrone esponente
di quel gruppo ancora nel 1927 scrive una lettera al CE dell’internazionale
comunista proponendo una regolare elezione per eleggere i dirigenti del
Congresso federale i quali dovevano attenersi alle decisioni prese, successivamente,
nel Congresso liberamente eletto forse a dimostrazione che la sinistra
poteva essere ancora potenzialmente rappresentata grazie al consenso che
tranquillamente poteva raccogliere dalla consultazione elettorale; “nell’agosto”
ci ricorda Perrone “arrivò la sospensione per un mese”,
allegò alla sospensione una lettera che inviò al giornale
di Partito “l’Unità”, non fu mai pubblicata.
Coscienzioso della fine che avrebbe fatto la sua lettera a Mosca sarcasticamente
scrive “I problemi della coscienza rivoluzionaria possono divenire
indipendenti dal giudizio espresso dalle gerarchie superiori della nostra
organizzazione; e ciò non perché si pretenda richiamare
le teorie marxiste per sostenere un riflesso di indiretti e latenti contrasti
di classe, ma perché la recente esperienza sulla condotta tenuta
verso la opposizione del Partito comunista russo rende molto esitanti
sulla obiettività con cui verrà esaminato il presente ricorso”
avvertendo decisamente il centro che, i sinistri, non si lasceranno intimidire
dalle minacce del centro e che continueranno “a combattere l’indirizzo
oggi prevalente nella - suddetta - organizzazione comunista” . Elencando
alla fine della lettera tutti coloro che avevano subito provvedimenti
disciplinari in quel periodo “Repossi, Fortichiari, Damen, Della
Lucia, Cuccaretti”22 . Tali provvedimenti vennero presi verso tutti
coloro che non accettavano la linea politica del Partito. Non solo verso
i “sinistri” ma anche verso i “destri” prevalse
quell’atteggiamento politico il quale non lasciava alcuna libertà
di espressione se non quella di accettare ciecamente le direttive del
centro moscovita. . Andava crescendo una logica di partito che non era
costruita affatto su una libero confronto fra le varie posizioni, creando
una mentalità chiusa la quale rifiuterà di scoprire quali
fossero le vere posizioni politiche del comunismo credendo alla fine che
proprio lì dove lo sfruttamento “dell’uomo sull’uomo”
e la repressione delle opinioni regnavano indisturbate, si trovava la
patria del socialismo.
Perrone fu espulso dal Partito nel 1928, ricercando le motivazioni della
sua espulsione dal partito comunista nell’archivio APC, trovando
le coordinate nell’indice nel fascicolo (APC 1928 /696 / 1) il foglio
relativo non è stato trovato, comunque nello stesso anno emigrò
prima in Francia e poi in Belgio dove riuscì a fondare il “Prometeo”
e questa volta, il giornale, fu caratterizzato per la sua aperta lotta
verso le posizioni del partito russo e dei suoi partiti affiliati.
Bordiga fu arrestato dalla polizia fascista, nel 1928, portato al confino
prima a Ustica e poi a Ponza, fu successivamente espulso dal PCI nel 1930.
Espulsione che, possiamo presumere, venne decisa a Mosca.
Questa supposizione trova la sua conferma quando Nicoletti, esponente
del CC dice, su una riunione dell’Internazionale tenutasi a Mosca
e relazionata da Jacopo “A Mosca i compagni dell’Internazionale
hanno criticato il partito quando hanno saputo che Bordiga non era ancora
stato espulso: affermavano che Bordiga non è mai stato comunista.
[...] è assolutamente necessario espellere Bordiga.”
Facendo seguire una serie di ridicole accuse per le quali si riteneva
giusta l’espulsione, “1 egli si è servito della sua
qualità di membro del CC per” evviva la libera espressione
di pensiero “lottare contro la centrale del Partito; 2 Ha fatto
la nota dichiarazione sugli articoli di Trotsky [...]” e cosa peggiore
approvandone il contenuto “costituendo un aiuto alla borghesia contro
la Russia sovietica” e punto terzo “ non può ignorare
che l’I.C. ha votato una risoluzione nella quale si dice”
addirittura “che tutti quelli che sono d’accordo con Trotsky
sono automaticamente espulsi dal Partito. Questo motivo, è sufficiente
per espellerlo.” Continua Nicolini “ ha chiesto di tornare
a lavorare nell’isola. Mentre noi andiamo dicendo che gli operai
ivi confinati stanno malissimo.” E massimo della risoluzione politica
“noi non possiamo far altro che aiutare Bordiga a imbrancarsi nel
gruppo merda dei confinati”.
Soprattutto prima di espellere Bordiga, come riferisce Pippo, dal partito
si deve “condurre una campagna ideologica contro le posizioni che
egli difende”. Garlandi prendendo la parola; “dobbiamo espellere
Bordiga dandone una motivazione politica” ed ecco le motivazioni
“1 Bordiga non ha capitolato di fronte all’Internazionale,
continua a sostenere Trotsky quando Trotsky è bandito dalla Russia
e diviene un controrivoluzionario” “2 una organizzazione”
fantomatica “di base ci chiede di prendere provvedimenti contro
Bordiga per le sue attività frazioniste” “3 Combatte
contro la tesi di Roma” nella quale egli stesso propose e fece approvare
la impossibilità del partito comunista d’Italia, da lui stesso
diretto, di formare il fronte unico con il partito socialista italiano
(PSI). Togliatti concluse gli interventi approvando la linea posta da
coloro che lo precedettero, aggiungendo; “distruggere l’influenza
che la situazione particolare esistente nell’isola permetteva a
B. di avere sui compagni deportati” ammettendo così indirettamente
che sull’isola esisteva non un elemento da espellere ma un intero
gruppo da tenere sotto controllo ed “accertarsi che i compagni di
Ponza siano giunti ad una aperta rottura con le posizioni di Bordiga”
decidendo in fine che doveva essere espulso per i seguenti motivi, “aver
preso posizioni politiche le quali non sono conciliabili con la posizione
dell’Internazionale, per precise posizioni del IX Plenum dell’internazionale
comunista e del VI Congresso mondiale” per il lavoro di frazione
all’interno del partito.“[...] Inviare una lettera del CC
alle organizzazioni dei deportati riferendo sui risultati di questa discussione”23.
Questo episodio sul libro della De Clementi appare come se fu il gruppo
dei confinati presente a Ponza che liberamente dopo una riunione decise
l’espulsione di Bordiga dal partito, ma dal documento appena riportato
è chiaro l’intervento del centro spinto dalla dirigenza sovietica
a decidere per l’espulsione 24. Mentre a Bordiga gli veniva notificata
la sua avvenuta espulsione dal partito il CC del partito comunista d’Italia
divulgava a mezzo stampa le decisioni del CC di Mosca, “[...] Considerato
che le posizioni politiche di questa corrente non solamente sono in contrasto
profondo, di carattere programmatico, con la linea politica dell’Internazionale
e del Partito, ma tendono oggi a coincidere con le posizioni opportuniste
e liquidatrici delle correnti di destra che la Internazionale ed il Partito
combattono con il più grande accanimento. Considerato che la opposizione
trotskista è oggi di fatto una formazione controrivoluzionaria
la quale conduce sistematicamente la lotta contro il comunismo e contro
l’Unione Sovietica, per spezzare le file del partito mondiale della
rivoluzione. [...] Dichiara Amaedeo Bordiga espulso dalle file del Partito
Comunista d’Italia” ponendo all’ordine del giorno del
partito “[...] la liquidazione definitiva dei residui dell’infantilismo
sedicente di sinistra”[...] . Così rispose la “sedicente
sinistra”; “[...] E che cosa vale di scoperchiare i grugni
di questi signori per mostrare le loro mandibole esercitate a pappare
sulle spalle del proletariato. Non vale a nulla. Cresciuti all’ombra
di Amaedeo Bordiga, oggi profittano del Tribunale speciale che ha ammanettato
il proletariato, profittando dello sbirro fascista per tirare la freccia.
E la freccia è avvelenata con la calunnia. Questi signori sanno
che si serve così il capitalismo. Dalle comode e ben retribuite
posizioni di oltre frontiera [...]”25
Note
1 Prometeo, 15 gennaio 1924 Rassegna di politica estera
2Prometeo, 15 marzo 1924, “Morte di Lenin”
3Prometeo, 15 maggio 1924, “Organizzazione e disciplina comunista”
4 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag.106-107
5 Andreina De Clementi, Amaedeo Bordiga, Einaudi, Torino, pag. 197
6 Andreina De Clementi, Amaedeo Bordiga, Einaudi, Torino, pag. 198
7 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 113
8 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 113
9l’Unità, 2 luglio 1925, “Un documento indegno di comunisti”
10l’Unità, 18 luglio 1925, “I membri del Cd’I
contro l’Internazionale”
11 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 114
12l’Unità, 28 giugno 1925, la bolscevizzazione dell’IC,
il discorso del compagno Scoccimarro all’esecutivo allargato
13 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 115
14 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 115
15 Bruno Fortichiari, Comunismo e revisionismo in Italia, Tenerello, Torino,
pag. 116
16 G. Berti, i primi dieci anni del PCI, documenti inediti dell’archivio
Tasca, Annali Feltrinelli, Milano, pag. 224 - 232
17 Prometeo, 15 settembre 1928, discorso di Bordiga alla VI sessione del
CE
allargato dell’I.C.
18 Gianni Corbi Togliatti a Mosca storia di un legame di ferro Rizzoli,
Milano,
pag.51-52
19 Gianni Corbi Togliatti a Mosca storia di un legame di ferro, Rizzoli,
Milano, pag.53
20 APC 1927 / 597/12 – 13
21 APC 1927 /597 / 17 - 27
22 APC 1927 / 597 / 33 - 39
23 APC 1930 / 828 / 1- 32
24 Andreina De Clementi, Amaedeo Bordiga, Einaudi, Torino, pag. 248
25 Prometeo, 1 giugno 1930, L’espulsione di Bordiga dal partito,
Il CE della Frazione di sinistra
4.
La propaganda della sinistra antistalinista
Fra tutti i mezzi di propaganda politica messi in atto dal gruppo bordighista,
pronti in ogni momento a denunciare le malefatte del partito comunista
al potere a Mosca e la corrispondente politica del suo partito italiano,
il “Prometeo” in questo periodo fu il nodo fondamentale dove
da sinistra gli antistalinisti, scappati dall’Italia trovarono le
risposte alle loro domande sulla reale situazione all’interno della
Russia sovietica.
Prime notizie sul giornale di opposizione antistalinista le troviamo in
Belgio. Notizie che ci sono arrivate dai loro antagonisti italiani, attraverso
documenti che testimoniano, indirettamente, l’importanza che rivestiva
fra gli immigrati italiani in Europa ed i timori che suscitava presso
i dirigenti del partito comunista italiano.
Insistenti sono i dispacci spediti da Mosca ai gruppi di lingua italiana
residenti in Belgio, dove a Bruxelles aveva la sua redazione il “Prometeo”,
ed in Francia, dove la presenza dei bordighisti faceva sentire il suo
peso politico, veniva richiesta una “maggiore attività ideologica
e politica [...] rivolta contro i sinistri” per rispondere “all’infantilismo
di sinistra che fa sì che alcuni compagni si sentano attratti dalla
propaganda del Prometeo”. Soprattutto bisognava rispondere agli
articoli politici del Prometeo con articoli sui giornali di Partito che
non richiamassero direttamente una polemica con i bordighisti ma semplicemente
dovevano riportare un articolo che indirettamente distruggesse quello
che i sinistri volevano pubblicizzare: Scrive a tal proposito Ercoli il
28 novembre del 1928 dalla sua comoda residenza dell’hotel Luxor
di Mosca; ”Bisogna ribattere, con un articolo sui nostri giornali,
le sciocchezze del Prometeo. Ad esempio, Prometeo giudica la firma del
patto Kellog con l’URSS come un atto di tradimento degli interessi
del proletariato. Il vostro giornale si doveva occupare in un articolo
del patto Kellog sotto lo stesso punto di vista – spiegare agli
operai il perché bisognava firmare tale documento. Ancora Prometeo
ha lanciato la frase < Trotsky in siberia Bordiga a Ustica>. Questa
frase è nettamente socialdemocratica e reazionaria.” avverte
ancora Togliatti “Prometeo pubblica a tal proposito gli articoli
di Bordiga sulla concezione del Partito – rispondere con la tesi
del congresso di Lione e con la nostra considerazione sul capo”
continuare quindi con l’applicazione delle regole imposte dal comitato
centrale (CC) Russo “condannare l’attività della sinistra
come attività criminale” senza lasciare alcuna opportunità
di espressione “i gruppi di attività antifascisti devono
richiamare alla disciplina i sinistri” e se casomai “queste
misure non avranno nessun esito” si applicheranno le norme dell’inquisizione
russa provvedendo “a misure disciplinari”. Ricordando nel
documento che le attività dei sinistri devono essere controllate
a tal proposito Togliatti, facendo riferimento alle riunioni convocate
dai bordighisti a Bruxelles, invita i suoi attivisti a non partecipare
pena l’applicazione delle solite “misure disciplinari”
1.
La lettera al segretario del partito comunista bolscevico (PCb) datata
2 gennaio 1929 specifica la somma di mille franchi francesi inviati al
giornale di partito per contrastare l’attività del Prometeo.
Nella lettera si fa notare che non solo non esisteva questa grande volontà
di entrare in rapporti tesi a contrastare l’attività politica
dei sinistri tra gli emigrati in Belgio ma mancavano anche di quelle persone
capaci di contrapporsi a tale attività; “Il vostro giornale
è abbastanza buono per soddisfare le esigenze locali della emigrazione
italiana ma non è sufficiente per quanto riguarda la necessità
della lotta politica al giornale di estrema sinistra" e pertanto
“[…] per quanto riguarda l’organizzazione faranno venire
un loro uomo”2 con il beneplacito di Mosca.
A conferma di quanto riportato, rispetto all’uomo di Mosca, la lettera
successiva datata 24 ottobre 1929 riporta la preoccupazione “dei
compagni del Belgio” i quali si lamentavano del fatto che “dal
centro gli sia stato imposto il compagno B. che non sapeva nulla sugli
emigrati italiani in Belgio”3. L’attività da parte
della dirigenza del PCI, dalle comode residenze Russe, era volta ad organizzare
e contrastare con ogni mezzo l’operato della frazione degli antistalinisti
italiani che continuavano, fino alla caduta del fascismo, a diffondere
tramite il loro maggior giornale, il “Prometeo”, la reale
situazione nella cosiddetta Russia sovietica fra gli esuli italiani e
dopo il 1943 ad esprimere in Italia quello che dal centro dell’Internazionale
si voleva deliberatamente nascondere.
Indirettamente, nelle testimonianze scritte lasciateci nei documenti spediti
dal comitato centrale (CC) italiano dalla Russia, ci sono arrivate preziose
testimonianze dimostranti il peso che l’opposizione dei bordighisti,
con il loro giornale ebbe in quel periodo, dove seppero esporre ciò
che realmente stava accadendo. Il partito comunista italiano ebbe risposte
sempre pronte, con il beneplacito di Mosca, verso le posizioni del Prometeo.
Così rispondono alle posizioni politiche dei sinistri pubblicate
sul loro giornale; “Ogni quindici giorni la frazione del Prometeo
proclama che l’Internazionale comunista porta alla rovina il movimento
operaio mondiale, [...] che i dirigenti della Internazionale, a cominciare
dal compagno Stalin, sono dei traditori e delle canaglie, che il partito
comunista dell’URSS sta distruggendo la conquista della rivoluzione
d’Ottobre.
Con questo non hanno fatto altro che smascherare la frazione stessa del
Prometeo. [...] Il Partito comunista dell’URSS ha guidato il Proletariato
sovietico a realizzare in quattro anni il primo piano quinquennale, col
quale sono state gettate le basi della società socialista.
La realtà ha smentito giorno per giorno le tristi profezie dei
disgregatori della frazione del Prometeo. [...] Questi disgraziati predicatori
di disfatte cercano oggi di rianimarsi rivolgendosi al Partito, sperando
così, con un’ultima manovra, di galvanizzare le loro forze
stremate” l’articolo del Prometeo propone un confronto serio
fra le sue posizioni politiche e le rispettive opinioni del PCI sulla
Russia, ma prosegue il relatore del documento; “Non accetto il confronto
giudicando la frazione bordighista facente parte della borghesia. La politica
dell’Internazionale comunista è la sola politica della classe
operaia. E’ proprio questa politica che i bordighisti attaccano
e denunciano come controrivoluzionaria [...] la frazione sinistra di Prometeo
afferma che l’Internazionale e il PCI hanno alterato nel 1928 la
base politica su cui si erano costituiti. Che cosa è avvenuto nel
1928? È avvenuto che l’Internazionale comunista ha cacciato
dalle sue file il trotskismo, il quale si era sviluppato prima come frazione
per disgregare il partito ed era giunta fino ad organizzare delle manifestazioni
di piazza contro il potere dei Soviet. Da allora la frazione trotskista
è passata sempre di più nel campo della controrivoluzione.
[...] La frazione del Prometeo sostiene che l’Internazionale è
un organo dello Stato russo. Essa è tornata su posizioni controrivoluzionarie.
La frazione di Prometeo ha incominciato ad esaltare Trotsky quando questi
ha iniziato ad attaccare la rivoluzione russa [...]”4 successivamente
incomincia a calunniare i bordighisti di far parte degli agenti della
polizia fascista ed accusarli di settarismo, ed è proprio l’etichetta
di “fascisti” o di facenti parte ad una setta politica che
verrà appioppata a chiunque avesse successivamente accusato la
patria del socialismo di qualsiasi cosa a loro non gradita. Ed ancora
nel 1933, dopo tante diffamazioni, non riuscivano a debellare la opposizione
della sinistra “[...] nel momento presente intensificare le lotte
contro il trotskismo, frazione controrivoluzionaria. Alcuni elementi fanno
lavoro di disgregazione nelle nostre file. [...] Trotsky riprende la propaganda
calunniosa verso l’Unione Sovietica. Egli ripete le calunnie della
stampa borghese più reazionaria. [...] Denunciare al Partito chi
fa propaganda delle idee trotskiste ed impedire che le nostre file siano
minate da questo veleno controrivoluzionario”5
Come il Prometeo faceva lavoro di disgregazione? Come improntava le sue
calunnie? Dicendo semplicemente la verità, avvertendo che già
dal 1928 molti dei vecchi quadri rivoluzionari che parteciparono alla
rivoluzione russa venivano imprigionati, esiliati, ed alcuni uccisi sollevando
lo sdegno “di tutti i buoni rivoluzionari che non ancora corrotti
dalla bolscevizzazione, sapranno ravvisare l’accanimento mostrato
dallo stalinismo contro la vecchia guardia che guidò il proletariato
russo alla vittoria[...]”6 ed ancora nel 1929 riportò una
delle prime rivolte nei campi di detenzione organizzate da chi era stato
arrestato per motivi politici; “[...] Qui [in Russia] per restare
fedeli alla causa comunista si è espulsi, qui per reclamare un
giudizio regolare da parte del Tribunale Speciale, si deve fare lo sciopero
della fame.[...] a tutti i lavoratori a tutti i membri del partito comunista
russo compagni! Nel momento in cui il compagno Trotsky, capo della rivoluzione
d’ottobre, è consegnato all’arbitrio delle guardie
bianche, delle crudeli misure di repressione vengono prese verso contro
i migliori figli del proletariato rivoluzionario, i bolscevichi leninisti.[...]
I dirigenti del partito si rifiutano di far conoscere la verità
agli operai fanno silenzio su questa misura. Ai parenti ed agli amici
degli imprigionati, si risponde che essi devono essere deportati in Siberia.
Si dice agli stessi interessati che su richiesta della GEPEU, essi sono
condannati alla deportazione in Siberia.[...] Le loro domande di scarpe,
vestiti, guanti restano senza risposta. Il vecchio bolscevico Drobnis
ha già le gambe gelate. Il regime nelle prigioni è intollerabile.
Ogni invio ai prigionieri è proibito. E’ loro proibito comperare
qualsiasi cosa a loro proprie spese. E’ proibito di comunicare fra
di loro. Nessuna eccezione è ammessa, nemmeno per il comp. Wannof
gravemente ammalato, e per la compagna Turman incinta di sette mesi.Per
protestare contro questo imprigionamento inaudito e contro il regime intollerabile
della prigione, sessantatre compagni hanno iniziato il 4 febbraio lo sciopero
della fame [...]” invitando tutti i lettori del giornale a far conoscere
tale situazione nelle riunioni dove partecipavano “[...] Protestate
alle riunioni dei Comitati del Partito, nelle cellule, nelle redazioni
individualmente o a gruppi [...] Mosca, 15 Febbraio 1929”7. Questo
è in sostanza l’apporto delle prove che il Prometeo seppe
mettere sempre in evidenza cercando di smascherare le calunnie degli stalinisti,
“[...] In Russia secondo le varie gazzette del ministerialismo stalinista,
la barca va a gonfie vele, poi confessano che l’opposizione fermenta
e dirige scioperi, e si ricorre alla repressione, per aver ragione del
movimento di sinistra, per modificare una realtà che resta viva
e terribile.. [...] non è possibile non vedere che quei comunisti
che avevano previsto già da lungo tempo il corso della situazione
catastrofica che derivanti dalla falsa posizione della internazionale,
e che l’hanno denunziata al proletariato quando ogni altra posizione
è stata resa impossibile, sono quelli che oggi sono messi al bando,
deportati, espulsi, ed anche uccisi.[...] 8. Scopo dei sinistri fu soprattutto
quello di pubblicizzare le loro ragioni politiche mettendo in evidenza
che la Russia non aveva più nulla della sua vecchia fisionomia
bolscevica del periodo leninista anzi negli articoli la nuova dirigenza
viene descritta come distruttrice di quei principi per instaurare, con
una manovra “controrivoluzionaria”, definitivamente il “controllo
della borghesia sul proletariato russo”, “[...] Alla difesa
di questa rivoluzione sta la frazione di sinistra [...] l’opportunismo
distrugge le file dell’avanguardia proletaria, mentre gli uomini
di fiducia di questo stesso centrismo sabotano disorganizzano l’economia
e preparano la guerra civile e la vittoria del capitalismo [...]”9
ed ancora “ Oggi la prova incontestabile è fatta che lo stalinismo
si è battuto al XV congresso del Partito russo su delle posizioni
cucinate e preparate dalla controrivoluzione. Il primo progetto del piano
quinquennale presentato ed approvato dalla maggioranza al XV Congresso,
riflette non gli interessi storici del proletariato mondiale nel suo cammino
verso la consolidazione e lo sviluppo delle conquiste, ma gli interessi
stiorici della borghesia [...] assicurandosi come primo successo la soppressione
della sinistra russa, il principale nemico del capitalismo [...]”10
Naturalmente questa tesi è ancora tutta da dimostrare ma rimane
l’importanza che assumono le denuncie fatte da questo gruppo già
dalla fine degli anni venti e come la pronta notifica fatta per avvertire
anche qui forse per primi le fucilazioni che avvenivano in Russia; “La
lettera che riportiamo, da qualche dettaglio - i pochi particolari che
possono sfuggire al controllo del centrismo – sulla fucilazione
di Blumkine. Quali gli elementi di fatto che hanno portato alla fucilazione?”
già nel 1930 “il possesso di una lettera di Totsky. [...]
Dunque il fatto di portare una lettera di Trotsky costa la fucilazione
nella Russia sovietista [...]” e già nel ’30 si mettevano
in atto quelle accuse che caratterizzarono i grandi processi della seconda
metà degli anni trenta “[...] secondo la versione ufficiale,
Blunkine, si è pentito o si è presentato alla Gepeou ed
ha rimesso la lettera di Trotsky che egli aveva portato: egli avrebbe
persino domandato di essere fucilato (letterale), dopo di che Stalin avrebbe
deciso di prendere la sua domanda in considerazione ed avrebbe ordinato
a Menijnsky ed a Jagoda di fucilarlo.[...]" in una nota del giornale
si descrive il contenuto della lettera “[...] Il suo testo non era
che un corto esposto della situazione dell’opposizione estera [...]
La lettera insisteva nello stesso tempo sulla necessità di misure
energiche per la diffusione del bollettino in Russia” nello stesso
articolo è descritto come Stalin si vendicasse sugli stessi familiari
degli oppositori; “Stalin ha arrestato senza alcun motivo la figlia
di Trotsky. Ma siccome essa è gravemente malata (necessita di un
pneumatorace) il comitato esecutivo non ha osato (malgrado l’insistenza
di Stalin si dice) mantenerla in prigione, tanto più che la seconda
figlia del comp. Trotsky è morta di tubercolosi un anno e mezzo
fa in circostanze analoghe. Egli si è limitato ad esiliare, due
mesio fa, il marito della figlia di Trotsky,.Platon Volkof M. Nevelson.
Il marito della figlia di Trotsky che è morta.[..]”.11
Nel riportare anche articoli del giornale francese “Veritè”
si voleva rendere pubbliche le innumerevoli violenze dello stato sovietico
“Nelle prigioni di Leningrado il compagno Henrichson è morto
in seguito ai colpi. La colonna degli oppositori deportati a Tomsk, ha
raccolto una grande quantità di notizie sui crimini impressionanti
che Stalin ha perpretrato contro i nostri compagni. Essa ha presentato
un testo di protesta alla quale si sono riunite tutte le altre colonie
di deportati. In questo documento si comunica che la fame regna in tutti
i luoghi di deportazione degli oppositori stabilendo che le condizioni
di deportazione staliniste, per i bolscevichi, sono incomparabilmente
peggiori di quelle della deportazione zarista per i bolscevichi, Molti
deportati sono divenuti invalidi (li si conta a dozzine) per la mancanza
assoluta del soccorso medico, a Narim ed in altri simili luoghi. I malati,
anche se in uno stato grave, non sono trasportati nella regione abitata
più prossima ove è possibile trovare un dottore. Quando
si decide di trasportare un malato è allorché questi trovasi
in uno stato estremamente disperato. In questo inverno molti compagni
hanno avuto le membra congelate, alcuni di essi hanno dovuto subire una
amputazione per la mancanza di un soccorso medico in tempo. Dei bambini,
appena nati, sono stati levati dalle madri e queste inviate negli isolatori.
[...] In maggio a Ichin, fu arrestata tutta la colonia - nove compagni
– e in più quindici abitanti del paese; secondo l’accusa
della Gepeou gli oppositori avrebbero fatto propaganda. Tutti attualmente
si trovano in condizioni pietose.[...]” e come se non bastasse nei
campi di reclusione vi mandavano anche “degli agenti provocatori”
che “operano nella deportazione e nelle prigioni. Il loro compito
è di scoprire i più intransigenti.[...] un vecchio bolscevico
[...] è incarcerato nelle prigioni di Tomsk, con un regime di isolamento
più severo di quello giammai conosciuto nelle prigioni zariste
per i condannati a morte. Nessuna corrispondenza gli è permessa
nessun invio autorizzato, nessuna relazione con gli altri detenuti; la
sua passeggiata la deve fare in compagnia di un agente della Gepeou [...]
Con la fame, con il freddo, con i colpi e con le fucilate, il centrismo
vuole strappare ai più deboli la capitolazione, e per i più
forti egli stabilisce la rovina [...]”12 Dalle lettere dei deportati
riportate dal Prometeo non traspare soltanto la disperazione di trovarsi
in una situazione senza alcuna speranza, è sorprendente vedere
che in quella situazione molti di loro, seppur trovandosi negli “isolatori”,
dove il controllo era più stretto, trovavano la forza di continuare
a studiare e a discutere della situazione politica che stavano vivendo;
“[...] ma oggi, nella sua lettera si sente un cambiamento. Tutti
lavorano per approfondire e aumentare le proprie conoscenze teoriche,
studiano e si fortificano nella conoscenza delle lingue estere [...] le
discussioni seguono interrottamente. I soggetti: la conoscenza del mondo,
lo spazio, il tempo, la meccanica, l’uscita dei destri [...]”
senza perdere la forza di protestare “[...] Venne fatto lo sciopero
della fame a diverse riprese. I motivi furono il regime ed il nutrimento.
Dopo il primo sciopero della fame si giunse a strappare il permesso di
ricevere dodici lettere al mese invece di quattro. Lo sciopero fu lungo
e vi furono dei malati gravi. Il secondo sciopero della fame fu una protesta
contro le bastonature. Alla fine dello sciopero ci venne rifiutata ogni
comunicazione con l’esterno [...] La vecchia socialdemocrazia uscì
dalle prigioni e dall’esilio molto più sana che non sortiranno
dagli isolatori stalinisti[...]” l’articolo prosegue riportando
una lettera di un deportato, “[...] Proseguono gli arresti, le persecuzioni
nei luoghi di deportazione senza che alcuno dei nostri compagni offra
un pretesto al di fuori della loro ferma attitudine. L’accusa di
spionaggio per aver corrisposto con Trotsky, le bastonature negli isolatori
politici, ecc., tutto questo è evidentemente il risultato di un
sistema di persecuzione. Nel paese la crisi economica si acuisce [...]
aumentano le proteste degli operai e degli iscritti al partito, contro
la direzione [...] La burocrazia ha paura che l’opposizione arrivi
a canalizzare tutto questo malcontento, [...]”.13 Puntualmente il
Prometeo informava, seppur ostacolato con le calunnie del PCI, i suoi
lettori di quello che stava succedendo in Russia. Il primo ottobre del
1930 ci descrive come la repressione giungeva ad uccidere i suoi oppositori;
“ Il compagno Zelinitchenko bolscevico leninista provato ... fu
deportato per ordine di Stalin a Smarkande (Turkestan) ove contrasse una
laringite tubercolosa. Malattia aggravatesi di giorno in giorno. Quando
il suo stato divenne critico, gli stalinisti, anziché trasferirlo
in una località a clima più temperato e favorevole, l’inviarono
a Och, ove la sua fine veniva certamente accertata. Och, si trova nelle
steppe Kirghiz, lontano dalle ferrovie ed ove nessuna possibilità
vi è di trattamento clinico. [...]” I compagni deportati
della località avvertirono la commissione centrale di controllo
e la Guepeou ma come ci si può aspettare “[...] Tali interventi
sono sempre restati senza alcuna risposta. In conseguenza di che i compagni
deportati decisero di inviare il compagno Zelinitchenko, senza alcuna
autorizzazione, a Tachkent, col rischio di vedersi accusare dalla Guepeu
d’organizzare una evasione. Trovandosi di fronte al fatto compiuto
la Guepeou di Taschkent si vide costretta a far proseguire il compagno
Zelinitchenko per la Crimea. [...] in Crimea gli si rifiuta una cura gratuita
e gli si fanno subire delle odiose vessazioni. [...] e appena dopo un
soggiorno di qualche settimana in Crimea è morto”.14 Interessante
è anche vedere con quale coraggio i deportati politici affrontavano
la loro situazione, significativo a tal riguardo è la lettera che
l’opposizione di sinistra inviò al presidium del sedicesimo
congresso del P.C. dell’URSS, “[...] Da due anni e mezzo una
repressione spietata viene esercitata contro l’avanguardia del partito
bolscevico,. Durante questo tempo tutti i mezzi di repressione sono stati
messi in opera, dalle perquisizioni agli arresti, dalle deportazioni negli
isolatori al vile assassinio. L’apparato [...] ha deportato diverse
centinaia di bolscevichi nella taiga siberiana, nelle steppe dell’Asia
centrale, nelle casematte umide . [...] La repressione contro l’opposizione
non è passata senza lasciare delle tracce nel paese. Lo spionaggio
le perquisizioni e le provocazioni sono divenuti i fenomeni frequenti
ed abituali nei quartieri operai, nelle comunità universitarie
ed anche nelle officine. [...] La lotta cosiddetta ideologica condotta
contro l’opposizione, che non ha mai sorpassato il livello della
manovra e della truffa è passata oggi ad una persecuzione inaudita.
Queste persecuzioni hanno suscitato una repressione selvaggia che ha perso
di già da molto tempo ogni ombra legale ed è destinata completamente
alla liquidazione dell’opposizione, senza nemmeno rinunciare davanti
anche alla sterminazione fisica dei suoi quadri [...]” e per marcare
la tragedia storica cercarono di descrivere il numero di persone coinvolte
nella repressione stalinista; “[...] All’inizio fu scelto
come punto centrale per l’isolamento dell’ala leninista del
Partito la prigione centrale di Tobolsk, ma allorquando essa fu arcipiena,
venne aggiunto al sistema per l’isolamento dei bolscevichi la prigione
di Verchine-Ouralsk che non era per niente adatta per ricevere dei prigionieri
politici. Attualmente [1931] gli oppositori imprigionati sono ripartiti
nelle differenti prigioni di tutta l’URSS. Nel solo isolante di
Verchine-Ouralsk vi sono più di 150 uomini. [...] Le pene di imprigionamento
di tutti i compagni sono fissate arbitrariamente, la regola è di
tre anni, ma in certi casi isolati essa è di cinque o sei anni
[...]”. Descrivendo la vita che erano costretti a fare negli “isolatori”;
“[...] si vedono rifiutare l’assistenza medica ai grandi malati,
subiscono l’imprigionamento in delle condizioni che li condannano
ad una degenerazione fisica (per esempio a Verchine-Ouralsk dove i prigionieri
non dispongono di una superficie equivalente a quelle di una tomba) [...]
gli oppositori rimasti nei luoghi di deportazione sono di continuo sottoposti
a delle repressioni diverse. L’isolamento politico e le privazioni
fisiche e materiali [...]la mancanza del lavoro, condanna le famiglie
dei deportati alla fame [...] privi di ogni diritto, anche del diritto
di difendersi contro gli atti arbitrari locali, si sono trovati di fatto
al di fuori della legge. Sotto un pretesto od un altro vengono intraprese
le incriminazioni le più assurde e rigorose [...] si proibisce
di frequentare le biblioteche, le sale di lettura, i cinematografi [...]
si danno degli sfratti sotto l’ordine della Guepeou [...] si pratica
il sistema della bastonatura con l’intervento della milizia [...]
si diminuisce la razione regolamentare [...]. Il tempo della deportazione,
secondo la regola, non viene limitato da nessuno, e sovente arriva che
dopo aver scontato un anno o un anno e mezzo , se ne aggiungono di nuovo
altri tre, per il semplice motivo di aver corrisposto con i compagni deportati.
[...] Ma le persecuzioni le più atroci colpiscono coloro che osano
continuare la lotta contro la burocrazia delle organizzazioni locali soviettiste
e del partito. Per aver svelato il marciume nelle Guepeou di Tchebokarsk
(Tchouvachia), la colonia dei bolscevichi-leninisti venne sottomessa ad
un vero e proprio pogrom.[...] A Solovki sono detenute alcune dozzine
dei nostri compagni. Uno di essi ha fatto lo sciopero della fame prolungato
per esigere gli fosse applicato il regime politico. Venne gettato in cella.
Quando uscì provò d’inviare una protesta al centro
[dei sinistri] ove svelava il regime arbitrario e mostruoso dell’isolatore.
Questa protesta venne intercettata Qualche tempo dopo venne condotto più
distante, e non ritornò più. La versione ufficiale dell’amministrazione
di Solovki fu la seguente: <Ucciso per tentativo di evasione>. Gli
atti di distruzione fisica dei bolscevichi – leninisti sono rigorosamente
nascosti dalla Guepeuo; ciò non di meno l’opposizione è
riuscita, ancora nella primavera del 1928 a svelare le circostanze che
provocarono la morte del compagno Boutov, morto dopo uno sciopero della
fame prolungato. [...] Nel novembre del 1928, il compagno Henrchson, operaio
dell’officina <il triangolo rosso> fu crudelmente battuto
quasi fino alla morte. Il certificato medico constatava delle ferite sul
corpo ed una simulazione d’impiccagione. [...]15 . Che cosa in quel
periodo poteva meglio identificare Stalin con il fascismo? “La stampa
comunica che la cittadinanza russa è stata tolta a Trotsky, Abramovictch,
Dan ecc. La inaudita canea che Stalin ha nuovamente scatenato contro Trotsky
[...] ha trovato la sua conclusione con questa decisione che copia i malfamati
provvedimenti già praticati dal fascismo mussoliniano contro gli
antifascisti residenti all’estero privati essi pure della propria
cittadinanza” ed anzi accusandolo di essere peggio del dittatore
italiano “Vero gli è che dopo le prime sanzioni il fascismo
dovette lasciar cadere queste misure che erano tanto inique quanto inutili,
sovrattutto contro la serrata reazione del mondo civile intiero.[...]”
16. Già in un articolo del 1930 si scorge tutta l’amarezza
da parte di chi, per scelta personale dedicò la sua vita contro
l’oppressione della dittatura fascista e stalinista constatare che
nel primo maggio di quell’anno “Mentre il proletariato rivoluzionario
manifesterà nelle piazze e nelle città della Russia in nome
del regime proletario e della società socialista, gli artefici
di questa immensa opera rivoluzionaria giacciono a migliaia nelle galere
e nei luoghi di deportazione, luoghi che dovevano essere riservati, solo
ai borghesi, e ai nemici acerrimi del proletariato. [...] intanto oggi
siamo obbligati ad assistere ad una serie di manovre che ben lungi di
essere utili al proletariato russo, ne indeboliscono le capacità
di lotta e di potere. [...]17 forse scrivendo questo articolo, come tanti
non firmati perché i bordighisti ritenevano che era l’intero
gruppo politico da prendere in considerazione e non il singolo individuo,
l’autore è ben consapevole della violenta sconfitta subita
da lui come persona appartenete al suo tragico tempo e dal suo partito
che pur cercando di divulgare, anche se sempre sotto il loro punto di
vista, una realtà che per molto tempo si cercò di nascondere
a tutta l’umanità.
Note
1 APC 1928 / 693 / 69 - 72
2 APC 1929/ 781 / 11 – 12
3 APC 1929/ 781 / 23
4 APC 1932 -33/ 1128 / 23 29
5 APC 1929/ 781 / 36
6 Prometeo, 15 giugno 1928, Lettere dei compagni russi imprigionati
7 Prometeo , 15 aprile 1929, Lo sciopero della fame di 23 comunisti in
Russia
8 Prometeo, 1 luglio 1929, L’agitazione per la sinistra russa
9 Prometeo, 15 dic. 1930, Dopo il proceso dei sabotatori in Russia
10 Prometeo, 1 dicembre 1930, La rivoluzione russa minacciata
11 Prometeo, (giorno illeggibile) marzo 1930,la fucilazione di Blunkine
12 Prometeo, 15 agosto 1930, La repressione contro la sinistra russa,
N. Markin
13 Prometeo, 1 settembre 1930, I crimini dell’opportunismo centrista
nell’URSS
14 Prometeo, 1 ottobre 1930, Un’altra vittima della repressione
centrista
15 Prometeo, 15 gennaio 1931, dichiarazione di un gruppo di deportati
al presidium del 16° congresso del PC de l’URSS Il gruppo di
Kansk Arranovski, Bardunal, Zagovski, Zaicuk, Kugmianskaia, Micholov,
Romansko, Ruzovenos, Suvitski, Sovkin, Fortuski, Smith
16Prometeo, 20 maggio 1934, Stalin priva Trotsky della cittadinanza russa
17Prometeo, 1 maggio 1930, Il primo maggio in Russia
5.
L’opposizione antistalinista all’interno delle carceri ed
al confino durante il periodo fascista
Allo stesso modo di altre formazioni antifasciste i bordighisti furono
arrestati e posti al confino subendo a differenza delle altre persone
detenute nelle carceri o nelle località di relegazione sia la repressione
messa in atto dal fascismo e sia la dura reazione dei militanti del Partito
comunista italiano che non permettevano loro la minima espressione politica.
Sentita era all’interno dei luoghi di detenzione la lotta politica
fra le due posizioni politiche.
L’ordine del giorno firmato da un esponente dei sinistri, un certo
Fiore, del quale non si è riusciti meglio ad identificarne il ruolo
all’interno del suo gruppo, ci da una chiara visione degli stati
d’animo presenti in quella situazione storica dove alcuni cercavano
chiarezza provocando una discussione all’interno del partito comunista
italiano e dall’altra si cercò di contrastare le prese di
posizione dei sinistri.
La lettera di Fiori inizia con la vecchia polemica discussa più
volte all’interno del PCI quella cioè che si riferisce alle
vicende del fronte unico vedendo nei partiti socialdemocratici come “riserve
della borghesia” compreso il gruppo di giustizia e libertà.
Nello stesso tempo chiede il perché non vennero consultati gli
iscritti al partito per l’espulsione di Tasca e di Ravazzoli, esponenti
della “destra”, mentre per quanto riguarda la sinistra “l’esecutivo
se la sbriga con una ingiuria avventuristi bordighisti. Questi metodi
d’informazione ci rendono pensosi nell’attuale situazione
del partito” . Quindi entra nel merito della gestione partitica
delle diverse opinioni inevitabilmente emerse all’interno dello
stesso Partito, dove alle domande degli oppositori non si rispondeva con
un documento dimostrante le proprie ragioni ma con uno slogan pubblicitario
che non faceva altro che nascondere la verità e calunniare chi
aveva osato contrapporsi a decisioni, si badi bene, prese non dal centro
del partito comunista italiano ma dal centro dell’Internazionale
controllato da Stalin. Continua Fiori “[…] pensiamo che Trotsky
potrà magari sbagliare ma che non si può accomunarlo coi
nemici del proletariato […], per noi Trotsky rimane un grande rivoluzionario
e tale nostro giudizio è convalidato da quanto noi conosciamo dagli
scritti di Trotsky dopo la sua cacciata dalla Russia. Non basta dire avventurieri
non spiega i motivi”. Una volta chiarito il senso di serietà
che si doveva avere nell’affrontare determinati argomenti, bisogna
almeno leggere quello che ha scritto Trotsky, prima di dare dei giudizi
sommari quindi nei sinistri esisteva quella volontà di ricerca
del dialogo e di apertura anche verso coloro i quali nella loro analisi
politica “sbagliavano”.
Non a caso Fiore sottolinea la mancanza di libertà di scelta delle
letture all’interno del carcere chiedendo “[…] dei numeri
del Prometeo” ed una volta che si ha una visuale completa delle
varie posizioni politiche si può dire “qualcosa sulla Russia”
ma nessun numero del Prometeo gli fu consegnato e tantomeno gli fu lasciata
l’opportunità di discutere sulla Russia. Ma continua a scrivere
sull’O.d.G “Dalle comunicazioni avute abbiamo l’impressione
che nel Partito Comunista russo manca ogni libertà e possibilità
di discussione, che i compagni che osano avere delle idee non conformiste
a quelle degli attuali dirigenti o debbono vivere una vita di ipocrisie
o finire in esilio. Se poi è vero che qualche volta i congressi
del PC russo si sono tenuti a porte chiuse allora la nostra impressione
verrebbe ad assumere un più preciso valore”.
Quale fu la risposta del PCI al dialogo che si cercò di stimolare
all’interno delle carceri fasciste?
Risponde Pippo ( Giuseppe Dozza responsabile giovani del comitato centrale)
a Jean (Scoccimarro) “Il sopraddetto O.d.G. del compagno Fiore di
Messina, […] Era stato nominato nel comitato di cellula. In questi
giorni abbiamo nominato un nuovo comitato dove il Fiore fu escluso”1.
Ancora troviamo l’espulsione come unica risposta a delle problematiche
che dovevano essere se non approfondite almeno discusse.
Ci informa indirettamente Pippo il quale spedisce a Jean la solita lettera
relazionale, che in un successivo O.d.G. un altro sinistro, Spinelli,
mette in dubbio la natura proletaria dell’URSS “La mancanza
più grave è il nostro atteggiamento passivo nei confronti
dell’URSS […] Noi dobbiamo criticare la forma che è
sempre più venuta ad assumere il governo dell’URSS di dittatura
del CC e del PCR, il soffocamento sistematico delle opposizioni, a cominciare
dall’espulsione di Trotsky. Lo Stato operaio deve vivere dei contrasti
che in esso sorgono considerandoli come un bene e non come un male da
eliminare”2. Non c’è in questa lettera alcuna nota
di Pippo, ma è ancora interessante notare la notevole differenza
di affrontare le opinioni delle diverse frazioni rispetto alla concezione
che aveva il PCrusso ed il suo omologo PCI. In una successiva lettera
all’UP del PCI Fiori sembra rispondere indignato verso l’atteggiamento
del suo partito alle sue domande prendendo definitivamente parte per i
bordighisti “La lotta intrapresa contro i sinistri invita tutti
i compagni a considerarli non compagni. Ora anche me dovete considerare
non compagno”.
Dando successivamente indicazioni di come all’interno della Internazionale
e dei Partiti comunisti viene concepita la disciplina rispetto delle posizioni
della maggioranza e l’accettazione di quelle della minoranza, la
quale intraprenderà una lotta politica “avanzata su questioni
teoriche e di tattica, la minoranza pur rimanendo disciplinata non vuole;
perché non può, dato che è convinta della bontà
di quanto è sostenuto, rinunciare alle sue posizioni anzi cercherà
nei limiti statuari di approfittare delle posizioni per proteggere le
sue idee e per diventare maggioranza. Ha secondo voi diritto o no? Oppure
deve, finito il congresso essere stretta nella tenaglia o essere schiacciata?”
continua aspramente ad incalzare le prese di posizione dei suoi compagni
di partito accusandoli di seguire ciecamente quello che Stalin vuole “Voi
terminate la vostra relazione indicando a tutti i comunisti un modello,
un comunista perfetto, che essi devono sforzarsi imitare; il compagno
Stalin”3.
La risposta alla opposizione non si fa attendere all’interno delle
carceri da parte dello stesso Togliatti il quale riportando una lettera
scritta da un sinistro, indica quale posizione politica doveva prendere
chi era d’accordo con l’Internazionale; “[...] non sono
pochi coloro che dichiarano” scrive il sinistro “le loro simpatie
per Trotsky, che alla dittatura del proletariato vorrebbe dare un controllo
interno tutto democratico e far sparire quella forma ripugnante di feticismo
servile che è la forza principale di Stalin, in particolare, e
di tutti i dittatori in generale. Essi comprendono che così non
si educa il proletariato: così si creano dei cortigiani e degli
eunuchi” pronta la risposta di Ercoli che dopo aver riportato parte
della lettera dell’oppositore di sinistra aggiunge di suo pugno
le direttive di Partito “Il Partito prenderà immediatamente
posizione contro questo documento, il quale è una volgare mistificazione
dei signori democratici che dall’estero dirigono il movimento [...]
desideriamo che voi ci forniate tutta una serie di dichiarazioni autentiche,
nelle quali i nostri compagni stessi, che sono in carcere, respingano
nel modo più rovente queste calunnie infami”4. Sulle definitive
prese di posizione da parte dei sinistri nel carcere di Viterbo, dei quali
sappiamo soltanto i cognomi di Fiore e di Spinelli, Pippo, che conosceva
bene la situazione nelle carceri, ci conferma che in effetti i sinistri
detenuti non erano poi così pochi, come dai documenti del PCI si
cerca dimostrare, convinto che le misure da adottare nei loro confronti
sarebbero quelle della espulsione ma “dato l’ambiente carcerario
la situazione potrebbe dare adito ad incresciosi incidenti che è
meglio evitare”5
“ qui a Viterbo ci sono state delle infrazioni che richiederebbero
il ferro chirurgico della espulsione e di altre misure disciplinari. [...]
Crediamo però che date le condizioni particolari della vita e dell’ambiente
carcerario non si debba in nessun caso esorbitare la lotta dal terreno
puramente ideologico, e che sia da rigettare l’uso di qualsiasi
misura disciplinare nei riguardi dei compagni carcerati”6 .
All’estero, oltre che a Bruxelles dove si era trasferita la redazione
del Prometeo, anche in Francia la opposizione di sinistra destava preoccupazione
fra le file dei militanti del partito comunista italiano per la sua aperta
propaganda contro la politica della Russia. Soprattutto a Lione l’opposizione
riceveva ampi consensi, come i documenti ritrovati ci dimostrano. Il documento
del Ministero degli interni divisione affari generali e riservati n°441/030600
inviato in data 13 dicembre 1931 al Casellario politico centrale attesta
il numero dei bordighisti a Lione ed il consenso che ricevevano; “I
Prometeisti contano una sessantina di aderenti nella zona lionese e riescono
sempre a fare seguaci” ed il loro tipo di organizzazione era; ”
[...] simile a quella del Partito comunista cioè la base nella
fabbrica, sul cantiere, nel rione, con le cellule di strada per andare
su su in forma federativa fino alla Nazione e all’Internazionale.”
Sottolineando che “L’espulsione dei Santini, Blasco ecc. dal
partito, ha rafforzato la loro influenza in Francia e la mancanza di buoni
elementi nell’organizzazione comunista ufficiale e la pigrizia di
quelli esistenti nella zona lionese, ha fatto si che il gruppo prometeista
locale si rafforzi di numerosi elementi di base e di operai antifascisti
che vivevano ai margini dei gruppi comunisti” e il relatore afferma
che mentre le organizzazioni del PCI si svuotavano “[...] i loro
aderenti passano sotto l’influenza dei prometeisti.. [...] alcuni
punti della periferia lionese vengono da loro curati come pure alcune
località della Loira che circondano saint – Etienn.”.
Specificando che l’attività del gruppo non si limita a combattere
la tesi antifascista fra gli operai ma anche, e sembra quasi dato per
scontato dal relatore; “[...] la tesi centrista sul terreno internazionale
e cioè situazione russa, tattica dell’internazionale di fronte
alla situazione francese, tedesca, spagnuola [...]” 7. Documenti
che sempre indirettamente ci informano sulla attività dei sinistri,
ritrovandovi degli slogan ripetuti dove si approva l’espulsione
di Bordiga o dove si lanciano delle invettive contro il trotskismo e continui
messaggi di avvertimento in cui si fa presente l’attività
svolta dai bordighisti a Lione. Anche a Parigi la situazione non cambiava
per gli oppositori di sinistra, i quali nel 1928, rischiavano l’espulsione
dal partito soltanto perché ritenuti diffusori del Prometeo; “[...]
Noi siamo stati denunciati al partito per <diffusione del Prometeo>.
La commissione di controllo ci invita a presentarci per dare spiegazioni.
E qui un altro sistema della bolscevizzazione è in opera. Per la
medesima sera che i sette compagni erano convocati, i nostri piccoli bonzi,
che non erano mai intervenuti alle riunioni, credettoro opportuno inviare
una circolare invitando il settore a riunirsi. Ma i bonzetti non avevano
tenuto conto del fatto che i compagni di sinistra mancando la riunione
non si poteva tenere perché questi sono i compagni più attivi
e naturalmente gli altri compagni non intervennero in una riunione che
veniva convocata al di fuori degli organismi regolari del partito. Così
avvenne che i nostri bolscevizzati dovettero tornarsene con le pive nel
sacco essendo fallita la manovra. [...] Alla commissione di controllo
un compagno prese la parola e fece la seguente dichiarazione: I° che
avrebbe continuato la diffusione del giornale, perché Prometeo
faceva opera di chiarificazione dentro e fuori dal partito. II° che
sul contenuto era completamente d’accordo e che se la commissione
di controllo avesse voluto delle dichiarazioni politiche, egli le avrebbe
fatte per iscritto a condizione però che la commissione si impegnasse
a portarle a conoscenza di tutto il partito a mezzo della stampa di partito.
Su questo - e non varrebbe la pena neanche di dirlo – la commissione
non ha accettato. Ci fu chiesto se qualcuno voleva qualche cosa ma tutti
i compagni si dichiararono d’accordo con la dichiarazione fatta
dal nostro compagno e così ebbe termine la seduta della commissione.”
Ad una riunione dove i “bonzetti”, coloro che facevano parte
delle posizioni centriste del PC, decisero di lasciare la sede dove si
tenne tale riunione, perché accusati dagli altri partecipanti di
essere controrivoluzionari, e “ [...] dei tredici compagni presenti
nove rimasero e quattro seguirono i due campioni dell’opportunismo
che non hanno voluto permettere che i vecchi militanti del partito disapprovassero
l’operato di tutto il sistema burocratico che trascina il partito
sempre più verso l’opportunismo.” E nonostante avessero
rifiutato di discutere l’argomento vennero ugualmente espulsi dimostrando
“[...] così facendo [...] di aver ben compreso l’avvertimento
dato da Stalin di colpire l’opposizione con tutti i sistemi”8
Note
1 APC 1932 –34 \1071\ 1-3
2 APC 1932 –34 \1071\ 10 -11
3 APC 1932 –34 \1071\ 36- 39
4 APC 1932 –34 \ 1071 \ 8
5 APC 1932 –34 \ 1071 \ 5
6 APC 1932 –34 \ 1071 \ 53
7 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
8 Prometeo, 15 nov.1928, Le espulsioni dal partito dei compagni di sinistra
6.
Emigrati politici italiani in Russia
Gli emigrati politici italiani alloggiavano, rispettando la gerarchia
esistente all’interno del partito, al Luxor i dirigenti, in vari
alberghetti, sempre situati al centro di Mosca, i funzionari di secondo
rango e coloro che erano di passaggio. Il soccorso rosso provvedeva alla
loro sistemazione indirizzandoli all’inizio presso la casa degli
emigrati politici o presso il Club internazionale degli emigrati politici.
Ed è in questa ultima palazzina che avvenivano le principali riunioni
degli italiani. Robotti, cognato di Togliatti, presidente del gruppo del
Club nel 1933, ricorda, in un libro scritto in Italia “Scelto dalla
vita”, le discussioni avute con i bordighisti “un piccolo
gruppo di trotskisti, che prima seminava sfiducia e confusione, furono
politicamente battuti e si rifugiarono nell’assenteismo e nel silenzio
mantenendo, però, contatti con trotskisti russi” 1.
Ed ora vediamo tramite i documenti trovati quale peso politico avesse
questo “piccolo gruppo di trotskisti” nel contesto russo.
Sottoposti già dal 1929 al rigido controllo dittatoriale del partito
russo come il comunicato redatto a Mosca il 4 ottobre, attestante l’espulsione
di Arnaldo Silva “espulso dal Partito Comunista dell’Unione
sovietica per attività di frazione svolta a favore della frazione
trotskista e della frazione dei bordighiani [...]” e prima di riabilitarlo
nel partito gli fanno fare la seguente dichiarazione “Nella decisione
della CCC in data 21 maggio 1929 a me sottoscritto ed ai compagni Verdaro
ed Ambrogi furono fatte quattro richieste:
1 Immediatamente cessare ogni azione diretta alla costruzione di una frazione
di sinistra parallela alla III. Internazionale
2 Condannare questa azione
3 Immediatamente cessare di dare ogni e qualsiasi aiuto a Trotskji come
ai trotskisti”
I documenti successivi si riferiscono al 1930 dove un esponete dei sinistri,
De Leone Mario, che era segretario del Club ci descrive quale fosse la
situazione in Russia degli emigrati italiani. “Nel gruppo emigrati
italiani a Mosca, come del resto in tutta la emigrazione italiana all’estero,
la tendenza di sinistra, che fa capo al compagno Bordiga, era molto sviluppata,
ed anche attualmente, nonostante le varie misure repressive prese contro
gli elementi di sinistra, questa tendenza è notevolmente radicata.
Al gruppo emigrati italiani a Mosca attualmente sono iscritti 32 emigrati,
4 funzionari del Partito Italiano e circa cinquanta sessanta studenti
della Università Zapada e Leninista. Sui trentadue emigrati iscritti
al Gruppo, cinque sono senza partito, quattro espulsi dal partito russo
”2. La Università Zapada serviva al Partito per formare i
suoi futuri dirigenti, aveva una durata di cinque anni. Nel primo anno
si insegnava lingua russa, matematica, la storia della Russia e del partito
bolscevico. Nei successivi anni l’indottrinamento ideologico era
più massiccio. Venivano chiamati al Club soltanto per votare le
risoluzioni finali e naturalmente molti di loro avevano tutto l’interesse
per votare in favore al Partito russo che li manteneva e li stava preparando
per una carriera parlamentare nei loro paesi di origine, costituirono
“ [...] la massa di manovra che viene mobilitata ogni qual volta
che occorre, nelle votazioni, schiacciare con la preponderanza del loro
numero, la volontà e le proposte degli emigrati del Gruppo [...]
In questa lotta contro la sinistra nel Gruppo italiano, sono stati adoperati
elementi politicamente e moralmente incapaci[...] e sono stati usati sistemi
che sono in evidente contraddizione coi principi del centralismo democratico
sui quali si deve basare la vita interna del Partito” questa situazione
fece si che il gruppo dei bordighisti assunse un atteggiamento di protesta;
“[...] In quest’anno (1929) le discussioni politiche all’interno
del Gruppo assunsero una speciale asprezza, tale che i compagni della
sinistra come protesta contro il sistema aggressivo della maggioranza
che impediva la libera e pacifica espressione del loro pensiero, presero
una posizione di assoluta passività sia nelle discussioni, sia
nelle votazioni, pur intervenendo alle assemblee del gruppo”. Abbastanza
sgradevole fu poi l’episodio riportato nello stesso documento del
rifiuto da parte della Kustalova, ferrea dirigente del Partito russo con
il compito di controllare direttamente l’operato del Gruppo degli
emigrati Italiani a Mosca, di consegnare dei fascicoli a De Leone in quanto
come segretario naturale sostituto del mancante presidente Biancalani,
costretto a partire da Mosca, doveva prendere in consegna i documenti.
La Kustalova dichiarò che i documenti erano riservati a Foschi,
che a detta di De Leone era “il più velenoso degli antisinistri”,
ed in più dichiarò, con un atto palesemente autoritario,
lo scioglimento del Comitato. “[...] Questo come altri consimili
episodi della vita interna dei nostri Partiti, non possono essere presi
isolatamente, e considerati come errori di singoli compagni; essi devono
essere considerati come tanti anelli di un solo sistema; il sistema partito
per ottenere il consenso passivo di maggioranze non convinte. Questo sistema
non solo non è necessario ma è dannoso così non si
creano coscienze di rivoluzionari, ma coscienze di servi”3.
A conferma della protesta sostenuta dai sinistri ci viene in aiuto una
lettera di Virgilio Verdaro, segretario della commissione esecutiva della
frazione bordighista perseguitato dai fascisti si rifugiò a Mosca,
dove riuscì ad andarsene nel 1931, costretto a lasciare nelle mani
della polizia politica russa sua moglie e suo figlio, nella quale descrive;
“la posizione di emigrato politico nell’URSS è una
condizione di privilegio la quale possono conservare solo coloro che per
la loro azione passate e per la loro attitudine presente se ne rendano
degni” obbligandoli a partecipare alle riunioni del Gruppo emigrati
ed invitandoli “formalmente ad accusare [...]ed a segnalare per
iscritto le ragioni che fino ad oggi lo hanno tenuto lontano dalla vita
politica” risponde fermamente Verdaro; “[...]Riguardo finalmente
alla ipotesi ventilata sotto forma di vaga minaccia di fare dipendere
i diritti e i da voi asseriti privilegi di emigrato politico dalla “buona
Condotta” politica, si tratta di aberrazioni che non possono venire
che a menti malate o accecate” ribaltando l’accusa con la
quale vennero accusati fin dai congressi interni “frazionistico
di cui fanno nuove e non bella mostra i dirigenti dell’attuale Centrale
italiana[...] Mosca 10\10\ 1930”4 . Posizione resa ancora più
esplicita da una riunione aperta nella sala delle riunioni del Club; “[...]
Quegli emigrati che sono nell’URSS sono in condizioni speciali ed
essi non debbono dimenticare questo se non vogliono che non siano più
considerati come emigrati politici [...]”4. Sembra, a detta di una
lettera scritta da De Leone, che chi non veniva considerato più
emigrato politico non aveva neanche il diritto di ricevere qualsiasi tipo
di corrispondenza dall'estero; “[...] pare accertato che i centristi
riusciranno ad impedire l’intervento della compagna” la quale
doveva spedire dei soldi ad un certo Virgilio che si trovava in difficoltà
economiche perché nella Russia dei lavoratori gli veniva negato
un posto di lavoro.
Ed è sempre in primo piano l’antidemocraticità del
Partito russo e dei suoi rappresentanti italiani che soprattutto a Mosca
si sentivano in diritto di realizzare il loro pieno potere sugli oppositori,
anche se questi si presentavano nelle assemblee in netta maggioranza si
trovava sempre il modo di metterli a tacere. Questi documenti, che vanno
dal 1928 al 1930, dimostrano che la repressione si manifestava con semplici
espulsioni dal Partito italiano, ma in Russia già dal 1928 gli
oppositori venivano uccisi per piccolissime trasgressioni politiche al
partito di Stalin, come riporta il Prometeo di Perrone.
Di fatto la opposizione di sinistra veniva in tutti i modi messa nelle
condizioni di non nuocere alla politica della Internazionale e del partito
russo.
Ambrogi intervenendo in una riunione nel Club chiede che vengano messe
a conoscenza di tutti il punto di vista dell’opposizione. Chiedendo
chiarimenti sulle votazioni. domanda ai membri del Club “Possiamo
votare solo sulle questioni russe. E su quelle Italiane? E sulle altre
della Internazionale?”. Nella stessa riunione Rossi, altro sinistro,
“chiede di votare le applicazioni delle deliberazioni del Partito
e non le deliberazioni del Partito” e nonostante che nessuno, dei
presenti, negli interventi successivi abbia fatto alcuna opposizione a
queste richieste Biancani, presidente del Club minaccia di informare i
dirigenti del Partito, delle prese di posizione politica dei sinistri,
che non vogliono rispettare le sue direttive 5. Ed è in questa
situazione che il gruppo di oppositori antistalinisti italiani a Mosca
prendono la decisione di astenersi nelle votazioni del Club.
De Leone spiega i motivi di tale posizione “[…] ci siamo messi
sul terreno della passività di fronte ad una assemblea bolscevizzata
in tal modo da non permettere ai compagni di esprimere la loro opposizione”
ed ecco un altro personaggio che avrà un gran rilievo nella vita
politica italiana nel dopoguerra prendere la parola, Di Vittorio “Sono
gli oppositori che turbano le riunioni. Difendono Trotsky”6.
Nominando un’altra assemblea, dove i sinistri ormai messisi automaticamente
in minoranza in quanto si rifiutavano di votare, deliberò all’unanimità
“De Leone Mario, Verdaro Virgilio, Sensi Giuseppe, Trovatelli Plinio,
Ambrogi Ersilio, Silva Arnaldo, Lucchesi Cafiero. Per il loro atteggiamento
nelle assemblee del gruppo incompatibile con le più che elementari
norme che regolano la vita interna del Partito ed i rapporti tra compagni.
Qualora essi insisteranno nel loro atteggiamento si metteranno nelle condizioni
di essere chiamati a rispondere dei propri atteggiamenti dinanzi agli
organi del Partito”7
E non solo si fecero ammonire, per la loro presa di posizione astensionista,
ma nella risoluzione successiva non appare nessuna opposizione alla politica
economica del C.C. russo. Lasciando ampio spazio ai rappresentanti italiani
del Partito russo sulla loro dichiarazione di solidarietà verso
lo sviluppo della industria pesante e verso la politica condotta verso
i trotskisi “elementi antisovietici” 8.
Ritroviamo le voci di opposizione, dei sinistri, quando la carestia fece
le sue vittime nel Caucaso e si manifestarono proteste popolari contro
l’apparato sovietico. Il relatore si limitò ad accusare Bucharin
chiedendone la sua espulsione poi passò ad accusare Rycov il quale,
secondo lo stesso relatore, si era permesso di criticare il Partito per
la tattica adottata nel Caucaso. Bertola, chiese di spiegare “qualcosa
sulle insurrezioni del Caucaso che Ricov accusava il Partito di non averci
comunicato”. Alla riunione nessuno rispose a Bertola. 9.
Il 20 settembre 1929 avviene la rottura definitiva con la “epurazione”
di tutta l’opposizione all’interno della dirigenza del Club
emigrati italiani a Mosca con De Leone che ci lascia l’ultimo documento
di accusa verso la politica del suo partito e del partito russo. “La
condotta dei compagni Biancani e Krustalova non può trovare nessuna
giustificazione e quindi nessuna approvazione da parte di quei compagni
che non hanno perduto il senso della più elementare moralità
comunista e che non pensano che il partito, sotto il pretesto della lotta
contro le deviazioni marxiste che si possono determinare in seno ad esso,
deviazioni, che in quanto tali, è necessario che siano combattute
vigorosamente, abbia rinunciato ad ogni norma che regoli e disciplini
la convivenza dei singoli compagni nell’interno del Partito e che
li garantisca dagli abusi e dalla pratica terroristica di una minoranza
che, impossessatasi dell’apparato direttivo del Partito, pretende
di rappresentare la volontà effettiva delle masse iscritte al Partito.
La condotta di quei due compagni basta a dimostrare:
1 Lo scarso livello morale […]
2 l’assenza, non dico di ampia e reale, ma sia pure di una larvata
democrazia interna di partito; democrazia che, con l’ironica denominazione
di auto-critica viene ore posta all’ordine del giorno come mezzo
potente di salvezza dei Partiti comunisti
3 Lo spirito frazionista di cui si inspirarono gli atti di alcuni compagni
(specie i funzionari e gli aspiranti funzionari) dell’attuale dirigenza
del Partito contro i compagni della sinistra; spirito frazionista che,
mentre non valse a distruggere la saldezza ideologica della sinistra,
[…] è riuscita invece a rafforzare, dove esistevano, o addirittura
a suscitare, come nel caso dell’P.I., le tendenze di destra […]
dichiaro di non accettare una seria disciplina di gruppo, fino a quando
non siano risolte alcune questioni, fra cui:
1 l’esistenza di un regolamento, approvato dalla assemblea, e distribuito
ad ogni membro del gruppo.
2 La garanzia all’assemblea di nominarsi liberamente i suoi organi
dirigenti
3 Per le assemblee della frazione comunista, la limitazione secondo lo
statuto vigente del PCR del voto ai soli membri effettivi del Partito,
restando esclusi dal voto i candidati e gli iscritti alla gioventù
comunista.
Si dissente sulla mancata partecipazione, degli emigrati italiani a Mosca,
alle discussioni nel comitato”10 .
Nello stesso giorno, 20 settembre 1929, in cui De Leone stipulò
la sua dichiarazione, si riunì la frazione comunista italiana degli
emigrati politici che con la Krustilova a capo, sentenziò lo scioglimento
del vecchio comitato del Club. “Krustilova: a nome della frazione
comunista della Direzione del Club Internazionalista degli Emigrati politici
informa sulle cause che hanno spinto la Direzione del Club allo scioglimento
del gruppo italiano. Essa rileva che le ragioni fondamentali di ciò
consistono nel fatto che del vecchio Comitato facevano parte anche due
elementi di opposizione, i quali hanno a più riprese manifestato
apertamente il loro punto di vista contro la linea del Partito russo,
e del Komintern, e che in questi ultimi mesi, in seguito alla partenza
del segretario e di altri membri del comitato, il comitato stesso ed il
gruppo durante questo ultimo periodo non hanno pressoché funzionato.
Ritiene giusto l’operato del vecchio segretario e invita a eleggere
nel nuovo comitato compagni disciplinati e nella linea del Partito”
“De Leone: ritiene superfluo discutere sui metodi scandalosi impiegati
dalla direzione del Club e particolarmente dalla compagna Krustalova,
i quali non fanno che riflettere tutto un sistema politico instaurato
nei partiti comunisti e si limiterà perciò alla lettura
di una dichiarazione” 11 . La Krustilova gelidamente, prima dell’elezione
del nuovo Comitato, riunione del 27 settembre 1929: “Il comitato
deve essere composto di compagni attivi seguenti la linea del Partito
e del Komintern.
I compagni possono esporre il loro pensiero sui compagni preposti”12
.
Nel 1935 i sovietici chiudono il Club internazionale, giudicato, covo
di spie dalla polizia politica.
Negli anni trenta la repressione messa in atto da Stalin e dai suoi seguaci
falcidiò le fila del vecchio apparato messo su da Lenin.
Nel 1939, 110 dei 139 membri effettivi e candidati del Comitato centrale
eletti nel 1934 erano stati liquidati 13.
Molte delle confessioni ottenute erano state estorte con la tortura. I
prigionieri venivano picchiati allo stomaco con un sacchetto di sabbia,
cosa che avvolte riusciva fatale. Un dottore certificava che il prigioniero
era morto per un tumore maligno. La stoika consisteva nel tenere un prigioniero
in piedi contro il muro in punta di piedi e di fargli conservare quella
posizione per delle ore. Il boccone consisteva nel legare mani e piedi
dietro la schiena ed appendere la vittima sospesa in aria. La cinghia
veniva usata contro coloro che nel medioevo, in Scozia, erano accusate
di stregoneria. Consiste in un continuo interrogatorio, con poliziotti
che si alternano, ed al prigioniero non gli veniva consentito di mangiare
di bere e di dormire. Le minacce contro le famiglie degli arrestati, divenuta
in pratica legge, il 7 aprile 1935, con l’estensione penale, delle
accuse mosse agli adulti, ai bambini di dodici anni, superò le
legislazioni repressive zariste. 14
Così Stalin in un telegramma spiega per quale motivo si doveva
applicare la tortura; “Il Comitato centrale del Partito spiega che
l’applicazione di metodi di pressione fisica nei procedimenti della
NKVD (la polizia politica) è ammissibile dal 1937 in poi, conformemente
al permesso del C.C. del Partito […] è noto che tutti i servizi
di spionaggio borghesi usano metodi di pressione fisica contro i rappresentanti
del proletariato socialista e che li usano nelle forme più scandalose.
Sorge quindi la questione perché i servizi di spionaggio socialisti
debbano essere più umanitari contro i folli agenti della borghesia,
contro i mortali nemici della classe lavoratrice e dei lavoratori delle
fattorie collettive. Il C.C. del Partito ritiene che la pressione fisica
debba inoltre essere usata obbligatoriamente, come eccezione applicabile
a noti e ostinati nemici del popolo, come un metodo tanto giustificabile
quanto appropriato”15.
I processi farsa colpirono dai più grandi dirigenti ai piccoli
militanti non risparmiando anche chi venuto in Russia scappando dalle
dittature dei loro paesi trovò nella “patria del socialismo”
la morte.
Megafono della scellerata propaganda stalinista, fu Togliatti incaricato
di scrivere articoli comprovanti la delittuosità delle posizioni
trotskiste, titoli di giornale come “Il trotskismo è un agente
del fascismo in seno alla classe operaia”; “La collaborazione
della polizia con i banditi trotskisti”; “La lotta contro
il trotskismo controrivoluzionario è un dovere di ogni lavoratore
onesto”, si possono lasciare privi di ogni commento. Soprattutto
se pensiamo che onesti lavoratori italiani andati in Russia non tornarono
più perché accusati di trotskismo dalle autorità
russe.
I comunisti italiani che si rifugiarono in Russia per sfuggire alle persecuzioni
del fascismo furono 250. Sempre sottoposti al duro controllo dello Stato
russo dopo il 1930, furono sottomessi a pressioni che avevano lo scopo
di fargli prendere la cittadinanza russa in modo che non potevano più
chiedere di rimpatriarsi alla ambasciata italiana presente a Mosca fino
al 1941.
La prima bordata repressiva fu indirizzata verso il gruppo di bordighisti
accusati da sempre di filotrotskismo. Il primo a cadere fu Grandi, la
sua colpa fu quella di aver chiesto ai dirigenti italiani di essere mandato
a lavorare fuori dalla Russia, in modo da poter mandare soldi alla sua
famiglia non ricevette alcuna risposta, chiese allora di far venire sua
moglie e la figlia a Mosca, di nuovo non ricevette nessuna risposta. Allora
si rivolse alla ambasciata italiana. Questa richiesta disperata fu giudicata
come un tradimento alla rivoluzione. I suoi compagni lo accusano di aver
minacciato Togliatti e Robotti. Lo assassineranno in una stanza d’albergo
dopo avergli gettato una coperta sul capo lo accoltelleranno. Riuscirà
prima di morire a fare il nome dei suoi assassini che verranno condannati
a tre mesi di prigione.
Mariottini, il nome non viene riportato nella sua lettera, inviata ad
E. Ambrogi forse nel ’36, nella quale viene descritta la sua posizione
dopo aver rifiutato di, addirittura, lasciare il suo compagno appartenente
all’opposizione; “[...] Conseguentemente sono stata licenziata
dal lavoro e col 16 del mese, fra tre giorni, sarò disoccupata.
E’ inutile che aggiunga altre spiegazioni ed è anche chiaro
che sono decisa a partire immediatamente.”. Ed ultima speranza,
implorando Ambrogi “nella misura che vi sarà possibile”
di avere al più presto il passaporto “perché non so
proprio come andare avanti, dove trovare anche un lavoro provvisorio”.16
Con loro furono trascinate, nell’allucinante repressione verso gli
oppositori, anche le loro mogli e figli, presenti in Russia.
La moglie russa di Giuseppe Sensi finì in manicomio, il figlio
Mario, di soli nove anni, fu cacciato dalla scuola e, come capitava ai
figli dei “nemici del popolo”, cancellato dall’anagrafe.
Molti altri che semplicemente “osarono” in semplici discussioni
criticare l’operato di Stalin subirono la stessa sorte.
Come Vincenzo Baccalà condannato a dodici anni dal tribunale speciale
si rifugia a Mosca con la sua famiglia. Imprudentemente nel ’33
commette “l’errore” di criticare un discorso di Stalin.
Viene spedito in una miniera degli Urali. Tornato a Mosca dopo due anni
viene arrestato dalla polizia politica, mandato in una miniera al circolo
polare da dove non tornò.
Esplicita nella intervista rilasciata dalla moglie di Baccalà,
Pia Piccioni, sulle condizioni della Russia sovietica del tempo. “[...]
Nel 1926 eravamo a Parigi, e Vincenzo lavorava per il partito. Quando
tornò da una missione in Italia, gli dissero; devi cercarti del
lavoro oppure te ne vai in Russia. Vincenzo in Russia c’era già
stato nel ’29, e aveva visto che non ci si stava molto bene. Ma
a Parigi c’era la disoccupazione, e viverci senza il permesso di
soggiorno significava essere espulsi.
Che fare? Si consigliò con il compagno Berti, un personaggio molto
importante del partito. Berti gli disse: vai, vai che ci si sta molto
bene. C’è la casa c’è il lavoro c’è
tutto. Berti disse la stessa cosa a un nostro conoscente di nome Pace.
Ma Pace ricevette una lettera dal compagno Calligaris, che viveva a Mosca
e che gli scrisse: Piuttosto che venire qui, mettiti una pietra al collo
e buttati nella Senna. Questa lettera costò a Calligaris la morte
in Siberia, ma salvò Pace, che invece di andare in Russia se ne
andò in Svizzera. Ma noi allora non sapevamo di Pace, e nel 1931
partimmo.” 17
Luigi Calligaris. La sua appartenenza alla organizzazione dei bordighisti
ci è confermata da una lettera spedita ad Ambrogi il 14 settembre
del 1932 nella quale si chiedono notizie di “Siciliano (...) Mosca
(2), un compagno a noi vicino, Calligaris. Egli deve essere in un sanatorium.
Vedi se ti è possibile rintracciarlo”. 18
Una deposizione, testimonianza del suo confine, che il Partito comunista
volle da Calligaris per cercare di fargli prendere le distanze dalle posizioni
bordighiste, afferma invece la sua profonda onestà politica. Dopo
aver dichiarato che a Ustica Bordiga prese il posto di Gramsci per quanto
riguardava l’organizzazione delle attività nell’isola
fra i confinati, anche se
esistevano “delle diverse tesi, i rapporti fra i sostenitori erano
fra i più buoni” affermando che “a Ustica non si è
fatta opera di frazione sia dall’una che dall’altra parte”,
soltanto quando vennero trasferiti a Ponza la situazione cambiò
“[...] le due posizioni cominciarono ad ignorarsi”19. il Partito
a questo punto chiede da che parte volesse stare. Calligaris chiese tempo
per poter analizzare la cosa e solo per questa presa di tempo fu sospeso
dal Partito. Venne successivamente instradato in Russia dove “[...]
si crede che darà la sua adesione alla politica del socialismo
in un solo paese. Ma Calligaris non rinuncia alle posizioni politiche
di sinistra che ha costantemente difeso, ed anche in Russia continua ad
esporre le sue opinioni. Ma questo è un crimine” nella Russia
sovietica “che non può essere tollerato [...] Questo basta
per farne un controrivoluzionario. Ma un controrivoluzionario di una marca
speciale, un controrivoluzionario di sinistra [...] che sarà espulso
dal partito e sarà messo al bando da ogni vita politica. “[...]
Calligaris fa a questo punto domanda, al partito di partire dalla Russia,
domanda che non gli viene accordata.20 “Perché” domanda
il Prometeo, agli organi direttivi del centro, non si vuole far partire
Calligaris dalla Russia? E non avendo ricevuto, rientrando nell’ordinario,
alcuna risposta dal centro; “[...] Che cosa avrebbe dovuto rispondere
che il comp. Calligaris si rifiutava di sottoscrivere alla teoria reazionaria
del socialismo in un solo paese ? [...] Che cosa avrebbe dovuto rispondere
se non che il comp. Calligaris si rifiutava di coprire con il suo consenso,
o con il suo silenzio, il terrore ideologico ed organizzativo imposto,
dalla burocrazia, nel seno del partito e di tutti gli organismi sotto
il suo diretto controllo? [...] Nulla si sarebbe potuto rimproverare al
comp. Calligaris se non di aver dovuto constatare, durante il suo breve
soggiorno in Russia, la più esplicita riconferma alle sue convinzioni
di sinistra sempre da lui difese durante la sua ininterrotta milizia nelle
file del comunismo”21 In questo modo si voleva costringerlo a chiedere
il passaporto alla ambasciata italiana a Mosca in modo che potevano dimostrare,
falsamente, che fosse un traditore della causa bolscevica, tattica che
usarono verso molte altre persone trovatesi in estremo bisogno di partire.
La frazione di sinistra, forse esponendo Calligaris ancora di più
ai rischi che già correva in Russia decretò; “Calligaris:
conseguente con la sua politica bordighiana e trotskista ha tenuto nell’URSS
un atteggiamento ostile al partito al potere Sovietico, influenzando a
Carchov altri elementi emigrati, discreditando il potere proletario davanti
una delegazione operaia internazionale, affermando che gli operai nell’URSS
stanno peggio che quegli di altri paesi, e che il consenso delle masse
lavoratrici ai partiti è un consenso forzato[...]”.22 Troviamo,
in un articolo del Prometeo del 1935, i bordighisti impegnati ancora sul
caso Calligaris chiedendo al CE del PC russo quale fine avesse fatta il
loro militante; “[...] Vi è anche possibile di non dare alcun
seguito alla nostra domanda di informazione, ma ciò non farebbe
che manifestare, con un nuovo fatto il posto che il vostro partito occupa
nel quadro attuale della lotta di classe [...]”23. Arrestato nel
dicembre del 1934 fu condannato a tre anni di confino Il 27 maggio 1936
fu condannato per trotskismo, morì in un gulag nel 1939. 24
Carlo Costa, il 17 settembre del 1935 la polizia effettua una perquisizione
a casa sua, trovano un libro di Zinoviev, avversario di Stalin, ciò
basta per arrestarlo. Morirà di stenti subito dopo il processo.
25
Aldo Gorelli (Torre). Venne a Mosca con la moglie, Matilde Comollo, nel
1930. Dopo aver lavorato in alcune fabbriche fu chiamato a collaborare,
come tecnico del suono presso il SOI (Soccorso Operaio Internazionale),
organizzazione nata al fine di promuovere azioni di solidarietà
a favore della classe operaia di tutto il mondo. Nel 1937 viene arrestato.
Dopo aver subito un interrogatorio dove sembra che ammise di essere stato
all’ambasciata italiana e che qui avrebbe ricevuto la proposta di
ritornare in Italia e svolgere tranquillamente la sua professione, ma
sostenne nell’interrogatorio di essersi rifiutato di accettare il
lavoro in Italia. Nonostante tutto fu accusato di essere una spia infiltrata
in URSS tramite la società cinematografica “Luce”,
e le solite accuse di essere stato reclutato da Sensi nelle file trotskiste
bordighiste. viene arrestato e deportato a Kolima da dove scomparirà
26.
Emilio Guarnaschelli denunciato da un comunista italiano come spia viene
deportato a Pineka nel 1936 trasferito poi a Kazan dove vi morirà.
Guarnaschelli chiederà prima una autorizzazione di asilo politico
in Russia ai dirigenti del PCI questi lo ricevettero freddamente e dopo
varie promesse gli offrirono di prendere la cittadinanza sovietica. Guarnaschelli
accetta, anche perché senza alcun documento non poteva lavorare,
ma subito si accorge delle dure condizioni di lavoro alle quali era sottoposti
tutti i lavoratori russi, si apprestò quindi a richiedere il passaporto
italiano alla sua ambasciata. Questo certo non passò inosservato,
dopo una ingiunzione di lasciare il paese da parte delle autorità
russe venne arrestato sembra per la denuncia fatta da un suo compatriota.
Il suo arresto fu anche determinato dal sequestrato delle lettere che
lui era solito indirizzare in Italia a suo fratello Mario. In queste lettere
ammette chiaramente di accettare la posizione politica dei bordighisti;
“[...] te lo ripeto mille volte: io non sono il solo in questi panni,
siamo una vera brigata che mastica fiele e ne abbiamo avuti che hanno
sopportato e sono passati di là. (alludendo all’assassinio
di Grandi)[...]” 27
Nelle seguenti lettere fa presente che nel paese dove si è rifugiato
per scappare dal fascismo regna ormai la dittatura di un gruppo di dirigenti
e cosa che per prima lo condannò all’esilio a Pinega fu quello
di essersi preso la libertà di leggere giornali italiani fattesi
spedire dal fratello, ed essere in contatto a detta dell’accusa
con organizzazioni trotskiste all’estero. Ma fatto ancora più
grave essere accusato di trotskismo dai suoi stessi compagni di partito
come la sua compagna, Nella Masutti, in una lettera spedita al fratello
di Emilio il 15 febbraio 1935, ci informa; “[...] Stavo rispondendo
alla tua lettera [...] quando ho ricevuto la seconda. Dapprima mi sono
stupita che tu avessi spedito al mio indirizzo, anziché fermo posta
come ti avevo raccomandato. Non so se sono stata io a dartelo, ma non
credo. Poi ho capito: hai scritto a Tina Parodi. Mi chiedi se hai fatto
bene. Certo. Non hai fatto nulla di male, ma penso che sia stato inutile,
(si riferisce all’arresto di E. Guarnaschelli) perché tu
non conosci ancora Tina! Per esempio, dopo il suo arresto, lei è
andata a dire al comitato che Emilio aveva ricevuto soldi dai trotskisti
per venire qui. [...] Benché innocente, Emilio subirà certamente
qualche condanna a causa di queste menzogne cattive, a meno che non venga
riconosciuta la verità. [...] Non contare su Tina ha persino cercato
più volte di farlo cacciar via dal lavoro per mettere al suo posto
qualcun altro che a lei piaceva”28.
Otello Gaggi, anarchico, accusato e deportato con la moglie russa di essere
una spia Argentina solo perché era portiere di uno stabile dove
aveva la sede la rappresentanza di questo paese.
Lino Manservigi, lavorava alle dipendenze di Unberto Nobile, come si sa
Nobile dopo la sua brutta esperienza con il dirigibile italiano fu assunto
dai sovietici per la realizzazione di un dirigibile. Ma il caso volle
che durante la realizzazione un fulmine lo incendiò demolendolo
completamente. Gli operai e lo stesso Nobile furono accusati di sabotaggio.
Manservigi fu uno di questi. Interrogato dalla polizia politica, la quale
gli fece domande del tipo da quando conoscesse Nobile, da quando era arrivato
in Russia lui e la sorella, i motivi, la sua posizione politica in Italia.
L’atto di accusa della sentenza fu; “[…] Nel corsi dell’inchiesta
preliminare e dell’istruttoria è stato stabilito che Manservigi,
a partire dal 1935, faceva parte attiva dell’organizzazione controrivoluzionaria
trotskista-bordighista di terrorismo e spionaggio reclutato dall’agente
dello spionaggio straniero Sensi (Giuseppe Sensi, un comunista bordighista
rifugiatosi in Russia dal 1924, dopo essere stato condannato in Italia
via contumacia a 24 anni e sei mesi di reclusione, prese parte attiva
ai lavori del Club Internazionale degli emigrati italiani a Mosca) e durante
alcuni anni ha svolto l’attività di spionaggio nonché
di propaganda antisovietica trotskista tra gli emigrati politici”
Condannado “Manservigi Gino alla pena capitale mediante fucilazione
e la confisca di tutti i beni personali”. La sentenza fu eseguita
il 14 – 3 – 1938. 29
Parodi Clementina. Nonostante ebbe testimonato a sfavore di Guarnaschelli
anche lei fu arrestata e condannata a otto anni di carcere da scontare
a Karaganda nel Kazachstan.
Secondo i calcoli dell’ambasciata italiana a Mosca furono settanta
gli italiani arrestati, ma una stima sovietica parla di 104 fra morti
e dispersi 30.
L’angoscia traspare anche attraverso le lettere di coloro che accettando
dei compromessi salvarono la loro vita.
Ersilio Ambrogi uno dei primi esiliati politici italiani a Mosca, con
un ruolo all’interno dell’organizzazione bordighista rilevante
chiede di lasciare la Russia. Sembra che prima di poter lasciare l’URSS
doveva abdicare in favore del PCI, in una lettera datata maggio 1934,
riporta la sua sottomissione ai voleri del C.C. ammettendo le sue responsabilità
all’interno della organizzazione di sinistra ci fa capire quali
fossero le sue nuove posizioni politiche prese dopo aver visto che la
reale incisività politica dell’opposizione bordighista era
resa quasi nulla di fronte alle sue continue divisioni, come successivamente
altre lettere ci delineeranno meglio questa situazione. Ma già
nella lettera inviata a Sckiriatov il 4 ottobre 1935 Ambrogi protesta
in quanto ancora non ottiene la possibilità di andare via; “[...]
io debbo aggiungere che considero temporanea la mia presenza nell’URSS,
in quanto nella presente situazione internazionale, io voglio prendere
parte diretta al movimento rivoluzionario internazionale, insieme col
partito o,” e la seguente frase ci fa supporre che la precedente
dichiarazione non sia stata fatta in completa libertà “nel
peggiore dei casi, fuori dal partito, se il partito rifiuta di soddisfare
la mia richiesta. Senza dubbio tutto il mio passato mi da questo diritto”.
31
In una lettera successiva, 8 febbraio 1936, appare chiara la precedente
supposizione ; “Ho fatto tutto quanto era in mio potere per risolvere
il mio caso d’accordo con gli organi di stato e di partito, e da
oltre due anni ho dato incomparabile esempio di attaccamento e allo stato
sovietico e al partito comunista, tollerando senza ribellione sistemi
infami, che negli stati borghesi mi erano sconosciuti. Oltre due anni
di inutile pazienza dovevano infine persuadermi che anche gli organi supremi
e le più alte personalità sono essi stessi corresponsabili
di tali sistemi, poggiati evidentemente sulla considerazione che io, profugo
politico con una forte condanna sulla schiena, non rappresento qui che
un prigioniero, un individuo senza difesa, che deve infine accettare qualsiasi
condizione. Fermamente deciso a non tollerare più oltre questa
situazione, ed a fare tutto quanto sia necessario per uscire, ritenendo
ormai infondata qualsiasi fiducia sia negli organi dello stato sia in
quelli di partito, mi sono trovato nella necessità di esperimentare
altri mezzi che avrei voluto evitare, ed ho cominciato da questo; che
ho preso contatto con l’Ambasciata Italiana per ottenere il passaporto,
e porre la questione della mia partenza dall’URSS nella mia qualità
di cittadino italiano, e riacquistare così finalmente la mia libertà.
Ed oso sperare che lo stato fascista – sia pur in odio al comunismo,
ma senza nulla poter sperare da me – dimostrerà verso il
singolo cittadino italiano, pur comunista e condannato, maggior considerazione
di quanto gli organi dello stato sovietico e del partito comunista, fino
ai più alti – sia pur in odio al fascismo, ma anche nella
provata certezza della mia intiera devozione – abbiano dimostrato
verso un comunista, vecchio rivoluzionario, che per giunta ha dato, e
non poco, allo stesso stato sovietico. Su questi organi ricade la vergogna
di avermi costretto a simile atto. Ma io non confondo né la causa
della rivoluzione né la Russia sovietica con gli organi identificati
nelle vostre persone, e non devierò dalla via rivoluzionaria che
battei sempre ed ovunque, fuori dalla vostra prigionia.” “Mosca
8 febbraio 1936”. 32 Dopo questa dichiarazione subentrò l’angoscia
di essere arrestato; “Carissimo Ellenio preparo questi documenti
per ogni eventualità. Si farà il possibile per farteli pervenire,
solo nella ipotesi che qualche cosa di spiacevole mi avvenga. [...] Dal
contenuto di tutti risulta evidente un unico filo che ha sempre guidato
la condotta di questa gente nei miei riguardi: tenermi prigioniero qui,
perché io so molto, avendo avuto il controllo della attività
diplomatica di alcune potenze – mettermi in disparte perché
fui dell’opposizione, e perché conservo la volontà
e la capacità di avere le mie opinioni politiche. Un abbraccio
a tutti. Per l’ipotesi che mi si arresti, voglio aggiungere che
non si dovrà prestar fede a dichiarazioni di qualsiasi sorta attribuitemi
[...]”.33 Ersilio Ambrogi riuscì ad andare via dalla Russia
grazie all’interessamento dell’ambasciata Italiana; “[...]
La persecuzione dei dissidenti nuovi e vecchi riprese su più vasta
scala, e si preparava forse per l’A. stesso una ben triste odissea,
se egli non avesse in definitiva chiesto l’intervento dell’Ambasciata
italiana per poter partire dalla Russia [...]”.34
Anche chi aveva dedicato la sua militanza politica alla “causa del
suo partito” incappò nella ferrea e tragica disciplina del
terrore. Come ci descrive Elena Dundovic nel suo recente libro “Tra
esilio e castigo”, a subire la repressione della polizia politica
sovietica furono personaggi come Rosaio e Ciufoli i quali dopo aver solertemente
classificato, per la Sezione quadri, centocinquanta emigrati politici
italiani in Russia vennero arrestati perché alcuni di loro pur
essendo stati segnalati positivamente, risultarono, successivamente, persone
non gradite all’internazionalista partito russo. Stessa sorte toccò
all’intransigente Paolo Robotti, anche lui grande compilatore di
liste di sospetti 35.
Note
1 Gianni Corbi Togliatti a Mosca storia di un legame di ferro, Rizzoli
Milano, pag.133
2 APC 513 \ 783 \ 20
3 APC 513 \ 783 \ 20
4 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
5 APC 513 \ 783 \ 23
6 APC 513 - 783 /4
7 APC 513 – 1 – 783/5
8 APC 513 – 783/7
9 APC 513 – 783 /10
10 APC 513 783/12
11 APC 513 / 783 / 24
12 APC 513- 783/19
13 Fabio Bettanin, Pro e contro Stalin, Franco Angeli, Milano, pag. 133
14 Robert Conquest, il grande terrore, Mondadori, Milano, pag. 199 - 207
15 Robert Conquest, Il Grande Terrore, Mondadori, Milano, pag. 201
16 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
17 Storia Illustrata n°358 settembre 1987, sotto i colpi di Stalin,
Antonio Pitamitz
18 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
19APC 1932 – 34 \ 1071 \ 81 - 82
20 Prometeo, 26 novembre 1933,Il caso del comp. Calligaris in Russia
21Prometeo, 15 dicembre1932, silenzio centrista sul caso Calligaris
22 Prometeo, 15 dicembre 1933, Risoluzione votata il 29 luglio 1933 sul
caso Calligaris dalla frazione di sinistra italiana
23Prometeo, 26 maggio 1935, sul caso Calligaris
24 Elena Dundovic, Tra esilio e castigo, Carocci, Roma, pag. 197
25 Storia Illustrata n°358 settembre 1987, sotto i colpi di Stalin,
Giogio Bocca
26 Gianni Corbi Togliatti a Mosca storia di un legame di ferro, Rizzoli
Milano, pag.230 - 235
27 Una piccola pietra, a cura di Nella Masutti, Marsilio, Venezia, pag.
108 - 109
28 Una Piccola Pietra, a cura di Nella Masutti , Marsilio, Venezia, pag105
29 Gianni Corbi, Togliatti a Mosca storia di un legame di ferro, Rizzoli
Milano,
pag 221
30 Storia Illustrata n°358 settembre 1987, sotto i colpi di Stalin,
Giogio Bocca
31 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
32 id
33 id
34 id
35 Elena Dundovic, Tra esilio e castigo, Carocci, Roma, pag.136 –
137
7.
Dissidi interni e scissioni all’interno della opposizione antistalinista
A questa feroce repressione politica come reagirono gli antistalinisti?
Perché pur essendo tra i primi a denunciare le nefandezze dello
stato sovietico non ebbero quella capacità incisiva capace di scardinare
l’operato della dirigenza russa e dei partiti legati ad essa? Dalle
lettere e dalle circolari che i bordighisti si spedivano fra di loro emerge
un forte dissidio al loro interno, tanto da portarli a criticare le stesse
posizioni di Trotskji. Dalla lettera scritta da Bibbi Bruno detto Bianco,
probabilmente nel 1937 (data che si intravede in alcune linee della fotocopia)
al Segretario amministrativo della intera organizzazione degli antistalinisti
europei si sente ancora la necessità di porre fine alla “repressione
feroce a cui sono soggetti i compagni russi, da parte dell’opportunismo
che dirige il partito e lo stato russo” e nello stesso tempo si
cerca di organizzare la sinistra “in un’azione particolarmente
impostata su di un terreno di lotta (...) contro l’opportunismo
parallelamente ad un’azione di difesa dei compagni russi”
ponendo un punto fermo che vedeva nella “lotta senza tregua tra
il partito ed il sistema (...) che si trova incarcerato nelle prigioni
zariste, o deportato nelle lontane e malsane regioni siberiane, e l’opportunismo
che ha inquinato tutto uno strato della classe proletaria incatenandola
al servizio di un a causa in contraddizione con i suoi interessi fondamentali”.
Lanciando un appello a tutti gli operai russi ed ai membri dei partiti
di sinistra in opposizione a Stalin esce alla fine della lettera un richiamo
a tutti coloro facenti parte della sinistra i quali sostengono che basti
“[...] un appello al C.C. per fare una pressione su di esso e farlo
smettere la repressione. Questo, oltre a non corrispondere alla verità,
non può che indurre le masse in errore” continua la lettera
specificando quale era il contrasto in quel momento fra le diverse posizioni
al loro interno “L’appello [...] deve specificare chiaramente
che la convivenza nel partito della sinistra e dell’opportunismo
è una utopia da manicomio.” 1. Quindi si presuppone che una
parte volesse insistere nel poter cambiare la dirigenza al potere e forse
i bordighisti , che man mano saranno un gruppo separato dal resto della
miriade di posizioni politiche più o meno serie che si formeranno
all’interno della stessa sinistra, avevano ragione nel giudicare
impossibile una avvicinamento a coloro che in quel preciso momento li
stavano deportando ed uccidendo. Quello che bisogna mettere in rilievo
sono le continue scissioni che si verificarono all’interno dell’opposizione
di sinistra che la portarono a perdere la loro incisività politica
presso gli emigrati politici italiani.
L’8 gennaio 1932 viene redatta una circolare indirizzata a “tutti
i Comitati Federali” dove si avvertono tutti gli appartenenti che
Trotsky stava cercando di “mutare il personale che componeva il
vecchio Segretariato Internazionale e la sede di questo segretariato”
sembra che la storia si ripeta, dal mutamento delle federazioni e delle
decisioni prese all’interno del partito comunista d’Italia
(Pcd’I) e del partito russo ai tentativi di cambiare la composizione
della dirigenza internazionale dei gruppi della sinistra in modo autoritario;
“[...] non si tratta nullamente di fare oggi quello che si è
fatto nel passato e cioè quello di burocraticamente cambiare di
uomini, ma si tratta di realizzare le condizioni organizzative che potranno
permettere una chiarificazione politica. Queste condizioni politiche si
concretano in una preconferenza per ordinare un organismo che dia garanzie
di organizzare la Conferenza Internazionale delle Opposizioni.”
2
La circolare evidenzia in Trotskji le caratteristiche di un nuovo dittatore
il quale “è accecato dalla convinzione della giustezza delle
sue posizioni politiche e dell’eresia delle nostre e perciò
egli fa ricorso a chi ha sottomano e chi si presta a fare la stella trotskista
[...] Rosmer, Naville, Landau, Mille, Molinier sono i peggiori responsabili
di quanto avviene perché portano le sezioni dell’opposizione
ed il movimento di disgregazione in disgregazione [...]” non facendo
altro che creare gruppi in contrasto fra di loro. La disputa con Trotsky
derivava dal fatto che lui voleva far inserire le frazioni della sinistra
all’interno dei loro partiti nazionali “E’ falso che
tanto più si sviluppano la situazioni, tanto più diventerà
difficile al centrismo di ostacolare la nostra entrata nei partiti. [...]
E’ vero invece che con l’aggravarsi della situazione il gioco
criminale dei centristi diventerà tanto più difficile per
quanto la frazione avrà saputo costruire un’organizzazione
politica capace di attrarre i proletari del partito ed anche le masse,
nei momenti decisivi”.
Ma qui si manifesta la contraddizione del fatto che si devono svolgere
“tutte le discussioni unicamente nelle forme regolari di vita delle
frazioni e cioè nelle assemblee dei gruppi e delle federazioni
e dopo che i proletari hanno avuto la possibilità di studiare i
progetti politici che contengono la spiegazione delle tesi in contrasto”.3
Questa posizione rimase come forma di principio nella federazione di Bruxelles,
mentre in quella parigina si decise l’espulsione di un loro appartenente
un certo Fosco . Fu accusato di favorire il metodo autoritario di Trotskji
e di inserirsi in ogni disputa che si fosse manifestata all’interno
del gruppo bordighista, si difese sostenendo che non centrava nulla con
le posizioni di Trotskji “mi si fa delle accuse perché io
incontro questi compagni ma” giustamente dice Fosco “ricordatevi
la frazione aveva promesso a questi compagni di discutere con loro, di
fare un bollettino, [...] i sistemi adottati alla fazione sono quelli
del partito” circolare dell’8 6 1931, la quale riportava l’O.d.G.
della federazione di Parigi. Il gruppo di Bruxelles prese in esame il
problema decise che tutti gli appartenenti all’opposizione sottoposti
a giudizio dovevano essere invitati “a riprendere il loro posto
e precisare con un documento i propri dissensi sui quali si pronuncerà
il convegno della frazione” respingendo “il criterio per cui
una sola federazione possa modificare la formazione di organi dirigenti
come la C.E. nominato dal C.F. della frazione” ribadendo la loro
coerente posizione politica ma i gruppi che si andranno differenziando
dai bordighisti accuseranno questi di non avere un rapporto democratico
con i loro membri; “[...] intervenire nel conflitto interno della
sinistra italiana per discutere largamente del suo caso (Fosco) e delle
questioni politiche che esso risveglia perché il regime interno
della sinistra italiana ha completamente soffocato i principi del centralismo
democratico”.4
Situazione che mette in luce gli inevitabili contrasti interni derivanti
da una mancata libera espressione ed accettazione delle diverse posizioni
di singole persone appartenenti al gruppo, che alla fine risultarono fatali
alla loro intera organizzazione disgregata in una miriade di partitini
incapaci di far udire efficacemente la loro giusta opposizione antistalinista.
Significativo a proposito è la presa di posizione di Fosco quando
nella seduta del 20 agosto 1931 prende la parola e riferisce “sulla
situazione interna della sinistra bordighista e sulla sua – avvenuta
– espulsione. [...] Per impedire la diffusione delle idee nuove
la direzione aveva ricorso alle espulsioni: 40 % dei membri sono (...)
espulsi o partiti disgustati. [...]”.5
Note
1 Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, lettere fra
bordighisti
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