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E’
morto il “socialismo reale”, non il comunismo. di Luigi Cortesi
*Dizionario del comunismo
nel XX secolo. A cura di Silvio Pons e Robert Service. Volume primo. A-L,
Torino, Giulio Einaudi editore, 2006, pp. XLII-536, s.i.p.
L’idea
di “comunismo del XX secolo” che esce dal Dizionario di Pons
e Service* è tanto parziale e misera da far pensare che giustamente
i due curatori – storici che al relativo ambito di studio hanno
dedicato un bel pezzo di vita – non ne abbiano più, o mai,
“voluto sapere”. Fin dalle prime battute della Premessa il
lettore – che sulle prime è piacevolmente attratto dal piglio
dell’incipit – “E’ giunto il tempo di fare un
bilancio del comunismo nel XX secolo” –, si accorge che l’impostazione
è tutta unilateralmente russocentrica e partitocentrica; e inoltrandosi
nella consultazione può constatare che anche da questo punto di
vista l’opera è manchevole. Il doppio limite caratterizza
l’impostazione generale dell’opera – nonostante tutto
importante e meritoria – e ha il potere di ricondurre il più
grande movimento sociale del secolo, entro il quadro di una chiesa e d’una
gerarchia centralizzate – proprio come ridurre il cristianesimo
al Vaticano, all’Inquisizione e al clero. Questo aspetto c’è
stato - ed è lontana da noi la tentazione di sminuire il ruolo
della Russia e dell’Urss nella storia del comunismo e nella sua
crisi -, ma esso non ha mai assorbito tutto il movimento. Il comunismo
è stato (è) fenomeno mondiale, fatto di influenze russe
ma anche di autoctonie spontanee, di dissensi, di eterodossie, di multilateralità
e molteplicità in ogni nazione e nei singoli partiti, con un’ampiezza
di scala sociale di cui quest’opera non ci dà un’immagine
adeguata; un fenomeno che si è espresso in un intreccio generale
- politico, sociale, culturale - la cui ricchezza può essere colta
solo in chiave di totalità policentrica ed è comunque lungi
dall’essere ben conosciuta e, soprattutto, dal poter considerarsi
esaurita.
Il quadro complessivo del Dizionario si mantiene nettamente
al disotto della realtà e ne rimanda solo un travisamento ideologico;
detto francamente, il punto di vista prevalente è quello di partito,
o di una fureria di vecchio partito, e dentro c’è in effetti
molto della cultura piciista, e di stalinismo rivoltato e risciacquato.
La riduzione che del comunismo fanno Pons e Service ci sembra insoddisfacente
e – al difuori delle intenzioni – decisamente tendenziosa.
E’ infatti funzionale a dichiarare il comunismo – inteso come
“potere comunista” - morto e sepolto; come dicono con decisione
i due curatori, “cancellato nel suo stesso luogo d’origine”.
Ma sono reali gli atti di nascita e di morte rilasciati
da Pons e Service? Il comunismo, anche attenendoci alla loro cronologia,
non è nato in Russia: quando il Posdr nacque in Russia, i maggiori
partiti del movimento operaio europeo (o i loro predecessori) si erano
già formati. Delle idee-prassi del comunismo novecentesco alcune
hanno un’origine russa, o furono rilanciate e rielaborate da russi:
partito-avanguardia, dittatura del proletariato e il termine stesso “comunismo”,
che peraltro tra il 1918 e il ’19 allignò rapidamente, perlomeno
nell’Europa centrale. La rivoluzione del 1905 partorì i soviet.
Ma il concetto-chiave di imperialismo ha una sua protostoria tutta occidentale,
che Lenin aggiornò e rese politicamente operativa nell’esperienza
della prima guerra mondiale, aggiungendovi i corollari dello sviluppo
ineguale e dell’<anello più debole>. Lenin diede al
nuovo scatto rivoluzionario l’idea regolativa dell’estinzione
dello Stato e quella, assai più concreta, dello stesso Stato proletario
come possibile fonte di potere contrapposto alla società; ma gli
effetti di quello scatto in Occidente furono anche la riscoperta dei non
meno centrali concetti di reificazione e di feticismo. Il paradigma della
democrazia sovietica passò attraverso le trincee della guerra e
lasciò forti tracce in questa parte dell’Europa. Anche il
concetto di egemonia passò da Est a Ovest, da Lenin a Gramsci,
in realtà edulcorandosi come sostitutivo processuale dell’evento
sovversivo e/o in chiave di cultura gestionale e di soft power; ma in
esso si espressero un movimento operaio e un comunismo occidentali.
La dichiarazione di morte del comunismo alla quale i
curatori si associano non è una cosa seria, perché siamo
in presenza di una morte presunta nei termini del diritto borghese; la
crisi è grave, il fondo forse non è ancora stato toccato,
ma il mondo dei colonizzati, sfruttati, affamati ha una sua nascosta ma
terribile potenzialità che il capitalismo e la sua specifica democrazia
non appaiono in grado di scongiurare; e mai nella storia si è registrato
un processo accelerato di formazione del proletariato in dimensioni tanto
gigantesche. Allo stesso modo, anche il mondo sociopolitico dell’Occidente
non ha risolto i suoi problemi; li ha anzi per molti e decisivi aspetti
aggravati e globalizzati, dalla scissione dell’individuo alla mercificazione
generale, dalla guerra all’ambiente, e anche questo avrà
– è dato immaginare – conseguenze di ripensamento e
ribaltamento con effetti sistemici.
La talpa scava meno, scava in direzioni diverse, ma non
è morta. Non possiamo indovinare quali saranno le forme e i modi
della lotta di classe e delle rivoluzioni prossime, ma sappiamo che il
loro carburante sarà la diseguaglianza sociale, sommata a quella
geopolitica, e che da essa sortirà una rimessa in dubbio antagonistica
del capitalismo; e quindi si tratterà ancora, sfortunatamente per
i post-comunisti e ancor più per i suoi più diretti oppositori,
di comunismo. Forse non il nostro, ma in qualche relazione di continuità
– speriamo critica – con esso.
Del resto, come affermare la coincidenza della fine del
comunismo con il crollo dell’Urss quando si dice che “i comunisti
hanno seguito i percorsi più diversi nella storia del XX secolo”,
si citano le “sfide fondamentali lanciate dalla Rivoluzione d’ottobre”,
ci si richiama al “suo universalismo”? E’ finito tutto
ciò? Il fatto che non siano stati risolti i problemi del mondo
quali furono individuati e analizzati dal pensiero comunista e posti alla
base di un movimento rivoluzionario, il fatto che il comunismo abbia fallito
le sfide provenienti dal capitalismo e dalla guerra, tutto ciò
costituisce certamente una grande sconfitta storica. Ma occorrerebbe dimostrare
che nel corso del XX secolo il capitalismo ha risolto o almeno avviato
a soluzione quei problemi, insomma che del comunismo non c’ è
più una reale esigenza. Finchè questa esisterà, esisterà
la miccia capace di arrivare – inopinatamente, chissà dove,
chissà come - al barile di polvere. Finchè esisteranno le
classi sociali, i dislivelli di condizione umana e le istituzioni –
sia repressive sia persuasive - non si potrà dire che l’ordine
è stato ristabilito. E non vediamo quale altro clinamen possano
prendere le cose se non una ripresa di comunismo: non l’heri dicebamus
di un dotto, ma l’avvio di un nuovo ciclo di movimento e di elaborazione.
Non parliamo, qui, di alternativa compiuta: perché
– e questo costituisce un problema a sé – non sappiamo
se essa avrà il tempo di svilupparsi prima che si spalanchi l’abisso
dell’annientamento, certo non addebitabile né al comunismo
né al “socialismo reale”.
Ma torniamo a sfogliare il Dizionario per renderci conto
della strategia delle voci e della intelaiatura complessiva dell’opera;
aiutati anche dal fatto che viene pubblicata (alle pp. XXI-XIX) l’intera
rete dei lemmi, in numero di oltre 400, dei quali (se non abbiamo contato
male) 118 biografici. E qui si nota subito che la decisione di limitare
le biografie è stata troppo severa, e la selezione ha proceduto
piuttosto a casaccio se, proprio per la Russia-Urss, mancano tra i non
bolscevichi – ma obbligatori per la storia del comunismo –
almeno Struve, Cernov e i menscevichi Martov e Dan, tra i bolscevichi
Tomskij e Sverdlov, la Krupskaja, due ribelli come V. Serge e B. Souvarine,
studiosi e intellettuali come Rjazanov, Stucka, Pasukanis, Gor’kij.
Ciascuno di questi nomi può far sobbalzare chi si occupa di socialcomunismo
e marxismo; e forse l’esclusione più grave, una sorta di
piccola nemesi dopo quella terribile del 1938, è quella di Rjazanov,
che alla raccolta e salvaguardia di archivi e memorie storiche e alla
coerenza del lavoro di storico sacrificò letteralmente la vita.
Non credo che ai curatori sia stato chiesto di rinunciare al nesso movimento-coscienza-memoria
del quale in altri tempi avranno sentito parlare.
Stiamo scrivendo di prima impressione, e non ci pare
il caso di entrare nello svolgimento delle voci di questo primo volume,
neppure delle principali. Lo faremo a suo tempo. Ci sono molte diseguaglianze,
che possiamo mettere sempre in conto quando si tratta di opere collettive
di composizione complessa. Ma fin d’ora, ad apertura di testo, è
impossibile non rilevare la casualità di lemmi come Intervento
cubano-sovietico in Africa, Campi della morte nella KD, che nessuno andrà
mai a cercare; e lo stesso si può dire di Testamento di Lenin e
Blocco sovietico (quando non ci sono voci per i singoli paesi del blocco
stesso). Già che ci siamo, aggiungiamo Hannah Arendt, che è
importante, è cara a tutti, ma proprio col comunismo non c’entra.
Se passiamo all’Italia, la prima annotazione riguarda
appunto la mentalità russocentrica e di partito che i curatori
hanno profuso nella scelta dei lemmi biografici. Ci sono ovviamente Gramsci,
Togliatti, Berlinguer; assai meno ovvio era che ci fosse Amendola, quando
non ci sono Longo, Secchia, Di Vittorio e stupisce che manchino Serrati
e Tasca; vengono alla mente anche Terracini, Grieco, Sereni, non per allineare
erme, ma per introdurre un comunismo che ebbe qualche diversità
rispetto alla “casa” e che ha lasciato un’eredità
immateriale ben più importante di quella che stanno scialacquando
i fondatori del Partito democratico. Di sicuro ci voleva la Balabanov,
forse Silone e Curiel. Siamo sensibili alle ragioni di spazio dell’opera,
e forse abbiamo esagerato; non aggiungiamo altri nomi, non di partito
(Basso, Nenni…).
Ma la vera, trista censura è quella che ancora
una volta (una linea continua parte da Zinoviev, passa per il Gramsci
della bolscevizzazione e di Lione, il Togliatti dell’iguanodonte,
Berti e il primo Spriano, i metagramsciani, ed acquisisce ora anche la
nostra coppia di curatori) colpisce Amadeo Bordiga, il vero fondatore
del PC d’Italia, il primo che fu stroncato dagli interventi del
Comintern e l’ultimo in Europa, nel 1926, a contrapporsi direttamente
a Stalin e allo stalinismo, di cui aveva già fatto una diagnosi
precoce. Al punto a cui sono ormai giunte la ricerca storica e la bibliografia
in argomento, escludere quella grande personalità del marxismo
e del comunismo da un dizionario specifico non può più essere
dimenticanza; è soltanto un fatto di ignoranza, e oggettivamente
una vergogna.
Se guardiamo rapidamente a un paio di altri “comunismi”
occidentali di partito notiamo che per la Germania sono esclusi Bernstein,
Paul Levi, Ruth Fischer, Brandler, Thalheimer, Thälmann, Arthur Rosenberg
e soprattutto, inspiegabilmente, Karl Korsch, pur citato sotto Brecht
e sotto Lukács. E’ ben noto che i libri del 1923 di Lukács
e Korsch aprirono al comunismo orizzonti che il Komintern zinovievista
si affrettò a richiudere. Abbondantemente riscoperti e letti nella
seconda metà del secolo, essi devono ancora essere messi a frutto
in quanto contengono i semi di un marxismo diverso da quello disossato
della lettura sovietica e relativa caricatura staliniana, e singolarmente
anticipatore di problemi delle società complesse. Possiamo dire
lo stesso della “scuola di Francoforte”, che qui non è
minimamente rappresentata; e anche questo è stupefacente. Si può
discutere della latitudine dei confini del comunismo; ma è un fatto
che ai confini presidiati da Pons e Service sono stati respinti non solo
Horkheimer e Adorno, ma anche Benjamin e Marcuse.
La Francia – specialmente tra le due guerre - non
ha dato al comunismo un contributo adeguato alle sue tradizioni culturali:
ma proprio per questo ha avuto una funzione diffusiva e sperimentale che
avrebbe dovuto consigliare inserimenti più generosi. I comunisti.
Henri Lefevre e Louis Althusser, ed anche F. Joliot-Curie sono però
nomi importanti; e Pcf e Cgt non possono essere obliterati. Qui invece
mancano all’appello, tutti insieme, Cachin, Thorez, Duclos, Frachon:
il “Grande Terrore” colpisce ancora, perlomeno in metafora.
Il marxismo occidentale – nel senso geografico
ma anche in un senso politico complessivo – non può essere
riassorbito nelle storie dei singoli partiti comunisti (nel II volume
ci saranno, in 41 schede, tutti i partiti europei) senza lasciar fuori
articolazioni importanti e una fenomenologia culturale e civile che in
certi periodi ha determinato la vita di molte nazioni, e per esempio ha
improntato di sé la Resistenza. Ci saranno anche lemmi singoli
per i 12 partiti extraeuropei più importanti e lemmi cumulativi
dedicati ai continenti. Immaginiamo molti recuperi attraverso l’indice
dei nomi, che tuttavia non restituirà tutto il maltolto: l’indiano
M.N. Roy, il giapponese Sen Katayama, lo statunitense D. De Leon non si
ricomporranno mai attraverso i richiami, e l’impostazione generale
resterà quella che è, cioè esclusiva rispetto all’identificazione
russo- e partitocentrica del comunismo a danno della pluralità
delle componenti, degli incroci problematici, delle dimensioni planetarie.
All’esclusione di Pannekoek e di Gorter non potranno rimediare il
lemma del Pc nei Paesi Bassi e le citazioni sparse (ed è un bel
pezzo di comunismo che resta fuori dal Dizionario). Non vediamo trattata
la Quarta Internazionale, e ci sembra perfino incredibile; se non ci sbagliamo,
le voci Trockij e Trockismo e i vari rimandi non saneranno mai un’esclusione
tanto clamorosa, né la renderanno spiegabile. L’irreperibilità
di lemmi dedicati, oltre che alla Krupskaja, alla Balabanov, e alla Fischer,
già citate, a H. Roland-Holst, a S. Pankhurst, a D. Ibarruri segnalano
una scarsa sensibilità politica e di genere alla presenza femminile.
Sarebbe stata auspicabile una maggiore attenzione all’austromarxismo:
manca la voce relativa alla “scuola” e, in ogni caso, qui
potevano esserci anche Max Adler e Karl Renner oltre a Hilferding e Otto
Bauer. Mancano quasi per intero (e i frammenti non servono) le dimensioni
intellettuali e scientifiche.
Mettendo insieme le singole osservazioni, notiamo appunto
che il socialcomunismo europeo è stato fortemente penalizzato (ma
dovremo vedere nel II volume il lemma cumulativo Marxismo occidentale).
Le conseguenze sono pesanti anche al livello della complessità
del comunismo novecentesco, del suo non essersi espresso tutto e compiutamente
nella rivoluzione russa, dei suoi rapporti col leninismo, della mancata
dialettica (e poi della condanna) che ridusse gravemente la dimensione
universale e filosofica del comunismo sovietico. Se pensiamo ad una certa
linea di ricerca, non uniforme ma politicamente abbastanza univoca, della
ricerca marxista che a cavallo della prima guerra mondiale non si esaurisce
nella Luxemburg e in Lukács (presenti nel Dizionario), ma prende
anche i nomi di Pannekoek, Gorter, Bordiga, Korsch (assenti) possiamo
concludere che il comunismo, inteso come movimento intellettuale e sociale
e non come ortodossia e chiesa, viene privato di una sua componente assolutamente
vitale. Che si aggiunge a tante altre nel chiedere un diverso e ben più
aperto approccio, che ci consente di dire: voi parlate di fine del comunismo,
vi sentite post-comunisti e fate bene a fondare un partito democratico;
ma non è finita l’esigenza storica e non è esaurita
la ricerca politica e “spirituale” che lo stalinismo e le
sue varie articolazioni di partito avevano condotto in uno spaventoso
vicolo cieco.
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